“Intervista” Pezzotta: «La nuova offerta? Insufficiente Lasciate perdere l’articolo 18»

18/01/2002


 
Pagina 3 – Economia
 
 
Il leader della Cisl, Savino Pezzotta, al governo: non ho elementi per cambiare posizione
 
"La nuova offerta? Insufficiente Lasciate perdere l’articolo 18"
 
 
 
d’amato e romiti Chi mostra i muscoli è più debole di chi invita alla saggezza. Confindustria mostri più autonomia
gli sbagli di maroni È assurdo chiedere a un sindacato di schierarsi. Ora la sua apertura è interessante ma non basta"
 
RICCARDO DE GENNARO

ROMA — Era un «no» prima, è un «no» anche adesso. Davanti alla nuova proposta del ministro Maroni di sospendere l’articolo 18 per una sola tipologia di lavoratori (coloro ai quali il contratto a termine viene trasformato in tempo indeterminato), il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, conferma la contrarietà della sua organizzazione: «Quello che pensiamo dell’articolo 18 l’ho ripetuto più volte: non va toccato e, comunque, modificarlo non serve a creare occupazione. Oggi non ho elementi per cambiare posizione».
Dopo aver detto che il dialogo sociale era chiuso, Maroni fa ora trapelare una nuova proposta: sospendere l’articolo 18 per una sola tipologia di lavoratori e non più tre, come previsto dalla delega. Segretario Pezzotta, se le cose stessero così, voi direste di sì?
«Noi abbiamo sempre sostenuto che è improprio utilizzare l’articolo 18 per fare politica occupazionale. Sono due cose che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra e che è assolutamente sbagliato mischiarle, come fa Maroni: se poi il ministro vuole discutere con il sindacato su problemi quali l’emersione dal nero, la stabilizzazione dei contratti, le limitate dimensioni delle imprese italiane, noi siamo apertissimi e non ci sottrarremo mai al confronto. Così come ci va bene discutere di uno Statuto dei lavori, che estenda le tutele a coloro che non ne hanno».
Ma, secondo lei, la mossa di Maroni, è un’apertura, come sostiene il segretario della Uil, Luigi Angeletti, oppure non lo è per nulla, come dice Cofferati?
«È un’apertura interessante, ma è tutta da verificare. Prima ci hanno detto che la concertazione era finita e che c’era il dialogo sociale, ma che è il governo a decidere: io dico, diamoci una regola, perché non si possono fare delle trattative attraverso le agenzie di stampa, o facendo uscire sorprese dell’ultimo momento, senza mai averne discusso. Poi nascono degli equivoci».
Qualche equivoco era nato anche nella sua confederazione: almeno due dei suoi segretari confederali avevano tentato abboccamenti più o meno sotterranei con Forza Italia e An e, sulla delegalavoro, sembravano avere sensibilità diverse dalla sua. Non è così?
«No, non ci sono mai state discordanze tra noi in Cisl, ma semplicemente interpretazioni diverse. La Cisl ha sempre difeso, senza esitazioni, l’idea che il sociale ha una sua autonomia dalla politica e che ci sono corpi intermedi con ruoli e funzioni diverse. È per questo che mi sono parecchio arrabbiato quando Maroni mi ha invitato a dire da che parte sto. A parte il fatto che noi non gli abbiamo mai chiesto con quale sindacato sta lui, il giorno che costringessero il sindacato a schierarsi sarebbe la fine. E questo vale anche per il fronte imprenditoriale».
Anche lei, come Cofferati, ritiene che ci sia una deriva politica della Confindustria guidata da D’Amato?
«Ogni tanto notiamo ci sono delle coincidenze di vedute, altre volte qualche dubbio. Io spero che la Confindustria sappia mantenersi distinta, per il suo ruolo di rappresentanza, dalle posizioni del governo».
Le ultime dichiarazioni rilasciate dal presidente D’Amato non sembrano però tenere conto dell’esortazione, prima di Agnelli, poi di Romiti, di mollare sull’articolo 18. D’Amato ha detto infatti che le modifiche all’articolo 18 non sono merce di scambio. Che cosa pensa di questa spaccatura degli industriali?
«Io dico che di norma le dichiarazioni ispirate alla fermezza sono sempre segni di debolezza. Oggi dovrebbero esserci semmai inviti alla saggezza. Perché se c’è da mostrare i muscoli siamo capaci anche noi. Quanti non vogliono la concertazione non fanno che da sponda a chi sostiene, come Bertinotti, che i problemi si risolvono solo con il puro conflitto».
Anche voi oggi siete però molto più vicini all’idea del conflitto, come dimostrano gli scioperi in corso, piuttosto che a quella della concertazione, che come lei sostiene è finita nel ’98. Lo sciopero generale è vicino?
«Gli strumenti che abbiamo messo in campo sono strumenti di mobilitazione importanti, forti, decisivi: li esauriremo, ben sapendo comunque che non si cambia l’atteggiamento di un governo con le spallate e che non tocca a noi cambiare le maggioranze. Meglio agire con azioni articolate, tra le quali rientra anche l’incontro con il presidente della Repubblica».
Il problema è che, con questo governo, la moderazione rivendicativa non sembra premiante: non crede che finora il dialogo sociale abbia portato poco o nulla nelle tasche dei lavoratori?
«Una cosa il sindacato l’ha portata a casa: le pensioni di anzianità non verranno toccate. Poi, è vero, non siamo del tutto soddisfatti: restano importanti questioni aperte come il Mezzogiorno, le risorse per il pubblico impiego, la decontribuzione».
Ecco, se vi dicono che non toccano l’articolo 18 ma vanno avanti con il taglio di 5 punti dei contributi sui nuovi assunti, la Cisl accetta?
«Prima devono dircelo, poi vedremo. Soluzioni se ne possono trovare tante, non una sola».