Intervista. Parisi: “Nessun accordo segreto”

17/04/2001

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"Nessun accordo segreto
ma la Cgil sia più disponibile"

Parla il direttore generale della Confindustria, Parisi: non c’è la volontà di escludere Cofferati
l’intervista

VITTORIA SIVO


ROMA Vicenda intricatissima, questa dei contratti a termine. Ne parliamo con il direttore generale della Confindustria Stefano Parisi, cominciando dall’ultimo capitolo, ovvero dalla decisione di rinviare la trattativa al 20 aprile, accettando così la data indicata dalla Cgil.
E’ un ripensamento per far rientrare in gioco Cofferati, magari perché fra le 17 associazioni dei datori di lavoro è prevalsa la linea del «niente accordi senza la Cgil»?
«Non c’è mai stato nessun tentativo di esclusione, la storia di questa trattativa lo dimostra. E’ la Cgil che ha abbandonato il tavolo il 5 marzo scorso e il fatto che, dopo i nostri rinnovati inviti, abbia chiesto di spostare la data del nuovo incontro lo abbiamo voluto considerare un segno di disponibilità da cogliere. Speriamo di non sbagliare».
Sergio Cofferati denuncia l’esistenza di un accordo segreto che avreste già firmato senza la Cgil e agenzie di stampa ne pubblicano il testo. Allora, malgrado le smentite vostre e di Cisl e Uil, l’intesa era cosa fatta?
«Non abbiamo firmato nessuna intesa, né ci sono stati incontri segreti. Come sempre in questi casi ci sono contatti e confronti alla luce del sole; sono stati elaborati vari testi, quello uscito è solo uno dei tanti. Non vorrei che qualcuno perdesse di vista che lo scopo comune di questo negoziato è di aumentare la possibilità di utilizzo dei contratti a termine, come prevede la direttiva europea, peraltro concordata a Bruxelles dalla stessa Cgil. Sul numero del settimanale della Cgil «Rassegna sindacale» del 23 gennaio abbiamo letto l’articolo firmato dal segretario confederale Giuseppe Casadio che esaltava la preintesa che già allora avevamo raggiunto. Ebbene quell’intesa liberalizzava i contratti a termine in misura sicuramente superiore rispetto all’ipotesi su cui stiamo lavorando adesso».
Non è una forzatura fare adesso un accordo quando c’è tempo fino al 31 luglio per recepire la direttiva Ue?
«In gioco ci sono due partite importanti: in primo luogo una funzione moderna e avanzata del dialogo sociale e se i rappresentanti delle imprese e del lavoro rinunciassero a fare proposte in tal senso e delegassero questo compito alla politica farebbero un grave errore. In secondo luogo il fattore tempo: il contratto a termine è uno strumento straordinario per far crescere l’occupazione e fare incontrare domanda e offerta di lavoro. A tutti i giovani che cercano lavoro dobbiamo risposte tempestive. In un paese già da troppo tempo bloccato dalla lunga campagna elettorale, chi può lavorare deve continuare a farlo. E in più quale migliore occasione per le parti sociali di dimostrare la propria autonomia continuando a lavorare proficuamente per una proposta da offrire al nuovo governo, che sia del Polo o dell’Ulivo?».

Se è vero che, come molti sostengono, in Italia il lavoro è già abbastanza flessibile che senso ha la direttiva europea?
«Oggi il contratto a termine, assieme ad altre forme di lavoro flessibile, rappresenta i tre quinti delle nuove assunzioni e i progressi che questo governo sta avendo sul fronte dell’occupazione sono da attribuirsi in larga misura a questo tipo di contratti. Ci sono aziende che domandano lavoratori a tempo determinato, magari per affrontare nuove sfide sul mercato, e giovani che preferiscono sperimentare se stessi con un contratto a termine prima di passare ad assunzioni definitive. La direttiva comunitaria vuole semplicemente aumentare le occasioni di incontro fra le une e gli altri.».
Il fatto che le nuove assunzioni siano in gran parte con contratti flessibili non dimostra che siamo già a buon punto?
«Che l’Italia sia indietro è un fatto: il nostro lavoro flessibile, che dobbiamo smettere di chiamare atipico, rappresenta solo il 9% del totale degli occupati, contro il 13% della Germania, il 14% della Francia e il 32% della Spagna».
Da un anno a questa parte, con Antonio D’Amato presidente, i rapporti fra Confindustria e Cgil vanno di male in peggio. Perchè?
«Guai se non ci fosse un sano confronto dialettico fra Confindustria e sindacati. La verità è che in questi mesi Antonio D’Amato sta ponendo il problema della competitività come fattore vitale per la crescita dell’economia e dell’occupazione, assieme a grandi questioni come la lotta al sommerso e all’illegalità e un serio programma di sviluppo per la ricerca e l’innovazione. In tutta Europa i governi si misurano con problemi analoghi, con la collaborazione del mondo del lavoro. In Italia tutte le forze politiche e sociali si confrontano su questi temi. Solo la Cgil sembra volersi chiamare fuori. E ho il sospetto che dietro questo atteggiamento non vi siano soltanto ragioni sindacali».