“Intervista” Pelati: «Coin esce dall’industria»

17/11/2003



      Lunedí 17 Novembre 2003


      «Coin esce dall’industria»

      Rilanci – L’a.d. Pelati tratta la liquidazione di Manifatture di Fara


      Liquidare la controllata Manifatture di Fara e verificare le intenzioni del partner svizzero Globus, mantenendo il massimo dell’attenzione sull’Italia, dove le insegne storiche traineranno i conti del 2004 verso l’utile d’esercizio: Fernanda Pelati, dallo scorso febbraio amministratore delegato del gruppo Coin, ha dovuto scegliere una cura da cavallo per guidare il gruppo distributivo veneziano fuori dalla tempesta. Anche se questo ha richiesto la cessione o la conversione di asset come Bimbus e Kid’s Planet, mentre ora è tempo di liquidare la controllata Manifatture di Fara (120 addetti). La società vicentina ha prodotto nell’ultimo biennio perdite (ante-gestione straordinaria) di 2,35 milioni. Contestualmente Pelati punta alla valorizzazione delle insegne storiche del gruppo: Coin per il target medio-alto e Oviesse per il medio-basso. Le due insegne sono per Sita-Nielsen leader italiane nella distribuzione di abbigliamento con un quota complessiva di mercato del 3,75 per cento. «La strategia di rifocalizzazione – spiega l’ex top manager di Ikea – comprende sia l’Italia che le insegne "core" ed è per questo che Bimbus e Kid’s Planet, prive di performance finanziarie, sono state eliminate. Quello del bambino è un business in cui Coin e Oviesse sono presenti da tempo, con Oviesse che è leader». Le mosse del nuovo management sono piaciute a Piazza Affari che da settembre, dopo il varo dell’aumento di capitale, ha spinto il titolo di oltre il 70 per cento.
      Cosa succede allo stabilimento della Manifatture di Fara, il braccio industriale del gruppo Coin?
      La società è in liquidazione: siamo retailer e ci concentriamo su questo. L’industria non c’entra niente.
      Nella semestrale si legge che modellistica, prototipia e gestione materiale passeranno alla controllata Sirema. E liquiderete il resto. Porterete le produzioni all’esterno?
      Con grande probabilità. Debbo però mantenere la massima riservatezza a causa delle difficoltà che accompagnano le procedure di liquidazione, di solito drammatiche. Quando tutti gli snodi saranno chiariti li comunicherò con la dovuta trasparenza. Puntate sull’Italia, ma nel primo semestre Coin e Oviesse hanno perso il 2,9%, più l’inflazione. Non è un bel segnale… Le cose non stanno così: a tutto ottobre abbiamo una flessione su base annua dell’1,6% che mi pare, considerato il momento, di grande tenuta. Se guardiamo al solo trimestre luglio-ottobre c’è una flessione di appena lo 0,6. È stato un anno difficilissimo, ma esistono i margini per recuperare: nel 2002, Germania a parte, le insegne Coin e Oviesse hanno portato un Ebitda di 130 milioni.
      Uscirete dalla Svizzera?
      Il capitolo dell’internazionalizzazione è congelato per i prossimi due anni. In Svizzera siamo presenti con 28 negozi attraverso un contratto di master franchising con Globus: i risultati sono positivi per Coin ma forse modesti e inferiori alle aspettative per il partner. Ora vogliamo capire quali siano le intenzioni del nostro partner.
      Potrebbe sciogliere l’accordo?
      Deve chiederlo a Globus.
      La ritirata dalla Germania quanto costerà?
      La chiusura della sede di Colonia e di 71 negozi costerà 142,6 milioni (vedi Plus dell’8 novembre, ndr). I rimanenti 17 punti vendita registreranno perdite operative intorno agli 8 milioni l’anno: un livello sostenibile per il conto economico.
      Ma li chiuderete?
      Abbiamo adottato una strategia di uscita dalla Germania e ovviamente anche questi negozi saranno oggetto di attenta valutazione e successiva dismissione.
      Nel primo semestre, la domanda di abbigliamento in Germania è calata di circa il 5%, ma voi avete perso il 22. Cos’è successo?
      Gli errori sono di tipo strategico: tre anni fa il gruppo Coin decise di entrare in Germania con una rete commerciale che non era coerente con il formato Oviesse, il marchio era completamente sconosciuto e anche le ubicazioni dei negozi erano assolutamente inadeguate. L’esperienza è stata vissuta con affanno, perché abbiamo aggiunto errori a errori.
      È una leggenda che si siano offerte taglie di capi d’abbigliamento inadatte ai tedeschi?
      Vero, verissimo. Dal punto di vista dell’offerta sono stati commessi due errori iniziali: uno di funzione e l’altro di mix. Abbiamo proposto uno sviluppo italiano delle taglie, ma i tedeschi sono diversi da noi. E poi abbiamo esportato in Germania un mix di offerta adatto al mercato italiano. Oggi offriamo taglie coerenti con il mercato tedesco, ma errori di questo tipo si pagano.
      Alcuni analisti stimano che ai 142,6 milioni vadano aggiunte le perdite correnti del 2003 e quelle del 2001-’02, sia pure al netto del badwill (avviamento negativo) di 62 milioni.
      Stiamo facendo i calcoli. È stata un’avventura onerosa: solo nel 2001-’02 abbiamo quasi toccato 200 milioni di perdite. Nella prossima trimestrale recepiremo tutti i costi straordinari della Germania: sarà un annus horribilis.
      E nel 2004?
      Torneremo in utile.
      Rimane il debito: qualcuno ritiene che si possa ripagarlo entro il 2007…
      Forse si fa riferimento anche all’effetto di scudo fiscale prodotto dalle perdite per le operazioni straordinarie in Germania: ci metterebbe nelle condizioni di non pagare tasse fino al 2007.

      EMANUELE SCARCI