“Intervista” P.Nerozzi: «Pace e diritti, la Cgil non ci ripensa»

10/03/2004





 
   



10 Marzo 2004
ECONOMIA

 
«Pace e diritti, la Cgil non ci ripensa»
Per Paolo Nerozzi la ripresa unitaria con Cisl e Uil non produrrà correzioni di rotta
LORIS CAMPETTI
Sembra ieri. Tre milioni di persone a Roma con la Cgil in difesa dell’articolo 18 e dei diritti dei lavoratori. Un pezzo di società civile, interi strati sociali pensano di aver ritrovato un motore, una locomotiva in grado di trainare domande e bisogni diffusi. E ancora, la battaglia per la pace, con le Camere del lavoro che diventano uno dei luoghi centrali di aggregazione dell’opposizione sociale. Sono passati due anni, sembra ieri ma sembra anche un secolo. Dove va la Cgil, 24 mesi dopo il 23 marzo? Viene ancora percepita come un riferimento, un argine, se non addirittura una casa comune? Molte cose sono cambiate, ora Cgil si coniuga con Cisl e Uil, ora persino la Confindustria si prepara a liberarsi dell’oltransismo di D’Amato e c’è chi teme la chiusura di una straordinaria stagione di lotte. Ne abbiamo parlato con il segretario nazionale della Cgil, Paolo Nerozzi.

S’è esaurita la spinta propulsiva della Cgil? E dove avete avete chiuso quei 5 milioni di firme in difesa dei diritti?

Il processo di rinnovamento della Cgil è iniziato con il no a D’Alema sulla precarietà e con la difesa delle riforme sociali, con la lotta all’evasione. Da questa posizione critica è nato il processo di riaggregazione sociale che ha trovato nel 23 marzo 2002 e nella battaglia per la pace i punti più alti che hanno ingenerato fiducia e, al tempo stesso, aperto la crisi nel blocco sociale del centrodestra. La linea oltransista di D’Amato è entrata in crisi, vacilla anche l’aggregato di lavoratori dipendenti, pensionati, poveri che erano stati illusi dalle promesse di Berlusconi, in una fase di esaurimento della spinta propulsiva dell’ultimo governo dell’Ulivo, diciamo gli ultimi due anni. Si sono rimessi in moto processi importanti nella scuola, nelle università, nella ricerca. Credo che la speranza di tante persone nella Cgil sia rimasta, anche grazie al sofferto sì sul referendum per l’estensione dell’articolo 18.

Quel che è successo è chiaro, parliamo di quel che succederà.

Il rapporto unitario con Cisl e Uil e la possibilità di riaprire un confronto con Confindustria sono obiettivi importanti che hanno un senso e una possibilità soltanto se si mantiene un rapporto di massa su un progetto di cambiamento. Di una cosa sono convinto: non si può tornare al modello degli anni `90, al 23 luglio: quell’esperienza, quell’idea di politica dei redditi, è entrata in crisi per l’assenza di un ruolo attivo del pubblico sulle politiche fiscali e sociali, come regolatore dell’economia, in difesa dei settori strategici come l’informatica, l’automobile, la chimica di qualità; il pubblico come propulsore di innovazione e ricerca. Dalla crisi del liberismo si può uscire solo con un ruolo attivo del pubblico.

Insisto: se il mezzo – l’unità con Cisl e Uil, il rapporto con la «nuova» Confindustria – dovesse prevalere sul fine – l’organizzazione e la rappresentanza sociale del conflitto – potrebbe capitare che qualcuno chieda in cambio alla Cgil lo scalpo di chi più di altri ha retto una stagione di conflitti. Penso alla Fiom.

Ci sarà pure qualcuno convinto, nelle organizzazioni sindacali oltre che in Confindustria, che si possa tornare al passato, a «quant’era bella la nostra valle». Peccato che quella valle non esista più, è stata distrutta dal liberismo anche se Rutelli non sembra essersene accorto e con lui chi lo contesta sull’opportunità e non sui contenuti di tutte le sue ultime uscite, dalle pensioni alla guerra. Ma tieni conto che l’elaborazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil (per esempio sul documento di preparazione dell’assemblea dell’Eur che contiene affermazioni importanti, come la necessità di aumentare i salari) viene da un travaglio che ha investito tutti. La Cisl sul Mezzogiorno insiste che non basta battersi contro questo governo, bisognerebbe farlo anche contro un diverso governo che facesse le stesse politiche. Io sono del tutto d’accordo con questa posizione.

Sbaglia allora chi pensa che la fiducia data alla Cgil due anni fa è stato un investimento ad altissimo rischio, come acquistare bond argentini? Non si vede nell’organizzazione del 20 marzo un impegno appassionato della Cgil.

Sbaglia, certamente quell’investimento non finirà come alla Parmalat o in Argentina. Nella stagione dei diritti e della pace è mutata la nostra rappresentanza, è mutata la Cgil. E aggiungo che ogni volta che la Cgil, nel passato, ha rallentato la sua corsa, poi ci ha pensato la sua rappresentaza sociale a riavviare il cammino. Su pace e diritti il filo non s’è rotto e non si romperà. Vedrai che la presenza dei compagni e delle compagne della Cgil a Roma il 20 marzo sorprenderà molti. Non abbiamo congelato i 5 milioni di firme: pensa allo sciopero a ottobre, alla manifestazione a dicembre, all’assemblea di domani (oggi, ndr), allo sciopero generale prossimo, alla manifestazione del 3 dei pensionati, alle prossime iniziative sulla scuola. I 5 milioni di firme ci hanno detto di andare avanti, non di andare avanti da soli. Ci hanno detto non fermatevi, e noi non ci fermiamo.

E i 10 milioni di sì al referendum?

Sono stati liquidati troppo in fretta da tutti, persino da chi ha promosso quel referendum. Io penso che senza quei 10 milioni di sì non si sarebbero fatte le scelte che abbiamo fatto. Quei sì sono un altro segnale dello sgretolamento del blocco sociale di destra. Io quel referendum non l’ho voluto, ma senza quei sì oggi non saremmo nelle condizioni di ripartire.

Come vivete la pressione dei Ds sulle scelte della Cgil? A volte sembrava di rivedere la vecchia cultura della cinghia di trasmissione.

Ds e sinistra vivono una fase di transizione il cui esito è incerto. Dev’essere ripresa la centralità dei temi del lavoro. Odio ogni forma di cinghia di trasmissione di qualsivoglia sindacato rispetto a qualsivoglia partito, prendo atto che i partiti novecenteschi faticano ad abbandonare l’idea del primato della rappresentanza politica. C’è un disaccordo sulle scelte di questa Cgil e si ripetono errori che hanno portato alla vittoria di Berlusconi. Ma deve essere chiaro a tutti, anche a sinistra, che le nostre scelte sui diritti, sulla lotta alla precarietà, sulla pace, non sono scelte tattiche. Indietro non torneremo.