“Intervista” Pezzotta: «In gioco la nostra sopravvivenza»

01/10/2003



      Mercoledí 01 Ottobre 2003

      INTERVISTA


      «In gioco la nostra sopravvivenza»


      Il leader della Cisl Pezzotta: il messaggio TV in piena trattativa ha mortificato tutte le rappresentanze sociali


      ROMA – «La legittimità del parlare alla nazione nessuno la mette in discussione. Turba che durante un confronto ancora non concluso, il premier decida di saltare ogni mediazione descrivendo ai cittadini delle soluzioni ammantate di equità. E dicendo che chi è in disaccordo, inganna». Savino Pezzotta, leader della Cisl, alla fine ha scelto la via della conflittualità. «Noi non possiamo essere annoverati tra gli ingannatori. Noi siamo quelli che hanno detto sì a tre riforme delle pensioni. Il problema è che ora si interviene sulla previdenza per gestire una situazione economica preoccupante di cui bisognerebbe determinare le responsabilità».
      È questo il dialogo sociale?
      Non siamo passati dalla concertazione al dialogo sociale ma a qualcos’altro che non so dire. Qualcosa che non tiene conto delle mediazioni, dei corpi intermedi, delle rappresentanze. Qualcosa che sta portando verso un impoverimento del metodo democratico. Non alla fine della democrazia ma a un impoverimento del pluralismo democratico che è una ricchezza.
      Si accorciano le distanze tra eletti e cittadini…
      È una versione della democrazia che mi sembra limitativa. Certo, a chi viene eletto spetta la responsabilità di decidere ma in un sistema maggioritario, chi governa non sempre rappresenta la maggioranza: proprio questa consapevolezza, più che in un sistema proporzionale, deve portare al rispetto del ruolo delle rappresentanze sociali perché completano quello che il voto non riesce a includere. Questo è il problema che si pone oggi al mondo politico e sindacale.
      Cioè?
      Qui si va ben oltre la contingenza delle pensioni o della Finanziaria. Si deve riflettere se si vuole consolidare un modello di cui il discorso del premier è stato solo un primissimo assaggio. E decidere se si vuole ridurre la complessità di una società articolata e pluralista saltando ogni forma di mediazione. Il fatto che tutto questo accada ora che si sta discutendo di riforme istituzionali e di premierato, mi turba davvero.
      L’anno scorso la spaccatura sindacale, quest’anno si va avanti senza sindacati: tutto si tiene o è accaduto qualcosa di nuovo?
      Dentro questa maggioranza c’è una componente anti-sindacale, o meglio, c’è una componente che non ha il senso delle articolazioni della società italiana e tende a semplificarle. Cioè ad accorciare il rapporto tra chi viene eletto e i cittadini riducendo al massimo gli spazi partecipativi e di mediazione. Ma l’eccessiva semplificazione porta comunque conflittualità: non è vero che si ottiene una maggiore governabilità. Al contrario. E il problema è di tutti perché dal discorso del premier non ne è uscito mortificato solo il sindacato ma anche la rappresentanza imprenditoriale. Anche le imprese che non sono d’accordo con le misure del Governo ingannano?
      Teme un declino del sindacato?
      Le difficoltà oggi sono oggettive. Il rischio è che ci sia un tentativo vero di marginalizzazione del movimento sindacale. Noi lo scorso anno abbiamo vinto una battaglia: abbiamo evitato una bipolarizzazione del sindacato sugli schieramenti politici. Abbiamo vinto dimostrando di saper fare accordi con il Governo Berlusconi ma anche di saperli respingere, come sta accadendo oggi. Ora, bisogna capire se il modello di sindacato autonomo è accettato dalla politica, oppure, se la politica si vendica tentando di marginalizzare un soggetto autonomo. Presto scopriremo se la politica ha dentro di sè un’idea di un dominio morbido rispetto a tutto l’universo sociale.
      A gennaio ormai è scontata una verifica nel Governo, cercherete di giocare un ruolo per riconquistare spazi?
      Noi siamo fuori. Cerchiamo solo di diventare opinione pubblica, di offrire un giudizio che poi aiuta a fare delle scelte. Non possiamo fare appelli a reti unificate ma possiamo fare centinaia di assemblee, manifestazioni. La nostra risposta non sarà solo muscolare ma di intelligenza: dobbiamo provare che il sindacato è vivo e non è conservatore. Rimettere in campo l’idea che "riforma" non vuol dire peggioramento ma miglioramento delle condizioni di vita. Il Governo, invece, fa una controriforma che non porta equità e aggrava il conflitto generazionale.
      Ora, nel sindacato c’è più la sindrome-Scargill o la voglia della spallata ’94?
      Né l’uno, né l’altro. Nel sindacato c’è la consapevolezza di quello che sta accadendo e la volontà di far fallire il tentativo di indebolire la sua rappresentanza. Il nostro problema è la tutela di alcuni ceti: i giovani, i precari, il lavoro dipendente, cioè tutti quelli che stanno pagando il peggioramento della situazione economica. Marginalizzare il sindacato vuol dire marginalizzare questi ceti. Dall’altra parte ci sono i protetti: quelli dei condoni fiscali, edilizi, delle tasse di successione.
      LINA PALMERINI