“Intervista” Pezzotta: Lo scontro sociale può aggravarsi

09/12/2003


domenica 7 dicembre 2003

Intervista
Pezzotta: Berlusconi ci pensi bene
Lo scontro sociale può aggravarsi

      ROMA – «Riflettano Berlusconi e la maggioranza. E riflettano anche gli imprenditori sulle gravi conseguenze che ci sarebbero da una rottura sulle pensioni. Già è saltata la concertazione e non si fa più il dialogo sociale. Ma se salta tutto il sistema di relazioni industriali costruito negli anni Novanta e che ha consentito tanti risultati positivi, si va verso una conflittualità esasperata che nessuno vuole, ma che poi scatta e diventa difficile per tutti da governare. Così non si prepara un futuro buono per il Paese». Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, lancia l’ultimo appello. Se non verrà raccolto, se il governo non aprirà una trattativa sulle pensioni, non ci sarà altra strada, neppure per la ragionevole Cisl, che la prosecuzione del conflitto. È una questione di sopravvivenza.
      La manifestazione non sembra aver aperto spiragli di trattativa.
      «Guardo alle reazioni degli esponenti del governo e della maggioranza alla bella manifestazione di Roma e vedo che c’è un irrigidimento. E non capisco perché. Se qualcuno pensa di ripetere in Italia quello che hanno fatto Reagan in America e la Thatcher in Inghilterra si sbaglia. Perché qui, come abbiamo dimostrato a piazza San Giovanni, il sindacato è una forza vera. Che non si farà marginalizzare».

      A proposito della forza del sindacato. La questura dice che in piazza c’erano al massimo 250 mila persone. Lei perché sostiene che invece erano un milione e mezzo?
      «Perché noi sappiamo tutti quelli che sono venuti. Quanti pullman e treni sono stati mobilitati. Alle spalle di una manifestazione come questa c’è una struttura organizzativa complessa».
      Facciamo qualche calcolo. Piazza San Giovanni è grande circa 60 mila metri quadrati. Ipotizzando 4 persone a metro quadrato, fanno 240 mila. Se anche vogliamo largheggiare considerando le vie circostanti siamo molto lontani da un milione e mezzo.

      «Erano piene la piazza e le vie d’accesso. Ma non importa se eravamo un milione e mezzo o un milione e trecentomila. La questione è un’altra: se si vuole sminuire una grande manifestazione come questa o capirne il significato. Capire cioè che ci sono milioni di lavoratori che non sono d’accordo con la riforma delle pensioni proposta dal governo e che quindi una piazza così non può essere ignorata».

      Il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, di solito comprensivo verso il sindacato, ha detto che «il governo non cede alla piazza».

      «Mi stupiscono queste reazioni. Il sindacato è ricorso alla piazza perché non condivide la riforma. Che cosa dovrebbe fare per esprimere il suo dissenso? Tutte queste persone che hanno pagato di tasca loro le sottoscrizioni per venire a Roma meriterebbero maggior rispetto. Ma forse tutte queste reazioni stizzite si spiegano proprio col fatto che la manifestazione è andata bene. Questo non è un sindacato morto, ma un sindacato che riesce a rappresentare tanta gente».

      E adesso? Il governo vuole riformare le pensioni per ridurre in prospettiva la crescita della spesa. Per il sindacato esiste questo problema?

      «Per noi il problema è un altro: come si riequilibra lo Stato sociale alla luce dei cambiamenti avvenuti nella società. La domanda non è di quanto taglio la spesa, ma come faccio reggere meglio il sistema in nome della solidarietà e dell’equità. Quindi è proprio l’impostazione del governo che è sbagliata, perché vuole punire solo una parte, i lavoratori dipendenti, scaricando su di loro una pesante riduzione della spesa previdenziale. È ingiusto».

      Se questa è la vostra posizione è difficile che si possa aprire una trattativa col governo. Ma così il sindacato rischia una «gloriosa sconfitta», come ha detto lei stesso qualche giorno fa.

      «Intanto registriamo qualche parziale vittoria: il governo aveva detto che la riforma doveva essere approvata entro dicembre e poi ha spostato il limite alla fine di gennaio. Inoltre, tutte le persone ragionevoli che hanno esaminato la riforma, compresi gli imprenditori, in un orecchio ti dicono che va cambiata, perché introduce rigidità insostenibili. Per esempio: come gestisci in una stessa impresa i lavoratori che prendono l’incentivo se restano più a lungo al lavoro e quelli che dal 2008 dovrebbero lavorare 5 anni di più senza alcun premio? È una riforma che non sta in piedi».

      Lei ha detto che il sindacato deve presentare al più presto una proposta alternativa a quella del governo. Quando?

      «Quando avremo trovato una proposta unitaria con Cgil e Uil alla quale io punto senza infingimenti».

      Ci sono già delle cose sulle quali siete d’accordo?

      «L’armonizzazione della contribuzione, perché oggi consulenti, artigiani e commercianti pagano la metà dei lavoratori dipendenti».

      Si arriverà a una proposta unitaria?

      «La Cisl ci punterà fino all’estremo».

      E ipotizzabile che Cisl e Uil si dividano dalla Cgil sulle pensioni come è stato nel 2002 sull’articolo 18 (licenziamenti)?

      «No, allo stato attuale no. Sono materie completamente diverse».

      Quando incontrerà il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, e della Uil, Luigi Angeletti, per valutare come andare avanti? Deciderete uno sciopero generale di 8 ore?

      «Penso che ci vedremo la prossima settimana. La decisione sullo sciopero o su altre iniziative dipende anche dall’atteggiamento delle nostre controparti. Come dicevo all’inizio, mi auguro che riflettano sui guai che stanno combinando. E sugli altri che stanno preparando».
Enrico Marro


Economia