“Intervista” Pezzotta: gli imprenditori italiani non possono restare indifferenti

02/12/2002





2 dicembre 2002

L’INTERVISTA
«La ricapitalizzazione non basta. Servono soldi, non si può escludere l’ingresso dello Stato nella società»

Pezzotta: gli imprenditori italiani non possono restare indifferenti

Con la devolution c’è il rischio che aumenti ancora il divario fra le regioni ricche e quelle povere

      ROMA – Savino Pezzotta dice che gli appelli non sono il suo forte. E in effetti quello che il segretario generale della Cisl rivolge agli industriali più che a un appello assomiglia a una sfida: «Ma di fronte alla crisi Fiat l’imprenditoria italiana rimane indifferente?».
      Al presidente della Confindustria staranno fischiando le orecchie. Venerdì il capo dello Stato ha chiesto «uno scatto d’orgoglio» per lo sviluppo, e adesso lei…
      «Il richiamo di Ciampi è opportuno e condivisibile. Per quanto riguarda la Fiat, come si fa a pensare che la mancata soluzione della crisi non sia un problema per tutta l’impresa italiana? Dovrebbe essere ben chiaro agli industriali».

      Ma chi spera che in una situazione del genere possa arrivare a togliere le castagne dal fuoco?

      «Andiamo per ordine. Il piano che ha portato la Fiat non è un piano di rilancio. Si configura piuttosto come una semplice operazione di razionalizzazione dell’esistente. Non c’è una sola indicazione che ci rassicuri sul futuro».

      E allora?

      «Occorre verificare le disponibilità finanziarie che l’azienda è disposta a mettere in campo per gli investimenti. La recente ricapitalizzazione non basta. Servono più soldi».

      O li tirano fuori gli azionisti, o li deve mettere qualcun’altro. Se non altri imprenditori, magari il governo, come si sostiene nel sindacato. E’ così?

      «Eviterei di rincorrere fantasie. Non puntiamo alla nazionalizzazione della Fiat. Però vogliamo che il governo valuti con attenzione quali strumenti può utilizzare per il rilancio dell’auto. Ecco perché non si può escludere un intervento dello Stato nel capitale, come in Francia. Il fatto è che prima di ogni cosa bisogna capire se il Paese, e quindi il suo governo, vuole mantenere un’industria dell’automobile oppure no. E questo non è affatto chiaro».

      Sul «Corriere» Pietro Ichino ha argomentato che la rigidità del sindacato ha contribuito alla crisi della grande impresa. E si è interrogato provocatoriamente sul perché abbiano rigettato l’offerta del sindaco di Milano di dare licenze per taxi agli operai di Arese. Ecco, perché?

      «Adesso basta. Questa storia della flessibilità comincia a puzzare. Non si può pensare di risolvere il problema della Fiat con la flessibilità. Sarebbe bene che chi ne parla così spesso precisasse pure che la flessibilità non è un fine, ma soltanto un mezzo. Il problema della Fiat adesso ha poco a che vedere con questo: alla Fiat servono innanzitutto più soldi per fare gli investimenti».

      Ma l’introduzione di maggiori flessibilità anche contrattuali non potrebbe essere una soluzione?

      «Per discutere delle eventuali soluzioni, prima di tutto è necessario che l’azienda presenti un altro piano industriale. Certamente escludiamo la cassa integrazione a zero ore, e che si possano fermare i siti produttivi. Ma, ripeto, anche il governo deve decidere. Capisco che ha il problema di non far lievitare tensioni sociali. Ma la realtà è che deve decidere…».

      Incertezza sulla Fiat, certezza invece su un tema come la devolution, che non piace alla Cisl. Per questo è così irritato con il governo?

      «Se è per questo, siamo stati molto critici anche sulla riforma federalista del precedente governo di centrosinistra. Allora dicemmo chiaramente che introducendo quelle modifiche al titolo V della Costituzione si sarebbero creati in Italia 20 mercati del lavoro diversi: un modo per introdurre ulteriori rigidità».

      Già, ma ora avete organizzato un appuntamento nazionale per il 5 dicembre, contro la devolution e la Finanziaria che penalizza il Mezzogiorno
      .
      «Con la riforma che ora vuole fare il governo di Silvio Berlusconi il rischio è che si approfondisca pericolosamente il divario fra le regioni ricche e quelle povere. La devolution non è utile né sana».

      Sembra in perfetta sintonia con i centristi del Polo. E’ solo un’impressione?

      «Non tutti i centristi la pensano così. E poi la nostra posizione viene da molto più lontano. Ma chi la pensa come noi sta anche nei Ds, nella Margherita, o dentro An».

      Lei ha spesso accusato Sergio Cofferati di far politica. Ma lo scorso fine settimana si è chiuso due giorni a Saint Vincent con i politici, a parlare di politica. Non si è sentito un po’ in contraddizione?

      «Niente affatto, perché il sindacato non c’entra nulla. La Fondazione Donat Cattin, che ha organizzato quel convegno, non è della Cisl: esiste da tempo per mantenere vivo il pensiero del cattolicesimo sociale. E’ stato un incontro
      bipartisan , fra persone di schieramenti diversi che pensano che il bipolarismo debba diventare un sistema normale, senza i radicalismi e le contrapposizioni violente a cui purtroppo siamo abituati. E che su alcune questioni ci possano magari essere dei punti d’incontro».
      E questa non è politica?

      «Alla Cisl può interessare che la dialettica non sia radicale, che faciliti il confronto. Così come penso che riforme come quella federalista non si possano fare a colpi di maggioranza, ma con un meccanismo che coinvolga anche le parti sociali. Il dialogo senza strattoni serve a tutti».

      Anche ai sindacati? Tranne che sulla Fiat (per ora) non avete fatto che litigare con la Cgil
      .
      «Il 5 dicembre parleremo anche di nuovo modello contrattuale, e io sono per trovare un’intesa con le altre confederazioni. Serve una proposta unitaria».

      Davvero la crede possibile?

      «C’è un problema, che comunque va affrontato. Vogliamo ragionarci insieme o no? Oppure vogliamo dividerci ancora come nel caso del contratto dei metalmeccanici?».
Sergio Rizzo


Economia