“Intervista” P.Nerozzi: Unità sindacale non vuol dire moderazione

25/11/2003



 Intervista a: Paolo Nerozzisegretario confederale Cgil
       
 


Intervista
a cura di

Bruno Ugolini
 

25.11.2003
«Da molti anni non si vedevano mobilitazioni come quelle messe in campo in queste settimane da Cgil, Cisl e Uil»
Unità sindacale non vuol dire moderazione

ROMA Paolo Nerozzi, segretario confederale
Cgil: è in corso una ripresa del movimento di lotta diretto da Cgil, Cisl e Uil, lo sciopero
generale il 24 ottobre, la manifestazione per il Sud a Reggio Calabria, quella contro il terrorismo in Toscana, la manifestazione per la scuola il 29 novembre, lo straordinario appuntamento del 6 dicembre. La decisione di andare ad un altro sciopero generale immediato se il governo chiederà la fiducia sulla delega per le pensioni. Una nuova stagione anche per l’unità sindacale?
«Una mobilitazione così non si vedeva da molti anni. È anche in corso una discussione per trovare alcune proposte unitarie sulla riforma del welfare e il riordino previdenziale, partendo però
dalla riforma Dini. Vediamo alcuni primi segnali di ripresa del dialogo tra i metalmeccanici, con quell’accordo Ilva raggiunto insieme dai tre sindacati. Eppure nessuno – penso innanzitutto alla sinistra – parla più dell’unità sindacale.
Neanche all’ultima assemblea congressuale
Ds».
Perché questo silenzio?
«Ricordo che in altre occasioni la divisione sindacale era oggetto di molte polemiche. Temo che ora non si parli più di sindacato perché non si condivide il merito delle posizioni di Cgil, Cisl e Uil. Alludo al tema delle pensioni, a quello dello sviluppo e delle risorse. Noi diciamo che è bene che le tasse non diminuiscano e che sia salvaguardato lo stato sociale. È una critica radicale a Tremonti. Esprimiamo poi, soprattutto
con Cgil e Cisl, una certa radicalità sulle questioni della pace e della guerra. Io non vorrei che si fosse confusa l’unità tra i sindacati con la moderazione. Oltretutto i momenti migliori di unità hanno coinciso, nel passato, con momenti di grande radicalità. Io sono rimasto molto
colpito dall’assemblea di Reggio Calabria».
Per il clima unitario spesso più difficile al Sud?
«Sembrava, guardando quella platea, quelle bandiere mescolate, che quanto è avvenuto negli ultimi due anni, con i litigi che sappiamo, non avesse inciso sulle persone che rappresentiamo. Così come nello sciopero del 24 l’elemento più interessante era dato dalla partecipazione di tante ragazze e ragazzi. Era come se coloro che hanno partecipato in questi anni alle sole iniziative della Cgil avessero capito il segno nuovo delle manifestazioni».
Perché si è ricomposto questo movimento?
«Intanto bisogna capire perché si è rotta l’unità sindacale. Io sono convinto che la rottura prima si è avuta con il secondo governo D’Alema e poi con il governo Amato, con le due ultime leggi
Finanziarie del centrosinistra, nel 1999 e nel 2000. La Cisl all’epoca, promuove iniziative autonome, con Sergio D’Antoni, anche perché, credo, intravede la crisi del centrosinistra, la fine di una fase riformatrice. Vede in difficoltà un pezzo del blocco sociale sindacale, il Mezzogiorno, il lavoro povero, i pensionati
poveri. Settori che poi magari voteranno per il centrodestra. Passa così una suggestione neocentrista. Una profonda differenza rispetto al 1996 quando i sindacati e la Cisl in particolare avevano appoggiato il centrosinistra e Prodi».
E quando vince il centrodestra che cosa succede?
«Tutti pronosticano che governerà senza problemi. Ecco perché io trovo del tutto legittimo che la Cisl (e la Uil) a quel punto, per limitare i danni, provino a fare un accordo. La Cgil non ci sta, non perché decisa a non fare accordi con il centrodestra: un’intesa con Berlusconi l’aveva fatta, nel 1994. Il rifiuto nasce dall’individuazione della natura diversa di questo centrodestra, con i suoi aspetti populistici e autoritari e con il proposito di demolire alla radice lo stato sociale e il modello sociale protrattosi per cinquant’anni, concertazione
compresa. C’è anche una differenza con il pensiero di Marco Biagi che non aveva mai teorizzato la fine della concertazione, praticata invece dal centrodestra».
E però restano profonde divisioni tra Cgil e Cisl, ad esempio sulle nuove norme del mercato del lavoro…
«Le differenze sugli enti bilaterali o quelle di merito sindacali ci sono sempre state. L’accordo Ilva, fatto unitariamente dai metalmeccanici, interviene sulla legge 30, quella che introduce nuove norme per il mercato del lavoro. Essa
dimostra, proprio nella categoria che più ha sofferto le divisioni, che nel merito, se l’analisi è condivisa, è possibile trovare soluzioni. Quel che io ho sempre trovato nel pensiero di alcuni ex
sindacalisti, anche nella loro generosità, era la non comprensione di questa fase nuova data da questo tipo di governo».
Tu alludi a Foa, Trentin, Carniti. Forse risponderebbero che a maggior ragione con un governo del genere, era necessario mantenere l’unità.
«Però noi abbiamo accentuato le contraddizioni di questo governo proprio perché abbiamo tenuto la barra dritta e non in maniera ideologica. Tanto che appena le condizioni si sono create, le bandiere si sono rimesse insieme,
senza problemi».
La Cgil non ha commesso errori?
«Ha sbagliato nel 1996. Quando la Cisl vede la novità dell’Ulivo e vede anche lei che in un sistema bipolare la rappresentanza sociale deve confrontarsi con i programmi e quindi deve scegliere. E propone, accanto al processo di
costruzione dell’Ulivo, la costruzione dell’unità sindacale organica. Noi non avemmo la capacità di cogliere quell’elemento strategico. Non vedemmo la novità, la potenzialità del primo Ulivo. Un errore».