“Intervista” Pezzotta: abbassiamo i toni, le riforme senza consenso non funzionano

25/03/2002






Il leader della Cisl apre anche alla Cgil: dopo avere mostrato i muscoli è il momento di tornare a trattare

Pezzotta: abbassiamo i toni, le riforme senza consenso non funzionano

      ROMA – «Ognuno ha mostrato i propri muscoli. Con le manifestazioni, i cortei, le dichiarazioni. Ma poi viene sempre il momento di decidere cosa fare. E credo che questo momento sia arrivato». Il giorno dopo la grande manifestazione della Cgil, Savino Pezzotta crede «che bisogna ricominciare a ragionare, perché i lavoratori e il Paese ne hanno bisogno». Senza pensare, dice il segretario della Cisl, «che dopo lo sciopero generale ci sia il buio». Ha detto che si deve ripartire dal Libro bianco. Da quale capitolo, concretamente?
      «Credo che come prima cosa sia necessario togliere quello che impedisce di ripartire».

      Scommetto che è ancora la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

      «Scommette bene. Bisogna che il governo si convinca. Lo sanno benissimo che non produrrà gli effetti riformistici che gli attribuiscono. E’ diventato un impedimento al dialogo sociale, ad affrontare le questioni vere del mercato del lavoro e della modernizzazione. L’incaponirsi a non voler togliere di mezzo quella questione vuol dire che non si ha la volontà di fare le riforme. Ormai la leggo così»

      Il governo sostiene che le riforme si possono fare anche senza il consenso del sindacato.

      «Le faccia. Finora le riforme senza consenso non hanno mai funzionato. Nessuno dice che il governo non ha il diritto di governare. Tutt’altro. Ma il governo deve tenere anche conto di quello che succede in giro, di come la pensano le rappresentanze…».

      Il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, dice che la concertazione, per come è stata concepita finora, è morta. Lui preferisce il dialogo sociale.

      «Ma, per com’è fatto ultimamente, questo non si può certo considerare dialogo sociale».

      E com’è fatto ultimamente?

      «E’ fatto che avevo risposto al governo che andavo a trattare e poi sono rimasto con il cerino in mano. Tanto per dirla con chiarezza, il tavolo della trattativa non l’ho sfilato io. Avevamo due mesi di tempo o no? Come mai in 15 giorni si è tornati sull’articolo 18 e si è detto: "Prendere o lasciare?" Se questo è il dialogo sociale… E se Umberto Bossi dice che è colpa della Cisl, come ha fatto ieri, sono prove di dialogo o di scontro?».

      Il governo ha sempre detto che la modifica all’articolo 18 era irrinunciabile. Non lo sapevate?

      «E lei sa perché è stato fatto tutto questo casino? Sa quante cause di lavoro per licenziamenti ingiustificati con obbligo di reintegro ci sono state nell’ultimo anno?».

      Si dice molto poche.

      «Mi hanno detto 92. Le sembra un numero che giustifica un irrigidimento come quello del governo? Chi ha scelto lo scontro è chi ha deciso di porre un problema sul quale si sapeva che tutto il sindacato non era d’accordo. E, siccome concretamente la modifica all’articolo 18 non cambierà nulla, allora la tolgano, e si riparta dal Libro bianco».

      Il governo non stralcia la norma sull’articolo 18. Che succede?

      «Lo sciopero generale, mi pare ovvio. Dico che lo sciopero generale è anche una risposta al terrorismo, perché dimostra che si possono contrastare le azioni contrarie agli interessi dei lavoratori esercitando un diritto garantito dalla Costituzione. Sarebbe sbagliato che di fronte all’irrigidimento del governo il sindacato rinunciasse allo sciopero perché c’è il terrorismo. Il passo avanti è che ora io offro al governo di ripartire da una cosa sulla quale il terrorismo ha sparato: il Libro bianco».

      E chiede di azzerare tutta la delega.

      «Si fa un’altra agenda. Noi siamo disposti a sederci e trattare».

      E parlare di tutto, anche di flessibilità in uscita?

      «Di quello che c’è nel Libro bianco, poi lì diremo dei sì e dei no. La riforma della flessibilità in uscita non va fatta toccando l’articolo 18, ma riformando gli ammortizzatori sociali».

      Cos’ha cambiato la manifestazione di ieri?

      «Per me nulla».

      Schiacciato dalla Cgil da una parte e dal governo dall’altra, forse il sindacato più moderato non si sente in difficoltà?

      «Non parlerei di sindacato moderato, ma di sindacato dell’autonomia. Certo che c’è qualche problema, perché non ha amici né a destra né a sinistra. Ma la strada del riformismo sindacale è la più difficile. Il problema del sindacato è se scegliere di stare con una parte, come avviene in Europa, dove il sindacato è collateralmente legato a una delle parti, oppure se la scelta più razionale, ma faticosa, ed è quella che tenta di fare la Cisl, è non essere legato a nessuno. Noi non vogliamo essere né il sindacato del centrosinistra né del centrodestra. Siamo una rappresentanza sociale e basta».

      La Cgil ha detto chiaramente che il Libro bianco non gli piace. Ripartire da lì non è tagliare oggettivamente fuori dal tavolo della trattativa Sergio Cofferati?

      «Parto dal Libro bianco non perché voglio escludere qualcuno, ma perché lì ci sono cose che mi interessano e altre che respingerò. Ma è possibile che il sindacato, anche quello che ha respinto da subito il Libro bianco, non ritorni insieme a ragionare su queste cose? Vogliamo continuare a restare fermi in attesa di tempi migliori? Attenzione, perché il sindacato ha tempi brevi, che non sono quelli della politica».
Sergio Rizzo