“Intervista” P.Fassino: «Difendo Unipol»

22/12/2005
    giovedì 22 dicembre 2005

    Pagina 5- Primo Piano

      I NUOVI MECCANISMI DI NOMINA - IL SEGRETARIO DELLA QUERCIA ILLUSTRA LA POSIZIONE DEL PARTITO SULLE SCELTE DELL’ESECUTIVO

        Intervista a Piero Fassino

          «Difendo Unipol, delle colpe dei singoli
          rispondono soltanto i singoli»

          Umberto La Rocca

          ROMA
          «Un pasticcio». A Piero Fassino la riforma del risparmio approvata dal governo non piace. Ma il segretario ds spiega che, vista l’importanza della posta in gioco, il suo partito e l’intero centrosinistra non faranno barricate in Parlamento e restano disponibili a discutere con l’esecutivo del nome del successore di Antonio Fazio. «Le dimissioni del Governatore sono state un atto di responsabilità che avevamo da tempo sollecitato. Ora è urgente riportare la Banca d’Italia alla normalità, ripristinando la sua autorità e il suo prestigio. E’ necessario procedere rapidamente alla nomina di un nuovo Governatore, una personalità di alto profilo professionale, di riconosciuta autorevolezza nel mondo finanziario internazionale e che raccolga intorno a sè un largo consenso. E’ responsabilità del governo dimostrare che sa mantenere fede a quanto ha detto e cioè che condividerà con l’opposizione questa scelta. Cosa che non ha fatto sulla legge di riforma del risparmio».

          Qual è il suo giudizio su questa legge?

          «Va detto prima di tutto che quando i Ds proposero per primi e fecero approvare in commissione il mandato a termine del Governatore, il passaggio della competenza sulla concorrenza bancaria all’Antitrust e la semplificazione delle autorità di controllo e vigilanza, il governo ci rispose di no. E il presidente del Consiglio concordò con Antonio Fazio che quelle modifiche venissero soppresse in aula. Se fossero state accolte allora, molti dei guai di questi ultimi mesi avrebbero potuto essere evitati. Adesso il governo le ripropone, in ritardo e in una versione pasticciata».

          Perché pasticciata?

            «E’ un pasticcio il concerto tra Banca d’Italia e Antitrust nella vigilanza sulla concorrenza, perché, così congegnato, rischia di produrre soltanto una serie di conflitti di competenza. Al mandato a termine di sei anni più altri sei era preferibile una mandato magari più lungo, di otto-nove anni, così come accade per la Banca centrale europea, ma non rinnovabile; perché un Governatore consapevole che il suo incarico non può essere rinnovato è sicuramente più autonomo e indipendente dai condizionamenti. Per non parlare delle norme sul falso in bilancio che peggiorano quelle già deboli approvate dal Senato: in pratica, si va verso una abolizione del reato di falso in bilancio. E infine, si conferisce all’esecutivo il potere di nominare il Governatore, tagliando fuori del tutto il Parlamento. Un errore che non denunciamo soltanto noi, ma anche l’Associazione bancaria italiana che in queste ore ha sollecitato un coinvolgimento delle commissioni parlamentari».

            La nomina del Governatore avverrà però su decreto del Presidente della Repubblica. Non è una garanzia sufficiente?

              «Un meccanismo che accanto alla proposta del governo vedesse anche il parere del Parlamento a maggioranza qualificata, garantirebbe maggiormente una scelta largamente condivisa. E comunque, su tutti questi punti si sarebbe potuta trovare un’intesa ragionevole con l’opposizione. Invece il governo, mettendo la fiducia, impedisce la discussione e decide di procedere in solitudine».

              Fiducia che, ovviamente, non voterete.

                «Ovviamente. Ma nonostante il comportamento del governo, il centrosinistra avverte l’emergenza del momento e per senso di responsabilità non sta facendo barricate e consentirà l’approvazione della legge. Voglio sperare che, almeno sul nome del Governatore, l’esecutivo si ravveda e adotti davvero un metodo di consultazione e condivisione».

                Segretario, la riforma di Bankitalia e del risparmio nasce, sull’onda dell’inchiesta sulla scalata ad Antonveneta. Ma oltre a quella ad Antonveneta, e a quanto pare intrecciata con essa, c’è anche la scalata di Unipol a Bnl…

                  «E’ sbagliato continuare a parlare di Antonveneta e di Bnl come una identica vicenda, quando invece hanno una storia e una dinamica profondamente diverse. Nel primo caso ci sono stati inganni e illegalità evidenti che per primo Fiorani oggi sta ammettendo. Unipol, al contrario, non con fini speculativi ma con un preciso piano industriale ha deciso di dare vita a un polo bancario assicurativo con Bnl. Non è un caso isolato: negli ultimi mesi in molte città italiane sono stati aperti gli sportelli di Generali Banca, così come un’altra grande compagnia di assicurazione, la Ras, ha da tempo un suo istituto di credito. Per non parlare di Imi-San Paolo che ha una forte attività assicurativa. Quindi, che Unipol voglia seguire una strada già tracciata da altri non dovrebbe suscitare scandalo. Soprattutto in considerazione del fatto che Unipol persegue i propri legittimi obiettivi con soldi freschi, suoi e di un gran numero di imprese cooperative e con il concorso di primari istituti di credito internazionali».

                  Però anche la scalata di Bnl è al vaglio degli organi di controllo e sotto la lente dei magistrati.

                    «Benissimo, indaghino e accertino. Allo stato dei fatti l’operazione Unipol-Bnl si configura come ho detto. Se le cose stanno altrimenti Bankitalia e magistratura lo dicano. In ogni caso, si faccia rapidamente. Non è accettabile che sulla base di una cultura del sospetto si rinvii da mesi ogni decisone, una risposta va data. Anche perché, vorrei far notare, Unipol è una società quotata in borsa con migliaia e migliaia di azionisti. Noi stiamo approvando una legge per tutelare i risparmiatori, no? Bene, è un risparmiatore anche chi ha sottoscritto azioni Unipol e non può veder compromesso il suo investimento dalle incertezze di chi deve decidere».

                    Qualcuno leggendo queste sue parole penserà che è l’ennesima interferenza dei Ds sul mondo della finanza…

                    «No, nessuna interferenza. Su questo vorrei esser chiaro una volta per tutte: né io né nessun altro dirigente dei Ds ha interferito neanche per un istante nelle vicende bancarie di questi mesi, a partire da quella Unipol-Bnl. Ci siamo battuti semplicemente perché venissero garantiti ad Unipol gli stessi diritti e le stesse opportunità che vengono garantiti a qualsiasi altra impresa. Naturalmente, uguali diritti significa anche uguali responsabilità e uguali doveri. Dico di più: a un dirigente del movimento cooperativo è giusto chiedere non solo il rispetto delle leggi e dei codici deontologici, ma anche di quei principi etici di cui non può fare a meno neanche il mercato».

                    Alla luce di quel che sta emergendo sui rapporti tra Consorte e i personaggi che hanno dato vita alle scalate di Antonveneta e Rcs, non è stato un errore difendere non soltanto il movimento cooperativo ma anche il vertice di Unipol?

                    «Intanto continuo a non essere convinto dell’unico disegno su Antonveneta, Bnl e Rcs. E mi lasci dire che sulla scalata al “Corriere della Sera” ancora adesso non sappiamo davvero chi ci fosse dietro a Ricucci. E non si dimentichi che sono comparsi personaggi come lo spagnolo Agag e Livolsi certamente non estranei all’entourage berlusconiano. Quanto alla vicenda Bnl, noi abbiamo semplicemente difeso il diritto di Unipol a compiere le sue scelte imprenditoriali. Naturalmente, dei comportamenti dei singoli rispondono i singoli. Fermo restando che anche per i dirigenti del movimento cooperativo, ovviamente, vale la presunzione d’innocenza fino a prova contraria».

                    Resta il fatto che da più parti si punta l’indice contro il collateralismo che lega il mondo cooperativo alla Quercia.

                      «Francamente, devo dire che questo continuo rimproverarci un presunto collateralismo è privo di senso. Il collateralismo che c’era tra i partiti politici e le grandi organizzazioni cooperative, sindacali, imprenditoriali è finito da almeno vent’anni e si è affermato un principio di autonomia dell’insieme degli operatori economici, sociali e sindacali. E anche nel nostro caso non c’è alcun collateralismo: i Ds sono un partito politico, la Lega delle cooperative è un’organizzazione di imprese, l’Unipol è una società quotata in borsa. Ognuno ha un suo profilo preciso e un suo ambito, ciascuno fa il suo mestiere e nessuno vuole fare quello dell’altro. E anche in questi ultimi mesi è stato così».

                      Allora, come si spiega queste accuse?

                      «La verità è che il centrodestra sta alzando un polverone per coprire precise responsabilità politiche e personali. Sta scritto su tutti i giornali che alcuni esponenti del governo sono coinvolti nelle trame di Fiorani e di Ricucci. E sarebbe bene che il presidente del Consiglio fornisse al Parlamento qualche spiegazione su questo coinvolgimento. Per quel che ci riguarda nessun dirigente è coinvolto in queste storie, e ciò proprio grazie al fatto che ci siamo attenuti a uno scrupoloso rispetto dell’autonomia nostra, così come di Unipol e del movimento
                      cooperativo».

                      Ma le critiche di collateralismo non vengono soltanto dal centrodestra. Francesco Rutelli parla della necessità di recidere i legami tra economia e politica e ha osservato, a riprova della mancanza di autonomia, che tutti i dirigenti delle Coop provengono dalla sinistra…

                        «Che la Lega delle cooperative appartenga alla famiglia della sinistra, non è cosa nuova. Alle origini del movimento socialista ci furono le società di mutuo soccorso e le prime leghe cooperative da cui nacquero sindacati e partiti della sinistra. E la storia del movimento cooperativo è parte della storia della sinistra, perciò è naturale che molti dirigenti cooperativi si collochino politicamente a sinistra. Ma ce ne sono tanti che non hanno alcuna appartenenza né militanza. Quindi anche questa è un’immagine deformata …»

                        Non giudica strana la coincidenza del conto alla Banca popolare di Lodi aperto da D’Alema?

                          «Il tentativo di coinvolgere D’Alema è un’evidente dimostrazione di come si voglia avvelenare il clima politico. Perché, per dirla chiara, D’alema i soldi alla Banca Popolare di Lodi li dà, non li prende come sembra aver fatto qualcun altro. Perché ha sottoscritto un leasing, a tassi di mercato, e paga regolarmente le rate, come qualsiasi altro cittadino può fare. Ma mi chiedo: oggi due grandi quotidiani, “Libero” e “Il Giornale” pubblicano la fotocopia degli estratti conto di Massimo D’Alema. Questi documenti non sono segreti ma sono coperti dalle regole della privacy. Come sono venuti in possesso di questi documenti i due giornali? Vuol dire che c’è qualcuno che violando la legge ha voluto far uscire questi documenti. Per montare una campagna scandalistica. Questo è il clima. E contro questo clima noi protestiamo e ci ribelliamo. Lo dico chiaro: se si vuole fare una seria discussione sui tanti problemi che le vicende bancarie hanno aperto, noi siamo pronti. E siamo interessati anche a discutere su come oggi si debbano conciliare lo spirito solidaristico che ispira il movimento cooperativo e le logiche di mercato, a cui anche le imprese cooperative non possono sottrarsi. Se invece si vogliono usare quelle vicende per aggredirci, noi non ci stiamo».