“Intervista” Panzeri: un sindacato per i nuovi lavori

14/05/2003

              mercoledì 14 maggio 2003

              Panzeri: un sindacato per i nuovi lavori
              Il segretario della Camera del lavoro di Milano lascia
              dopo otto anni. «Sergio è testardo e coerente»

              Rinaldo Gianola
              MILANO Antonio Panzeri lascia la guida della Camera del lavoro di Milano, la più grande organizzazione sindacale territoriale del Paese con circa 240mila iscritti. Nella vulgata giornalistica Panzeri è diventato in questi ultimi mesi un «ex cofferatiano», «un riformista», «un fassiniano», «un dalemiano», tirato per la giacca di qua e di là da chi ha interesse ad estremizzare una vivace e costruttiva dialettica che ancora – e meno male! – si manifesta nella Cgil. In questi anni Panzeri ha visto la metamorfosi del tessuto economico di Milano che spesso, nella storia del Paese, anticipa le evoluzioni nazionali, con la scomparsa della grande industria tradizionale e l’enorme sviluppo
              dei servizi, del commercio, delle infrastrutture tecnologiche che
              hanno creato centinaia di migliaia di posti di lavoro “atipici”. E anche
              se non gli piace sentirselo ricordare, il riformista Panzeri è stato il vero
              leader dell’opposizione ai devastanti governi leghisti e di centrodestra.
              Panzeri, lei ha fatto politica per otto anni alla Cgil, ora può dare una mano ai Ds, all’Ulivo che ne hanno bisogno…
              «Calma, calma. Non nego che la Camera del lavoro sia stato un forte
              soggetto politico e abbia svolto, senza certamente volerlo, un ruolo di
              supplenza nella vita politica. Ma questo è dipeso dal fatto che a metà
              degli anni Novanta un’intera classe dirigente, politica e imprenditoriale,
              è stata cancellata sotto il peso degli scandali e della corruzione.
              I cittadini hano individuato anche nella Camera del lavoro, nella Cgil, un riferimento solido in un momento di enorme difficoltà, di sfaldamento dei riferimenti istituzionali».
              Mi riferivo anche al fatto che la Cgil milanese, che viene descritta tanto brava e moderata, è stata all’opposizione dei
              Bossi, dei Formentini, degli Albertini, dei Formigoni.
              «Questo dipende dalla natura, dalle funzioni di un grande sindacato
              confederale come la Cgil. Ma la nostra azione di contrasto è sempre
              stata accompagnata da proposte coerenti ed alternative a quelle che contestavamo. Abbiamo sempre cercato, anche nei momenti più difficili, di tenere un rapporto unitario con la Cisl e la Uil, perchè io parto dalla solida convinzione che i tre sindacati confederali stanno tutti nella stessa parte del campo. Poi si può anche litigare, ma bisogna sempre aver ben presente la priorità: la difesa dei lavoratori,
              di tutti i lavoratori».
              Eppure proprio lei e il suo amico Cofferati siete stati protagonisti della prima rottura del fronte sindacale sul famoso
              “Patto per Milano”…
              «Quel Patto, ideato e voluto dal direttore generale del Comune, Stefano Parisi, oggi direttore di Confindustria, era per la Cgil inaccettabile. Non garantiva i diritti fondamentali dei lavoratori, era un primo tentativo di bipolarismo sindacale. Quello che adesso lo stesso Parisi, con altri ex socialisti come Sacconi, cercano di praticare a livello nazionale, cercando di escludere la Cgil».
              Quel patto però fallì, primo perchè non funzionava, secondo,
              diciamo la verità, perchè mancava la firma della Cgil.
              «E’ vero. Ma la Camera del lavoro, dal giorno dopo la rottura ha
              ripreso a operare per tenere saldi i legami con Cisl e Uil, senza esasperare i contrasti, cercando sempre il terreno comune, e alla fine siamo arrivati alla definizione di un nuovo Patto per il lavoro, sottoscritto da tutti. Mai mollare. Per questo sono molto
              contento che Epifani abbia chiesto un incontro con Cisl e Uil per abbassare i toni e cambiare anche le parole, aggiungo io»
              Lei ha appena scritto il libro “Il lavoratore senza garanzia”.
              E’ questo il nostro futuro?
              «Bastano pochi numeri per capire. Alla Camera del lavoro di Milano
              la categoria più numerosa non è più quella dei metalmeccanici, ma i lavoratori del terziario. A Milano oggi ci sono circa 300mila lavoratori co.co. co. e interinali, una massa di “atipici” che non ha diritti, non ha
              tutele, non ha contratti sicuri. E il sindacato non sa nemmeno dove andarli a trovare. Una volta l’azione sindacale si svolgeva in fabbrica, i
              lavoratori concentrati tutti nello stesso posto. Ma adesso come si fa a
              trovare gli “atipici”? Bisogna andarli a cercare uno per uno, a casa loro».
              E allora?
              «Io vedo due esigenze per questa massa di lavoratori. Primo: sono senza diritti e qualcuno si deve battere per tutelarli. Secondo: i co.co.co., gli “atipici” hanno bisogno di formazione continua per passare da un posto all’altro, stando al passo del mercato,
              altrimenti vengono emarginati. Possiamo pensare noi sindacati di
              offrire, anche attraverso un nuovo quadro legislativo, garanzie di reddito e processi di formazione? Io penso che questa sia la prossima battaglia della Cgil».
              Da questa considerazione ne consegue che lei non condivide
              il referendum sull’art.18.
              «Al direttivo della Cgil ho detto quello che pensavo. Non mi piace il
              referendum, penso che non sia coerente con la strategia della Cgil sul
              tema dell’estensione dei diritti»
              Questo significa un suo distacco dalla Cgil?
              «Neanche per sogno. Sono convinto che questo Paese dovrebbe ringraziare la Cgil per quanto ha fatto per risanare i conti e aggangiare l’Europa. Tutti, compresa la Confindustria, dovrebbero ringraziarci».
              Il suo amico Cofferati ha detto che non voterà…
              «Penso che sia stata una scelta sofferta, ma coraggiosa. Sergio è testardo, gli riconosco una grande coerenza».