“Intervista” Panzeri: nella Cgil dobbiamo alzare la guardia

04/11/2003




martedì 4 novembre 2003

L’INTERVISTA

Panzeri: sì, nella Cgil dobbiamo alzare la guardia

«È demenziale associarci all’eversione ma nessuno deve sottovalutare i casi dei tesserati arrestati»

      MILANO – Definisce «semplicemente demenziale» l’idea che qualcuno possa associare il sindacato al terrorismo: «La nostra storia e i nostri caduti sono un biglietto da visita inequivocabile». Ma questo non gli impedisce di esprimere tutta la sua preoccupazione, il suo allarme, per gli ultimi sviluppi delle inchieste D’Antona e Biagi. Due nomi, in particolare, lo turbano profondamente: quelli di Bruno Di Giovannangelo, il «postino» pisano che era addirittura in lista per le elezioni delle Rsu, e quello di Marco Mezzasalma, tessera Fiom in tasca. Due volti che riportano in primo piano il delicatissimo tema delle infiltrazioni terroristiche nel sindacato, in questo caso nella Cgil. «Sono episodi da non sottovalutare…» mormora, quasi lo dicesse a se stesso. E subito dopo: «Il fatto che queste persone abbiano una biografia sindacale vuota, apparentemente incolore, non le rende di certo meno pericolose, almeno stando alle accuse formulate dai magistrati». Conclusione: «Questo impone a tutti noi una riflessione approfondita: dobbiamo alzare, aumentare, il livello della vigilanza». Antonio Panzeri è uno dei principali dirigenti della Cgil, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano, ora responsabile per l’Europa, oltre che leader di quella componente (il cosiddetto «gruppo dei 49») che di recente non ha nascosto critiche nei confronti della gestione Epifani («Ma non certo sul tema del terrorismo…» si affretta a precisare).
      Panzeri, lei dice «guai a sottovalutare»: vede in giro qualcuno che invece tende a minimizzare?

      «Non sto affermando questo. In tutti questi anni l’impegno del sindacato contro la lotta armata, eventuali contiguità o infiltrazioni, è sempre stato alto, intenso. Ciò è innegabile, davanti agli occhi di tutti…».

      Ma…

      «Ripeto: sarebbe un errore non valutare nella giusta misura la gravità dei casi venuti alla ribalta in questi giorni. Toccherà naturalmente alla magistratura dare un preciso contorno al ruolo svolto da ciascuno dei presunti brigatisti. Tuttavia, da parte nostra, ci dev’essere la percezione della pericolosità di queste persone, di quanto siano pesanti le accuse loro rivolte».

      Vuol dire che si può e si deve fare di più?

      «Nella vita si può sempre fare di più. La Cgil, così come le altre confederazioni, non si può certo trasformare in un pool di investigatori, sarebbe oggettivamente impossibile. È ovvio che, tra cinque milioni di iscritti, la mela marcia ci può sempre essere… Ma ciò che mi preme sottolineare è che nessuno deve farsi prendere dalla tentazione di sottovalutare i casi di questi giorni, magari solo perché le persone coinvolte non hanno alle spalle una storia sindacale di un certo spessore».

      E quali sono allora gli strumenti in mano vostra?

      «Quelli di sempre: la vigilanza, la mobilitazione costante su questi temi, risposte ferme contro l’eversione. È così che, negli anni di piombo, il sindacato è riuscito a spezzare quel legame pericolosissimo che il terrorismo era riuscito a instaurare con alcune frange del mondo del lavoro, togliendo terra sotto i piedi dell’eversione. Ora la realtà è diversa. A quanto pare, le cosiddette "nuove Br" sono numericamente ridotte, isolate, hanno storie e motivazioni, chiamiamole così, differenti da quelle dei loro colleghi del passato. Tuttavia la loro pericolosità è rimasta intatta, come purtroppo dimostrano gli omicidi di questi ultimi anni».

      Il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha chiesto proprio ieri al sindacato «una maggiore determinazione» nell’isolare eventuali infiltrazioni: parole da taluni lette come una critica neanche tanto implicita a quanto fatto finora. Che ne pensa?

      «Con tutto il rispetto per l’alta carica istituzionale, rispondo che il sindacato è già in campo, e non da ieri».

      Tutto il sindacato, nessuno escluso?

      «Sì, senza alcun dubbio: Cgil, Cisl e Uil. Perché su questi argomenti non si scherza. Non ho dubbi nell’affermare che il livello di tenuta di tutte e tre le confederazioni è assolutamente inattaccabile. E lo dimostrano anche le iniziative unitarie già messe in cantiere in alcune zone d’Italia per i prossimi giorni».

      Ritiene fondato il rischio che gli ultimi sviluppi delle inchiesta sul terrorismo alimentino nuove strumentalizzazioni contro la Cgil?

      «Più che un rischio, è un dato di fatto. È evidente che da parte di taluni esiste la precisa volontà di colpire il sindacato, la sua immagine, il suo ruolo, magari nella speranza di indebolirne l’azione su altri fronti. Per questo, anche per questo, le nostre risposte sul terreno devono essere inequivocabili. Guai ad abbassare la guardia».

      Sergio Cofferati fu pesantemente coinvolto nelle polemiche sul caso Biagi. Ora corre a Bologna per la poltrona di sindaco. Cosa si sente di dire?

      «Cofferati è un riformista a pieno titolo. Gli anni del suo impegno al vertice della Cgil si inseriscono in quel filone che ha la sua origine e il suo sviluppo nel pensiero e nell’azione di Luciano Lama. Non c’è altro da aggiungere».
Francesco Alberti