“Intervista” P.Nerozzi: «Programma di lotta, quindi di governo»

11/10/2004





 
   
domenica 10 Ottobre 2004
POLITICA



 
INTERVISTA
«Programma di lotta, quindi di governo»
Paolo Nerozzi spiega il significato del documento inviato dai segretari della Cgil a Prodi e risponde alle critiche della Cisl: «Quando parla di contenuti il sindacato fa politica. Il programma per domani ci serve ad opporci oggi a Berlusconi»

COSIMO ROSSI

«La Cgil fa politica da quando è nata. Così come la Cisl». Perciò Paolo Nerozzi, segretario confederale del sindacato di corso Italia si dice «sorpreso» dalle polemiche sul contributo programmatico fatto pervenire a Romano Prodi, ai partiti dell’opposizione e alle altre segreterie confederali: «Nel momento in cui intervieni nel merito programmatico – continua – certo, fai politica…»

E nel merito del programma, se si dovesse dire un punto, uno solo, che per voi qualifica un’alternativa a Berlusconi?

Quel punto sono tre. Primo: la pace e una nuova politica internazionale, quindi anche l’Onu e l’Europa. Secondo: la questione dello sviluppo, quindi l’innovazione, la ricerca e una ricetta per invertire il declino. Terzo: i diritti, cioè i diritti del lavoro e di cittadinanza.

Tre punti. E in che modo si trasformano in atti concreti da parte di un eventuale governo Prodi?

Noi non diciamo solo che bisogna abrogare la Bossi-Fini, la legge 30 e la riforma Moratti: abbiamo proposto un’elaborazione già avviata in questi anni che si propone anche come alternativa su questi stessi temi. Per fare degli esempi… le nostre proposte di legge sul mercato del lavoro, la nostra idea di cittadinanza e di accoglienza, mentre sulla scuola e l’università rifletteremo il 19. Il senso del documento dei dodici segretari è quello di tentare di esporre una nostra opinione. Perché è importate discutere di programma e di cose concrete anche per condurre la battaglia di opposizione al governo Berlusconi e alla finanziaria: per rafforzare l’opposizione alla manovra, che a noi preme molto in quanto ne diamo un giudizio severamente negativo, è necessario produrre un’elaborazione programmatica vasta. Il punto programmatico vale per l’oggi, non solo per il domani. E viceversa. Sapendo quali sono i confini e affermando un’idea di autonomia.

Intanto però serpeggia già la solita accusa alla Cgil di fare politica. Lo contestano la Cisl e la maggioranza, ma l’esperienza insegna che la cosa fa storcere il naso anche altrove…

Ripeto: la Cgil ha fatto politica fin dalla sua nascita. E non smetterà domani. Come ha sempre fatto politica la Cisl e la fanno tutti i sindacati ogni volta che intervengono nel merito dei contenuti. Punto. Diverso è occuparsi di forme di governo e di partiti. Ma siccome anche la forma è sostanza, vorrei ricordare che quel documento non porta la firma della Cgil ma dei dodici compagni della segreteria. Dopodiché, sul grado di autonomia vale il detto evangelico che «dai fatti sarete riconosciuti»: i fatti dimostreranno il grado di autonomia di chiunque. Ma oggi non abbiamo bisogno di polemica tra i sindacati, bensì di unità sulla base della piattaforma dell’Eur. Il sindacato non sostituisce i partiti, ma offre un contributo programmatico. Lo sforzo che sta facendo Prodi è uno sforzo importante. Come è importate il fatto che tutte le opposizioni siano unite. In fondo la discussione che si sta facendo oggi, e che ritrova insieme le forze dell’Ulivo e Rifondazione dopo la rottura del `98 e la presentazione di liste separate nel 2001, è stata resa possibile anche dalla grande stagione dei movimenti, sul lavoro e sulla pace. Adesso bisogna che la risposta programmatica sia importante e adeguata a quel processo, e che perciò sia l’ossatura dell’opposizione di oggi a Berlusconi.

Chiedete insomma che siano pronunciati chiari no e che inoltre non vengano rimangiati una volta a palazzo Chigi?

Faccio un esempio: le riforme istituzionali. Il governo ha impugnato lo statuto dell’Emilia Romagna su punti qualificanti come i diritti degli immigrati; così com’è accaduto anche a Toscana e Umbria. Beh, questo è il segno tangibile che le riforme non sono in discussione, che la maggioranza ha una propria idea non opinabile. Quindi è inutile discutere, bisogna prepararsi al referendum. Punto. Bisogna essere altri rispetto a questi temi di fondo, così come ad esempio sulla questione della guerra.

Ma su quella anche le opposizioni vacillano. Dopo che la stagione dei movimenti ha spinto in avanti le posizioni pacifiste, adesso prevale la ragion politica in vista delle elezioni americane….

Ovviamente noi siamo per il ritiro. E basta. Ma – chiediamo – perché nessuno pretende da Berlusconi, dal governo un giudizio su quello che è accaduto? Tra un po’ mezza America – anche quella repubblicana – dice che la guerra è stata sbagliata. E qui che succede? Il governo non viene incalzato a esprimere una valutazione critica del proprio operato. E bisogna incalzare anche su elementi chiave di alterità, con un’idea programmatica rispetto al futuro.

Restando alla guerra e al movimento per la pace che ha spinto le opposizione all’unità, adesso sembra venire a mancare quella pressione dal basso e l’opposizione si divide sul ritiro. Da dove può ricomporre una posizione comune?

I due punti da cui partire mi sembrano l’ultima mozione sul ritiro delle truppe votata la primavera scorsa e la nettezza nella lotta al terrorismo che si è registrata un mese fa. Si può ripartire da qui per ribadire queste due posizioni.

Con l’affievolirsi della spinta dei movimenti, però, c’è il rischio che torni a prevalere la logica del negoziato tra partiti o tra «tecnocrazie» nella stesura e l’attuazione del programma prodiano.

I partiti faranno quello che dovranno fare. Però è indubbio – come già Prodi ha dichiarato – che poi bisognerà sentire la società civile, le forze sociali e associative: bisognerà allargare il più possibile il confronto programmatico. Ma in verità questo mi pareva fosse proprio il senso della proposta prodiana.

Allora facciamo un esempio: Bertinotti sostiene l’introduzione della patrimoniale, Letta risponde che è sbagliata. La Cgil che fa?

La disputa è loro. Epifani invece ha detto chiaramente che c’è un problema rispetto alle questioni fiscali: ci sono rendite che non hanno pagato. La forma e il modo per cui tutti paghino è un problema da affrontare e che attiene in primo luogo all’azione di governo, ma è indubbio che c’è una differenziazione della tassazione tra il lavoro – ma anche l’impresa – e la rendita.

Altro esempio: proprio perché la forma è sostanza, cosa accadrebbe se le soluzioni del governo non vi convincessero?

Mi pare che prima di parlare di quello che farà il nuovo governo sarà bene cercare di mandare a casa questo. E c’è già un problema che questo governo ha messo in chiaro: il rapporto tra esecutivi e parti sociali. Perché è indubbio che la rottura del metodo del confronto – dato che questo è diventato inutile – ha aperto un problema in qualche modo inedito su cui è inevitabile discutere, ma per tutte le parti sociali, non solo per il sindacato.

Un problema che non si può risolvere passando dal rifiuto del dialogo al considerare lo sciopero lesa maestà del governo amico…

Non esiste il concetto di governo amico. Quando ci sarà un governo è evidente che nel momento in cui le forze sociali non siano d’accordo con la sua azione si svolgerà la normale dialettica tra le parti. Punto. Senza che questo debba determinare cadute o minacce. Questo però mi sembra prematuro, appunto perché ora il problema è cambiare quello in carica.