“Intervista” Pezzotta: «Le nostre proposte? Ignorate dal governo»

03/11/2003

domenica 2 novembre 2003

 
 
Pagina 5 – Economia
 
 
L´INTERVISTA

«Le nostre proposte? Ignorate dal governo prendere o lasciare»
          Savino Pezzotta, leader della Cisl, replica a Padoa Schioppa: il sindacato non può dire sempre sì

          Stop ai divari di contribuzione, fondi pensione, assistenza separata dalla previdenza
          LUISA GRION

          ROMA – C´è qualcosa che non quadra se a dire «no» ad un governo si passa, per forza, per «conservatori». Per essere considerati «riformisti», allora, bisogna dire sempre «sì»? A porre la questione è Savino Pezzotta, leader della Cisl, che così risponde alle accuse mosse da Padoa Schioppa, membro esecutivo della Bce, nell´intervista di ieri a Repubblica.
          Pezzotta, Padoa Schioppa – e non solo lui – pensa che la riforma delle pensioni sia necessaria e che il sindacato farebbe meglio a ragionarci sopra piuttosto che a frenare sempre e comunque.
          «Infatti ci ragiona. Ci ragiona talmente tanto che ha già fatto le sue proposte. Il guaio è che su quelle proposte il governo non ci è stato nemmeno a sentire. Diventa difficile, allora, farci passare per conservatori quando la nostra controparte dice di anelare al dialogo, ma nei fatti lo ammette solo a senso unico, pretendendo che il sindacato ragioni su uno schema chiuso, già impostato, che vede nella riforma della previdenza l´unica via d´intervento possibile. Le cose – per noi – non stanno così, se ci fosse stata la concertazione avremmo avuto modo di spiegarlo per bene. Ma la concertazione, a questo governo, non piace. Non si può però lamentare se noi poi ci opponiamo».
          Sulla previdenza, secondo lei, il sindacato deve avere un diritto di veto?
          «Mai preteso il diritto di veto. La politica ha la sua autonomia, crediamo però che le riforme vadano costruite su obiettivi comuni, cercando il maggior numero di consensi possibile e ascoltando la voce di chi – come noi – rappresenta i soggetti maggiormente interessati alla questione. Non sono obbligati a farlo? Bene, ma nemmeno noi siamo obbligati ad accettare e starcene zitti».
          Lei parla di una proposta fatta dal sindacato. Forse non basta e si dovrebbe fare di più.
          «Secondo noi, per il momento basta, ma non essendo – appunto – conservatori siano disposti anche a parlarne. Dopo però. Dopo che si è realizzata l´armonizzazione contributiva: capisco che ad alcune classi non piaccia, ma perché dovrebbero sempre subire i lavoratori? Dopo che si è ragionato su Tfr e che si sono rafforzati i fondi pensione. Dopo che si è finalmente separata la previdenza dalla assistenza. Fatto questo, non avremmo poi nulla in contrario nel rifare il quadro della situazione e procedere, se ce ne sarà bisogno, agli aggiustamenti».
          Aggiustamenti come l´innalzamento dell´età pensionabile, il pro-rata per tutti o la chiusura di un paio di finestre? Magari pure prima del 2008?
          «Non si può dire ora né quali né quando, tanto più che sull´età pensionabile bisogna fare un discorso complessivo e non semplificare ad ogni costo. Vogliamo ammettere o no che i 40 anni di lavoro sulle impalcature o di lavoro a turno meritano qualche considerazione a parte? Il guaio, appunto, è questo il governo vuole sempre e solo semplificare: per far accettare a Bruxelles sforamenti nei conti pubblici e interventi una tantum, mette sul piatto una riforma delle pensioni che non va solo contro gli interessi dei lavoratori, ma che va contro gli interessi del paese».
          Ma esiste o no il problema di rapporti fra politica e sindacato di cui parla Padoa Schioppa?
          «Certo che esiste ed è vero, come dice lui, che lo scontro in atto non è solo economico, ma politico. Il sindacato è un soggetto politico, anche se con una rappresentanza diversa da quella dei partiti. Se così non fosse si tratterebbe di corporativismo».
          Ma lei si sente riformista o conservatore?
          «Quando la Cisl ha firmato il Patto per l´Italia quelli che ora ci tacciano di conservatorismo ci lodavano come riformisti. Ma riformista non significa dire sempre di «sì». La legge Biagi, per esempio, l´abbiamo accettata, ma poi il governo non ha rispettato i patti: aveva promesso di investire 700 milioni di euro sugli ammortizzatori sociali. Mai visti. La maggiore flessibilità del lavoro doveva avere come contropartita una maggiore formazione. Non se ne é fatto nulla. Vogliono le riforme: bene, parliamone. Ma nel loro complesso, tirando dentro la politica dei redditi, quella di sostegno alle famiglie, quella di assistenza agli anziani che vivono sì di più, ma diventano anche più deboli. Parliamo di tutto il welfare, perché prima di uscire dallo schema attuale, voglio capire in quale nuovo schema mi vado a cacciare. Se me lo trovo già precostituito non ci sto. E non sono per questo un conservatore».