“Intervista” Pezzotta: «l’apprendistato è finito»

30/06/2003


30 Giugno 2003

NELLA SETTIMANA DELLA VERIFICA DI MAGGIORANZA PARLA IL SEGRETARIO GENERALE DELLA CISL

intervista
Fabio Martini

Pezzotta: l’apprendistato
è finito. Il governo
deve rispettare gli accordi
«Decidano quattro cose da realizzare in tre anni per rilanciare l’economia del paese
Sappiano che siamo pronti alla lotta se le riforme che proporranno non ci piacessero»

ROMA
PER due anni il governo lo ha blandito e la sinistra sindacale lo ha dipinto come un traditore.

Lui è rimasto fermo e così, ora il leader della Cisl Savino Pezzotta si trova nella curiosa condizione di poterle dettare lui le condizioni del confronto: «Per il governo l’apprendistato è finito. Dopo due anni non può continuare una politica di alti e bassi: si fa un accordo e poi bisogna ricontrattarlo. Si fa un po’ di concertazione e poi la si dimentica. Spero che la verifica serva a definire dentro il governo una strategia chiara di politica economica. Noi non abbiamo pregiudiziali: se le scelte ci piaceranno, diremo di sì. Altrimenti daremo battaglia». Soprattutto se prendesse corpo l’ipotesi di avviare una riforma previdenziale di tipo strutturale: «La Cisl – preannuncia Pezzotta – fa soltanto sindacato e non va in piazza per cambiare i governi. Ma se qualcuno proponesse una riforma di quel tipo, io non avrei alcun dubbio su una risposta di lotta. Lo sciopero non è un vulnus, è un diritto costituzionalmente garantito».
Diversissimo dal predecessore Sergio D’Antoni – un siciliano estroverso e guascone – il bergamasco Savino Pezzotta detto “l’Orso” ci ha messo un po’ di tempo per affermare una fisionomia e una leadership. Ma ora, dopo due anni di fischi “da sinistra”, dopo esser finito nel mirino dei terroristi e dopo le posizioni più trattativiste della Cgil, il segretario della Cisl è tornato persino a parlare nelle piazze con le bandiere rosse. E dalla sua casa di Scanzorosciate, un paesino a pochi chilometri da Bergamo, Pezzotta racconta la sua strategia per i prossimi mesi.
Il presidente del Consiglio è dell’opinione che al paese servirebbe una riforma previdenziale “seria e radicale”: lei pensa che questo pensiero si tradurrà in azione?
«Qui bisogna che ci intendiamo una volta tanto su questa questione. E’ ora di finirla. E’ una riforma per fare cassa? Ma allora ci sono altre strade per raggiungere questo obiettivo».
Quali?
«Questo è il paese che ha la più alta evasione fiscale d’Europa. Cominciamo a metterci mano».
Via via è stato fatto…
«Sì, ma l’evasione non si combatte con ulteriori condoni o con sanatorie. La si combatta con radicalità. Qui sì che la vorrei una grande radicalità».
Ma chi invoca una riforma radicale non lo fa per capriccio: la tabella sull’età pensionabile e quella sul rapporto tra spesa previdenziale e Pil collocano l’Italia agli ultimissimi posti. O ai primissimi, se si capovolge la logica. Ma allora perché non la rivendicate chiaramente una previdenza molto umana e molto costosa, indicando però le risorse che evitino il collasso?
«Diciamolo una volta per tutte: questo Paese con il consenso del sindacato, che non è una cosa da sottovalutare, ha fatto tre riforme previdenziali e oggi l’Italia possiede il più moderno sistema previdenziale d’Europa. Siamo noi un esempio per l’Europa».
Ma quelle tabelle, lei come le legge?
«La spesa sociale italiana non è superiore a quella europea e comunque non possiamo fare una comparazione tra percentuali. Ma tra diversi modelli di società: le pensioni di anzianità, per esempio, quante volte sono servite come ammortizzatori sociali? In altri paesi hanno ammortizzatori sociali diversi dai nostri. Certo, un’armonizzazione europea dei modelli del Welfare serve. Ma ci vuole del tempo».
Sulle pensioni sembra che sappiate dire solo di no…
«Ma non è stato il governo a presentare una delega che confermava la pensione di anzianità? Non è stato lo stesso governo a presentare una delega per dire che bisognava orientarsi verso i fondi pensione? Noi abbiamo presentato proposte alternative, non abbiamo negato alcuni problemi. E ancora: non siamo contrari al fatto che i lavoratori restino un altro po’ al lavoro.

Ma deve essere una scelta volontaria e incentivata, non penalizzata. Con la politica del bastone e della carota non si va lontano».
Un anno e mezzo fa, con l’intervento diretto del vicepresidente del Consiglio Fini, venne firmato un accordo quadro sul pubblico impiego, ma venerdì eravate in piazza a protestare: con chi ce l’avete?
«Quella fu un’operazione di grande intelligenza politica, ma da allora sono passati 18 mesi e alcuni contratti pubblici non sono stati rinnovati. C’è stato un grande sciopero, governo ed enti locali devono dare una risposta. Il tempo è scaduto».
Ma quel feeling tra voi ed An come mai non è andato avanti? Era politicamente legittimo provare a staccarvi dalla Cgil, non crede?
«Allora ognuno esercitò il suo ruolo. Ma ogni volta che si fa un accordo, non è che scatta un’alleanza organica. Il vicepremier fu protagonista di un accordo, ora quell’accordo va rispettato. Altrimenti viene sminuita la sua stessa figura istituzionale».
In vista della verifica e del semestre europeo ha una proposta da fare al governo?
«Al governo e a tutti i partiti: sulla situazione economica del paese, soprattutto alla luce del documento che abbiamo sottoscritto con Confindustria, si apra un grande dibattito parlamentare aperto a tutte le forze sociali. Per definire la mission del paese. Decidere quattro cose per i prossimi tre anni, cercando di dare un’iniezione di fiducia al paese».
Ora lei torna ad essere applaudito in piazza, ma per due anni la Cgil vi ha considerato traditori del popolo…
«Guardi, un conto è insultare Pezzotta, che ha tanti modi per difendersi. Ma non si può dare del traditore ad un delegato che fa sindacato per passione civile soltanto perché si ha una differenza di opinione sul confronto col governo. Le parole vanno sempre usate con discrezione perché spesso precedono i fatti. La Cisl ha retto perché voleva sconfiggere quella pessima idea per cui il sindacalismo deve riprodurre dentro di sè il bipolarismo».
La storia del sindacato, da Lama-Storti-Vanni in poi, è storia di triadi agguerrite. Il trio Epifani-Pezzotta-Angeletti sembrava sbiadito: sarà una sorpresa?
«Siamo ancora all’inizio di un tentativo di convergenza. Quel che è accaduto non si dimentica, serve tempo. Per ricostruire serve tanta tanta pazienza. Ma anche grazie a noi il sindacato non è stato schiacciato tutto su posizioni puramente antagoniste e di schieramento politico. Da qui si possono costruire strade nuove. Non dimentichiamolo: Cgil, Cisl e Uil assieme fanno il movimento sindacale italiano».
Che idea si è fatto sul piano di rilancio della Fiat?
«Quando si parlava di nazionalizzare la Fiat, la Cisl aveva chiesto che la proprietà si impegnasse direttamente, che vendesse i gioielli di famiglia e si concentrasse sull’auto. Riscontriamo un impegno diretto della famiglia, qualche gioiello è stato venduto e il piano si concentra sull’auto. Per noi la proposta va approfondita sul piano occupazionale ma la giudichiamo interessante.

La direzione sembra quella giusta: una partita difficile ma che anche noi vogliamo assumere come sfida».