“Intervista” Pezzotta: «Attenti al conflitto sociale»

09/09/2003



      Martedí 09 Settembre 2003

      intervista


      Pezzotta: «Attenti al conflitto sociale»

      Conti e Welfare – Il leader Cisl attacca il Governo: è paralizzato dai conflitti interni, prima chiarisca la linea da scegliere e poi tratti

      MASSIMO MASCINI


      ROMA – Il clima sociale del prossimo autunno dipende solo dal Governo, che deve decidere come comportarsi. Savino Pezzotta non è più tranquillo dopo le assicurazioni di Giulio Tremonti sul rinvio degli effetti di una riforma previdenziale al 2008, ne ha viste troppe. Per lui la riforma della previdenza non è una priorità e dietro il polverone sollevato dal Governo sulle pensioni vede solo una profonda carenza di idee e proposte sui temi veri del confronto, il Mezzogiorno, la ricerca, le infrastrutture. Ma se la politica dei redditi e la concertazione spariscono, ammonisce il segretario generale della Cisl, c’è il pericolo di una ventata salarialista. Perché, sostiene Pezzotta, la Cisl difenderà i salari a tutti i costi. Pezzotta, si sente rassicurato dopo le parole del ministro del Tesoro che ha escluso interventi a breve per le pensioni? Rassicurato certamente no. Voglio vedere le carte del Governo, se esistono. Dopo mesi e mesi in cui si è andati da una proposta a un’altra, da una ristrutturazione ai tagli, adesso non mi fido più delle parole. Voglio vedere delle carte. Il prossimo autunno sarà caldo o freddo? Bisogna chiederlo a Berlusconi, non a me. Tutto dipende da loro. Le posizioni del sindacato le conoscono bene, o ne tengono conto o non ne tengono conto. Io mi comporterò di conseguenza, facendo il mestiere che conosco, quello del sindacalista.
      Quindi non si sa se all’orizzonte c’è o meno uno sciopero contro il Governo?
      Non si può sapere. Io so che la Cisl non ha cancellato dal suo lessico la parola sciopero. Al momento tra la gente, tra i lavoratori c’è un forte malumore, che il sindacato ancora sta governando. Certo non voglio sprecare le grandi potenzialità di lotta del movimento sindacale. Vedremo cosa succederà. Posso dirle che se toccheranno le pensioni, allora sarà sciopero.
      Ma questa riforma delle pensioni non serve?
      Il viceministro al Welfare Alberto Brambilla ci ha detto che non c’è bisogno di un intervento immediato. Adesso dicono che gli effetti della riforma comunque varranno a partire dal 2008. Ma allora mi devono spiegare perché devo contrattare ora quello che varrà solo tra qualche anno? La riforma Dini prevedeva un confronto tra Governo e forze sociali per verificare se la riforma avesse funzionato o meno. Ma non se ne è fatto nulla, il Governo non ne ha fatto nulla.
      Lo stesso Governo che a luglio ha detto che la legge finanziaria sarebbe stata costruita assieme alle forze sociali, che sarebbe stata ripristinata la concertazione.
      Lo ha detto, poi ci ha proposto di aprire undici tavoli di confronto, e questo a mio avviso è proprio il modo per fare tutto il contrario di quanto si era annunciato.
      Undici tavoli, tra l’altro mai partiti.
      Nulla è partito. Penso che il problema sia lo stesso sistema politico, con queste coalizioni così disparate non è facile dialogare. Tanti partiti che devono prima trovare un accordo tra loro e poi discuterlo con le forze sociali. Ma non è detto che quello che va bene ai partiti vada bene anche al sindacato.
      Un sistema da rivedere?
      Mi sembra che invece di attenuare i problemi questo sistema li faccia aumentare. Non è una novità, è già successo con altri partiti, tutti diversi da questi che sostengono il Governo.
      È il bipolarismo che non funziona?
      Questo bipolarismo non funziona a dovere. Come si fa a discutere quando un piccolo partito della maggioranza afferma che è lui che difende le pensioni di anzianità e i periodi di accesso al pensionamento anticipato? È possibile che in queste condizioni io poi sia chiamato a discutere un accordo che riforma le pensioni a partire dal 2008? Ma se lo facciano loro l’accordo. E, soprattutto, ognuno faccia il proprio mestiere. Io faccio il mio, difendo i lavoratori, tutti i lavoratori. Ma come dico io. Quindi niente riforma previdenziale? Io dico che si sta mettendo in crisi l’asse portante della coesione sociale, la concertazione. Ma attenti, perché non è che dietro la concertazione non ci sia più nulla. Io i salari li debbo difendere e se non c’è una politica dei redditi vuol dire che attuerò una politica salariale che comunque difenda i salari. Ripeto, ci stiamo infilando in una situazione pericolosissima.
      C’è il rischio di una forte ventata salarialista?
      Il sindacato non può assistere inerte vedendo i prezzi che crescono e i salari che restano immobili. Se lavoratori e pensionati non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, e in più vedono i loro risparmi diventare sempre meno produttivi, io devo rivendicare un equilibrio tra prezzi e salari. Anche perché qui non siamo di fronte alla normale spirale degli anni 80 tra prezzi e salari, qui sono i prezzi che salgono sui prezzi. Serve un tavolo di politica dei redditi, la situazione sta scivolando di mano, già adesso un recupero è difficile.
      La Confindustria dice che la riforma previdenziale serve per far crescere la competitività.
      Non ho capito bene che cosa c’entra la cassa della previdenza con gli interventi a sostegno dello sviluppo. Sono sempre state due cose distinte, nessuno ha mai pensato che la previdenza potesse diventare il salvadanaio cui poter attingere. Perché se così fosse, allora salterebbe tutto. Ma l’accordo con Confindustria sullo sviluppo regge? Cartamente. Il punto è che lo abbiamo inviato al Governo, chiedendo un confronto, ma non abbiamo avuto risposta. Non volevamo che fosse recepito in toto, ma almeno che fosse oggetto di un confronto. Così non è stato. Non abbiamo parlato di sviluppo, non abbiamo parlato di politica economica. Si è parlato solo di pensioni. È automatico allora il dubbio che sia stato sollevato questo polverone su un problema non prioritario per nascondere la carenza di proposte sui problemi veri, quelli che stanno a cuore alla Cisl, il Mezzogiorno, la ricerca, le infrastrutture.
      Il sindacato si prepara a momenti difficili, come confermano anche le contestazioni alla Festa dell’Unità, ma intanto si indebolisce. Il dialogo con la Cgil è sempre più tenue.
      Non commento più nulla, non ne vale più la pena. La Cisl va avanti da sola, per la sua strada. Io ho fatto il sindacalista in questi mesi, tutti me lo hanno riconosciuto. Vorrei solo che qualcuno prendesse posizione, ogni tanto, quando serve. Comunque, noi andremo avanti con serenità, se ci incontreremo ancora con gli altri, bene, se non li incontreremo faremo da soli. Non ci spaventiamo per questo.