“Intervista” .Pezzotta: «La concertazione si fa insieme all’Esecutivo»

15/06/2004


      sezione: IN PRIMO PIANO
      data: 2004-06-15 – pag: 3
      autore: MASSIMO MASCINI
      «La concertazione si fa insieme all’Esecutivo»
      ROMA • Ha tenuto accesa la fiaccola della concertazione negli ultimi anni, adesso rivendica il merito di aver visto giusto prima degli altri. Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, etichetta come concertazione il Patto per l’Italia e anche la fase di gestazione della riforma del mercato del lavoro, la legge 30. Ma adesso, dice, dobbiamo andare avanti ed è il Governo che deve decidere, perché senza Governo non c’è concertazione. Politica dei redditi, dunque, tanto più dopo le elezioni che hanno bocciato le intransigenze del Governo.
      Pezzotta, è tornata di moda la concertazione?
      Così pare. Ma io rivendico alla Cisl il merito di essersi battuta fino in fondo in questi difficili anni per tenere in vita il modello di concertazione. Lo abbiamo fatto con il Patto per l’Italia, e anche con la legge 30, che non condividevamo, ma per la quale abbiamo aperto spazi di contrattazione che hanno dato importanti risultati, come per Telecom.
      Una battaglia difficile?
      Sì, perché la nostra controparte politica non ha condiviso l’idea di fondo della concertazione, che non è fatta solo di accordi, ma di partecipazione, di condivisione di obiettivi. Quelli fissati dal Patto non sono stati realizzati, c’è stata una forte inadempienza politica. E lo stesso è accaduto per l’accordo che abbiamo trovato l’anno passato con Cgil, Uil e Confindustria per lo sviluppo.
      Adesso cambia il ritmo?
      È importante cambiare marcia. Del resto, se la Confindustria, i Giovani imprenditori, la Confartigianato, la Confcommercio, la Banca d’Italia, tutti affermano che per affrontare questa fase difficile lo strumento migliore è la concertazione, non siamo certo noi a tirarci da parte.
      Chi ha la responsabilità di questa fase?
      La palla è al Governo. Perché la concertazione non è certo solo un rapporto tra noi e le nostre controparti. Tra parti sociali possiamo definire obiettivi strategici comuni, ma la concertazione si fa in tre, sindacati, imprese e Governo. E quindi la sfida adesso è rivolta al Governo, l’Esecutivo deve decidere se vuole concertare, cioè se vuole definire con le parti sociali gli obiettivi prioritari del Paese.
      Concertazione è in primo luogo politica dei redditi.
      Serve certamente una politica dei redditi che tuteli il salario reale grazie a un accorto intervento su prezzi e tariffe. Il salario non deve essere pensato come qualcosa da indebolire, ma nemmeno come una variabile indipendente dal sistema. Per questo credo che si debba anche trovare un nuovo modello contrattuale che riesca a distribuire gli incrementi di redditività. Servono idee, proposte, nuovi modelli di comportamento.
      E non c’è nemmeno tanto tempo.
      Il primo appuntamento è per il varo del Dpef. Non è credibile che noi non si dica nulla su questo documento. Il Governo deve dirci se intende sviluppare una vera politica dei redditi.
      Il Governo finora non è sembrato molto interessato alla concertazione.
      Il dialogo sociale degli ultimi diciotto mesi non ha prodotto risultati. Adesso serve una vera svolta, il Governo deve dirci cosa vuole.
      Se non vuole concertare?
      Avremmo una strada obbligata. Cercare comunque con le rappresentanze degli imprenditori obiettivi comuni e poi andare avanti come fa sempre un sindacato, mobilitandoci e cercando di contrattare quello che possiamo. Questo però non aumenterebbe la coesione sociale, non risolverebbe i problemi del Paese.
      Ma il Governo può ignorare la concertazione, soprattutto dopo i risultati elettorali?
      I risultati elettorali hanno fatto scattare un cartellino giallo per la politica economica e sociale del Governo. Ed è bene riflettere su quello che hanno pensato gli elettori, soprattutto dopo aver tanto detto che a loro si deve rispondere.
      Cosa hanno detto gli elettori?
      Che non vogliono la riduzione delle tasse, non vogliono che si ridimensioni lo stato sociale, hanno chiesto politiche di sviluppo e certezze per il loro futuro. Un messaggio chiaro per il Governo e parzialmente anche per l’opposizione, altrimenti certe aree più massimaliste non avrebbero avuto il successo che hanno ottenuto. Del resto, è quanto accaduto in tutta Europa. Blair, Schroeder, Chirac hanno avuto problemi con il sindacato e sono stati segnati dagli elettori. Lo ripeto, è la concertazione la strada da seguire. Nell’immediato, cosa dovete fare?
      Abbiamo la piattaforma che è stata presentata al Governo. È ancora valida, dobbiamo confrontarla con le nostre controparti e poi discuterla con il Governo. Ma parallelamente dobbiamo elaborare un nuovo modello di contrattazione.
      Il dialogo con la Cgil crea problemi?
      Io credo che esistano le condizioni per una convergenza con Cgil e Uil. La Fiom è un problema di Cgil, non nostro. L’obiettivo è arrivare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici con un nuovo sistema contrattuale. Altrimenti rischiamo di ripetere gli errori di due anni fa.