“Intervista” Pezzotta: «Digiuno, perché la pace è possibile»

04/03/2003

          4 marzo 2003

          L’opinione pubblica è un freno formidabile ai rischi di guerra:
          non dividiamola non indeboliamola per interesse particolare
          La gente meglio della politica avverte che il mondo è cambiato
          e che nell’epoca della globalizzazione i rapporti devono mutare
          «Digiuno, perché la pace è possibile»
          Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, parla da cristiano del suo impegno

          MILANO «Buona cosa è la preghiera con
          il digiuno e l’elemosina con la giustizia».
          Così predica l’Antico Testamento
          e Savino Pezzotta vuol essere un buon
          cristiano, s’attiene al precetto nel mercoledì
          delle Ceneri, segue l’invito del
          Papa a pregare per la pace e invita quanti
          nella sua organizzazione seguiranno
          il suo esempio a un passo oltre la preghiera:
          l’elemosina con la giustizia, «dare
          il corrispondente di un pasto per un
          progetto di cooperazione che il nostro
          istituto di cooperazione internazionale,
          l’Iscos, promuove nel Kurdistan irakeno, per
          l’assistenza e l’accompagnemento dei bambini».
          Il corrispondente è calcolato in circa venti euro.
          Il segretario della Cisl ieri era a Torino, ha
          partecipato a un incontro sulla «pace possibile»:
          «La pace non è solo possibile – ha spiegato
          - ma necessaria e oggi lo dimostra anche il fatto
          che lo stesso Saddam Hussein ha cominciato a
          modificare, seppure leggermente, le proprie posizioni.
          La pace vince, se nell’opinione pubblica cresce la
          volontà di fermare la guerra».
          Segretario Pezzotta, che valore attribuire
          al digiuno? Tanti, pure non cristiani, atei dichiarati,
          hanno manifestato l’intenzione di digiunare…
          «Per noi cattolici il primo giorno di Quaresima è un
          giorno di digiuno. In questa circostanza assume una
          caratterizzazione particolare perchè il papa gli
          ha assegnato una caratterizzazione particolare,
          per la pace, perchè la pace va
          costruita anche dentro di noi. La pace
          interiore, pur vivendo di inquietudini,
          di indignazione, di sdegno, deve crescere».
          Esclude la politica?
          «Non sono in pochi coloro che hanno
          visto solo la politica. Mentre secondo
          me il disegno si colloca in un altro
          ambito, in un’altra dimensione, in una
          sorta di disarmo interiore nei confronti
          dell’odio, della violenza, di quella volontà
          di potenza, anche nel senso del consumismo,
          che pure allignano dentro il cuore delle persone.
          Il digiuno e la preghiera sono la via per costruire
          quella pace interiore che ci rende liberi dal
          possesso, dal consumare, dal dominare,
          che ci permette di riconoscere il valore
          dell’interiorità».
          Non è solo dei cattolici questo percorso…
          «Non è questione d’obbedienza alla
          mia chiesa. E infatti dicevo del valore
          dell’interiorità. Il digiuno non è prerogativa
          della religione cattolica. Quasi
          tutte le religioni evocano dentro di sè il
          senso del digiuno che è il senso del distacco.
          Gandhi era un digiunatore…
          Non mi considero un pacifista, mi considero
          un pacifico e per essere pacifici
          bisogna anche inseguire la purificazione
          dei mezzi… Gandhi appunto che ci
          insegnò la coerenza tra i fini e i mezzi
          che si mettono in campo. Il digiuno
          aiuta la pacificazione interiore. Il guerriero
          deve essere forte e sazio. Se non è
          sazio come può combattere? Assumere
          la debolezza come valore: la limitazione
          diventa la forza che innesta il cambiamento,
          un mutamento dentro di sè che
          provoca il mutamento degli altri…».
          Qui si parla di rivoluzione…
          «Questo non lo so. Io non sono un
          rivoluzionario. Sono un povero cristiano».
          A capo di una grande forza…
          «Seguiamo Gandhi. Gandhi è l’emblema
          della debolezza e della mitezza
          che diventano protesta, diventano politica…
          Dimostrando che la politica non
          è solo forza. Sono sempre affezionato
          alla idea della politica come amicizia.
          Non mi va il concetto che domina nel
          nostro paese: la politica è nella coppia
          amico – nemico. Vorrei credere che la
          politica sia essenzialmente amicizia:
          amicizia verso gli uomini, amicizia verso
          la polis. Se vogliamo che politica diventi
          amicizia la mitezza diventa la strada
          maestra… Questo non vuol dire ne-
          Lei si definisce pacifico e non pacifista.
          Perchè?
          «Perchè vedo nel pacifismo come
          nei pacifisti molta ideologia. Non condanno.
          Ma vorrei che chi vuole la pace
          fosse libero dall’ideologia della pace.
          La pace vive nelle contraddizioni e le
          contraddizioni bisogna attraversarle…».
          In questa visione pacifica, quali esempi
          ha seguito?
          «Il primo è Francesco. Poi per avvicinarmi
          ai nostri tempi, Gandhi. Francesco e Gandhi
          sono riusciti a diventare una icona di quello
          che si dovrebbe essere, un’icona della coerenza
          tra i fini e i mezzi.
          Non c’è contraddizione tra la loro vita e l’obiettivo
          che perseguono…
          Per carattere sono uno che si arrabbia.
          Quindi sono lontano da quell’idea.
          Dovrei ricordare padre Charles de Foucault…».
          Il creatore dei “piccoli fratelli di Gesù”,
          che raccomandava: la vita vivila nel luogo
          più utile al prossimo. Non ha ricordato
          Capitini, che le bandiere della pace
          di questi giorni hanno invece
          tanto ricordato?
          «L’ho conosciuto poco. Ha espresso
          una visione laica di tipo gandhiano,
          era un antimachiavellico e più volte lo
          dice. Sono uomini che appartengono a
          una dimensione che molti definirebbero
          prepolitica e che andrebbe considerata
          posto politica, avanti alla politica, nel
          senso che trascina la politica…».
          Anche questo digiuno quaresimale
          trascina la politica?
          «È un digiuno che sta dentro le cadenze
          del tempo di un credente, ma si
          fa con l’obiettivo della pace e per questo
          si riverbera sulla politica. Non lo
          assumerei come politico in senso stretto».
          Cioè nel senso della bassa politica.
          Come giudica il comportamento
          della Chiesa in questa vicenda?
          «Mi sembra che dalla Pacem in terris
          in avanti l’impegno della chiesa sia
          stato sempre alto. Le posso dire nel mio
          ufficio conservo una copia originale dell’Italia,
          il giornale cattolico, che pubblica
          ad esempio una nota di Benedetto
          XV contro la prima guerra mondiale.
          L’attenzione s’è accentuata perchè i rischi
          sono aumentati. Nella globalizzazione
          le guerre non sono più locali, sono
          sempre globali, anche quelle piccole.
          La chiesa ha nel suo dna l’universalità e
          avverte più di tutti i pericoli cui andiamo
          incontro».
          Dalla Pacem in terris alla Populorum
          progressio, coniugando
          due termini: pace e progresso…
          «La Pacem in terris individuava nel
          superamento delle ingiustizie la condizione
          della pace. Paolo VI ha ampliato
          il concetto e lo ha arricchito: il progresso
          dei popoli sta nella pace e la condizione
          della pace è la giustizia. Il problema
          che abbiamo di fronte è proprio quanta
          giustizia riusciamo a creare. Ognuno di
          noi ci prova, in ognuno di noi ci dovrebbe
          essere tensione verso la gistizia e
          l’uguaglianza. Seguiamo il sentiero di
          Isaia: le spade diventeranno vomeri e i
          ragazzi non si eserciteranno più nell’arte
          della guerra. Da questo punto di vista
          bisognerebbe anche riflettere se non sarebbe
          stato un bene sostituire un servizio
          di leva obbligatorio con un servizio
          civile obbligatorio. Perchè non insegnare
          ai ragazzi a mettere un parte della
          loro vita al servizio della comunità in
          cui vivono?».
          Lei ha visto l’Italia imbandierata
          di queste settimane…
          «Ho visto crescere un comune sentimento
          di pace. La gente avverte più
          della politica che il mondo è cambiato e
          avverte che nell’epoca della globalizzazione
          le cose devono mutare. Il problema
          è di non appropriarsi di questo movimento,
          di aiutarlo a crescere. Vedo
          invece che troppi vogliono ficcare le loro
          bandiere nelle bandiera della pace.
          Io direi che dovremmo astenerci. Dovremmo
          accompagnare questo movimento
          e compiere tutti quei gesti che
          non lo dividono. Lo dico perchè nelle
          democrazie l’opinione pubblica e il consenso
          generale pesano davvero. Dobbiamo
          impedire che questo peso venga meno,
          sacrificato alle nostre identità, soprattutto
          quando si parla di pace…».
          È un messsaggio? Anche per
          l’amico Cofferati?
          «Prima di mandare messaggi ad altri,
          mi rivolgo a me stesso».