“Intervista” P.Carniti: «Sindacato senza strategia»

27/10/2003



      Sabato 25 Ottobre 2003

      ITALIA-LAVORO
      PARLA PIERRE CARNITI
      «Sindacato senza strategia e a corto di progetti»

      Vanno separate in maniera netta
      la gestione e la contabilità
      tra assistenza e previdenza



      ROMA-Pierre Carniti, segretario generale della Cisl nei turbinosi anni ottanta, cerca invano un filo rosso
      nell’azione sindacale. Va bene la protesta, dice, è lecita, ma per vincere serve una strategia. Per questo invita Cgil, Cisl e Uil a stendere una piattaforma
      rivendicativa in tema di previdenza sulla cui base trattare con il Governo. Ma prima, dice, troppe cose sono da chiarire.
      Carniti, ieri lo sciopero generale.
      Da domani cosa farà il sindacato?
      Lo sciopero è stato importante, anche perché ha espresso una protesta largamente condivisa. Ma non vedo dietro questa protesta una strategia,
      non vedo dove il sindacato voglia arrivare. E invece è questa la prima cosa da stabilire.
      Ma esiste la necessità di una riforma, da studiare assieme, Governo e parti sociali?
      Io so che l’unica vera riforma delle pensioni, quella del 1969, perché le altre sono state solo aggiustamenti, quella riforma si basava sull’assunto
      che ogni pensionato era sostenuto da due lavoratori attivi. Adesso quel rapporto è cambiato e sta cambiando ancora. Adesso siamo a 1 contro 1,2,
      presto saremo a un pensionato per ogni lavoratore attivo.
      Proprio nella considerazione di questa realtà il Governo è intervenuto.
      Il sindacato non è dello stesso avviso e lotta per questo. Ma a mio avviso si muove senza avere una strategia precisa e questo è un problema oggettivo
      cui deve ovviare. Io credo che debba mettere a punto una sua piattaforma rivendicativa e con quella avviare un discorso chiaro con il Governo. Ma per stilare i punti di queste sue rivendicazioni deve prima chiarire alcuni aspetti fondamentali della
      partita.
      Quali interrogativi si devono sciogliere?
      La prima cosa sono i confini reali della previdenza.
      Non sono chiari?
      Non esiste una separazione netta tra previdenza
      e assistenza. Anche le autorità pubbliche preposte
      alla gestione dei dati previdenziali forniscono
      dati diversi tra loro, non confrontabili. Non si sa nemmeno cosa sia davvero l’assistenza. Per esempio, come sono classificabili gli interventi
      per sanare i deficit di alcuni fondi confluiti per decisioni e ragioni politiche nell’Inps, dai coltivatori diretti ai dirigenti d’azienda? È giusto che sia
      l’Inps a sanare questi deficit?
      Cosa si dovrebbe fare?
      Separare nettamente gestione e contabilità
      tra assistenza e previdenza. Anche a costo di creare due istituti diversi. Poi c’è tutto il capitolo, un vero ginepraio, delle decontribuzioni.
      Perché un ginepraio?
      Perché non si capisce bene che senso abbiano. Il Governo le ha previste anche per gli anziani che rimangono al lavoro. Ma se si abbassano le
      contribuzioni, è evidente che poi crescono
      i problemi. Se metti in cassa meno soldi, la prima conseguenza è che hai meno soldi da spendere. Quindi le difficoltà crescono anziché diminuire.
      Ma così si convince chi ha i requisiti per
      andare in quiescenza a restare a lavorare.
      La realtà è ben diversa. Le aziende di solito
      cacciano via tutti coloro che hanno raggiunto
      l’età o l’anzianità pensionabile. Non fosse altro che per ringiovanire il personale. E allora io dico che il sindacato dovrebbe contrattare delle formule
      di seniority, per garantire chi è avanti negli anni. Perché se è un dramma non trovare un lavoro a 40 anni, perderlo a 50 può diventare una tragedia.
      Un aiuto potrebbe venire dalle pensioni integrative.
      Che sono l’ultimo tema da approfondire prima di decidere se e come muoversi.
      Cosa si deve capire?
      Chi garantisce il buon fine di queste pensioni. Soprattutto nel momento in cui diventano obbligatorie. Perché io posso mettere i miei risparmi
      in fondi Cirio o in bond argentini, se perdo devo farmene una ragione. Ma se mi si obbliga a mettere il Tfr in questi fondi, mi si deve assicurare un rendimento pari almeno a quello che dava il Tfr. Non dimentichiamo che negli ultimi anni tutti i grandi
      fondi pensione americani sono andati in deficit.

      MASSIMO MASCINI