“Intervista” Padoa-Schioppa: «I sindacati sbagliano»

03/11/2003

1 NOVEMBRE 2003

 
 
Pagina 5 – Economia
 
 
ECONOMIA E POLITICA

«I sindacati sbagliano a frenare la riforma delle pensioni va fatta»
Padoa-Schioppa: e il centrosinistra non può restare agnostico
          Parla il banchiere centrale, membro dell´esecutivo della Bce: è giusto che su questi temi governo e Parlamento decidano

          DAL NOSTRO INVIATO
          ANDREA BONANNI


          FRANCOFORTE – «Una riforma delle pensioni è necessaria. E il sindacato commetterebbe un errore grave se facesse di tutto per impedirla o se desse quest´impressione. Aggiunto all´aspra opposizione alla legge Biagi, ciò rischierebbe di porre il sindacato, o parte di esso, fuori dal corso dei mutamenti economici e sociali richiesti dalla fase storica in cui ci troviamo, facendogli perdere la qualità di interprete dell´interesse generale sulle questioni sociali». Per una volta l´attenzione di Tommaso Padoa-Schioppa, membro dell´esecutivo della Banca Centrale Europea, è tutta focalizzata sull´Italia. Perché nel nostro Paese, spiega in questa intervista a "Repubblica", lo scontro in atto sul sistema pensionistico costituisce un punto di svolta non solo per l´economia ma anche per il futuro del sindacato e dei suoi rapporti con la classe politica.
          Non pensa che in questo muro contro muro anche il governo Berlusconi abbia una parte di responsabilità?
          «E´ possibile che oggi in Italia, come ai tempi della Thatcher in Gran Bretagna, il governo, oltre a voler fare certe riforme, voglia anche indebolire il sindacato. Può dispiacere, a me dispiace molto, ma è legittimo, è parte della lotta politica. Se ciò fosse vero, starebbe ancor più al sindacato smarcarsi e riuscire a non farsi ingabbiare come forza conservatrice».
          Conservatrice?
          «Per quasi tutto il XX secolo, la questione sociale è stata il terreno fondamentale della politica in Europa: era interesse generale accrescere il salario, tutelare il posto, assicurare ferie pagate, cure mediche, pensioni adeguate. Il sindacato, pur rappresentando un interesse di categoria, ha potuto dunque fare battaglie che erano contemporaneamente nell´interesse collettivo della società. Però sono ormai 25-30 anni che assicurare questa coincidenza è diventata impresa ardua e di esito incerto» .
          Da quando?
          «Direi che la fase difficile è cominciata dopo l´accordo sulla scala mobile del ’75. Da allora, infatti, i sindacati sono passati dal propugnare le riforme a doverne accettare la revisione per controllarne l´equità: correggere la scala mobile, correggere il sistema pensionistico, correggere gli eccessi dello statuto dei lavoratori. L´interesse generale era diventato quello di una parziale revisione dello stato sociale, indispensabile per la sua stessa sopravvivenza. Per molti anni una tale difficile operazione è riuscita al sindacato, pur con errori, ritardi, lacerazioni. La revisione della scala mobile è stata fatta col suo accordo, così come molte innovazioni importanti nel mercato del lavoro. La stessa riforma Dini, che ha riequilibrato il sistema pensionistico italiano meglio di quanto avessero saputo fare Francia o Germania, è opera del sindacato. Tant´è che oggi basta una miniriforma».
          E ora la fase consensuale si è esaurita?
          «Da due anni a questa parte succede che sia la modifica del mercato del lavoro, sia la miniriforma delle pensioni, entrambe necessarie, sono portate avanti contro il volere del sindacato, o almeno contro una parte di esso, che si è lasciato incapsulare in una strategia conservatrice».
          Ma questa riforma è davvero così necessaria?
          «Sì. Se non questa, una riforma è necessaria, perché i tempi di transizione della legge Dini del 1995 sono incompatibili con l´equilibrio finanziario. Casomai, occorrerebbe essere certi d´intervenire quanto basta per non dover tornare sulla questione ancora una volta nei prossimi anni. Dobbiamo, poi, guardare oltre la mera questione degli equilibri finanziari e collocare la questione nella sua prospettiva storica» .
          Qual è questa prospettiva?
          «La popolazione, in tutta Europa, diminuirà e invecchierà progressivamente nei prossimi anni. Nello stesso tempo, la capacità di lavorare si è molto estesa, mentre è diminuita la penosità fisica del lavoro. In Italia queste tendenze sono accentuate e, in più, il debito pubblico è ancora altissimo. Le vie d´uscita, per evitare il declino, sono tre: più nascite, più immigrazione, più lunga vita attiva. Ecco che cos´è, oggi, la questione sociale. Comprende la formazione permanente, la politica della famiglia e il voto agli immigrati, non solo le pensioni. In realtà la vita attiva deve poter continuare, se la salute lo consente, fino a 80 anni. E gli istituti del mercato del lavoro ne dovrebbero tenere conto»
          Lei pensa davvero che i sindacati avrebbero potuto agire diversamente? «Che un aggiornamento della legge Dini fosse necessario lo sapeva lo stesso sindacato, che aveva concordato una revisione per il 2001. Da quel momento però il processo si bloccò. Il sindacato a mio avviso fece un grave errore impedendo la revisione della riforma nella precedente legislatura. E i governi di centro sinistra furono deboli nel non imporsi ugualmente, riconoscendo così un diritto di veto al sindacato sulla questione sociale. Era chiaro già allora che la conseguenza sarebbe stata un intervento in questa legislatura. E oggi c´è una maggioranza che un potere di veto al sindacato non lo riconosce, a mio parere giustamente.»
          Perché dice giustamente?
          «Perché temi come le pensioni o il mercato del lavoro non possono essere esclusiva competenza sindacale. E´ giusto che lo strumento siano le leggi e che a decidere siano le istituzioni investite dell´ interesse generale del Paese: governo e parlamento. Trovai incomprensibile la messa in guardia del segretario della Cisl, quando disse che su questo terreno la politica non deve entrare. Non solo: la responsabilità compete sia a chi sta al governo, sia a chi sta all´ opposizione. Del resto anche la maggioranza era divisa, ma poi ha trovato un punto di arbitraggio tra le varie posizioni. Il centrosinistra non può restare agnostico su una questione così vitale».
          Anche se rischia di entrare in conflitto con il sindacato?
          «Sì. E´ chiaro che qui viene in luce anche il mutato rapporto tra sindacato e politica, che non deve essere di coordinamento o di schieramento, ma una relazione, molto più elastica, tra organizzazioni che rappresentano pur sempre interessi di categoria e forze politiche che rappresentano interessi generali. Questi concetti sono chiarissimi quando per «sindacato» s´intende Confindustria. Dovrebbero esserlo altrettanto quando si parla di Cigl, Cisl e Uil».
          Sì, però il sindacato dice che all´origine della sua opposizione c´è un problema di metodo, l´agire unilaterale del governo, ancora prima che un problema di merito sulla riforma delle pensioni…
          «Questo è il prezzo che paga per non aver voluto l´accordo quando c´era un governo disposto a negoziare. Ma non c´è altra soluzione, per il sindacato, che riuscire ancora una volta a interpretare l´interesse generale, il quale esige un adeguamento della legge Dini. Se ne possono certo chiedere miglioramenti. Ma in una logica di confronto, non di opposizione frontale».
          In un quadro di bassa crescita, di scarsa occupazione ed elevata disoccupazione giovanile, non è contraddittorio alzare l´età pensionabile rendendo ancora più difficile l´accesso dei giovani al mondo del lavoro?
          «La tentazione di considerare il lavoro, e dunque il prodotto nazionale e l´occupazione, come una torta sempre uguale, da dividere tra vecchi e giovani e da precludere agli immigrati, è stata una costante della mentalità europea per decenni. La teoria del «lavorare meno, lavorare tutti» ha portato alle 35 ore in Francia. Ma è fondata su un ragionamento sbagliato. Il primo obiettivo delle politiche sociali non dovrebbe essere la suddivisione della torta, ma il suo allargamento attraverso la crescita economica. Una torta più grande vuol dire maggior benessere e maggiori opportunità di lavoro per tutti. Diminuire l´orario o abbassare l´età pensionabile toglie combustibile alla crescita e mortifica il lavoro umano.»
          Allora lei condivide la posizione del governo italiano che si batte per una «Maastricht delle pensioni»?
          «Attenzione, perché questo è un terreno ambiguo. E´ vero che in Europa un po´ tutti i governi stanno affrontando il nodo del welfare. Ma lo fanno in modo parzialmente concorrenziale, ed è bene che sia così, anche se c´è, e ci deve essere, la rete di sicurezza della carta sociale europea. Il paese che riesce a riformare meglio il proprio mercato del lavoro o il proprio sistema pensionistico acquisisce un meritato vantaggio».
          Niente riforma europea dunque?
          «Mi auguro che non sia Bruxelles a decidere. Sarei però favorevole a che la Commissione si pronunciasse apertamente, e auspico che sostenga una riforma ancor più incisiva. Ma trasferire la competenza a Bruxelles attenuerebbe lo stimolo della concorrenza tra paesi. La competizione tra le politiche nazionali è un elemento di dinamismo che non dobbiamo perdere».