“Intervista” P.Carniti: «La concertazione non è un fine»

08/07/2005
    giovedì 7 luglio 2005

      Pierre Carniti – Intervista

        «La concertazione non è un fine»

        Lo storico segretario Cisl: va usata in emergenza, non può essere politica ordinaria

          Le parole del Congresso
          Carniti declina alcuni termini chiave del dibattito: la concertazione servì nell’84 e nel ’93, tirata alle lunghe può tradursi in una fregatura per i lavoratori. La legge 30? Basterebbero 4 tipi di contratti. L’unità sindacale non può essere solo un’opzione: per i confederali è necessaria

            SARA FAROLFI

              La Cisl è a congresso, in uno scenario dei meno rassicuranti: il paese «in declino», il «lavoro» ad un giro di vite e, in vista, relazioni sindacali tanto più necessarie quanto più complicate. Ne abbiamo parlato con Pierre Carniti, ex segretario generale della Cisl e storico leader della Fim negli anni dell’«autunno caldo». Che ha visioni differenti in merito a concertazione, legge 30 e rapporti sindacali.

                Partiamo dalle parole di esordio di questo quindicesimo congresso: «concertazione o conflitto».

                  Intanto bisognerebbe mettersi d’accordo sul vocabolario prima che sui contenuti. C’è una confusione nominalistica per cui non si capisce bene cosa si vuole concertare, quando, come e a quali condizioni. La concertazione riguarda quelle questioni di carattere economico e sociale che non possono essere risolte se non con un’intesa di carattere generale che coinvolga sia le istituzioni che le parti sociali. Non cura raffreddori o bronchiti croniche, perciò va usata in circostanze eccezionali, quando cioè si è in presenza di problemi non altrimenti risolvibili.

                    E il conflitto?

                      Il conflitto si fa quando non ci si mette d’accordo. Ma, se si parla di rapporti nel settore industriale, l’alternativa al conflitto non è la concertazione, ma il contratto o, in termini più generali, l’accordo. Insomma, sulla concertazione sarebbe bene intendersi. Storicamente ricordo due circostanze in cui vi si è fatto ricorso: nel 1984 e nel 1993. La prima, sulla scala mobile: si stabiliva allora che quell’accordo, che diede luogo persino ad un referendum, avrebbe avuto la durata limitata di sei mesi. Per il fatto che, per funzionare, la concertazione ha bisogno di un elevatissimo grado di centralizzazione. Non si possono fare accordi di concertazione a durata illimitata perché o non sono seri, oppure sono una fregatura per i lavoratori, nel senso che l’unica cosa che viene tenuta sotto controllo sono i salari.

                        Infatti oggi si parla di rimettere mano agli accordi del `93, il secondo degli accordi di concertazione che lei citava.

                          Sì, nel `93, quando si decise far entrare la lira nell’euro con il paese in condizioni tali da non rendere realistico questo obbiettivo. E il limite di quell’accordo, il fatto cioè che fosse a durata illimitata, è evidente oggi. Mi riferisco ad esempio all’impennata dei prezzi, che il governo si è ben guardato dal controllare. Solo i salari sono stati regolati sulla base dell’inflazione programmata, con un’inflazione reale che aveva un andamento ben diverso. Mi ripeto, la concertazione non può essere la regolazione dei rapporti in via ordinaria.

                            Cosa fare allora?

                              Se un accordo non funziona lo si disdice. E’ evidente che oggi non si può pensare di redistribuire in termini di salario ciò che non si produce. Ma è altrettanto vero che le rendite finanziarie, i profitti e i prezzi non possono andare per conto loro. Nella concertazione non si tratta di recitare il credo, ma di fare un accordo, e mentre il contratto è un accordo a due, la concertazione è un accordo a tre: bisogna che ciascuno metta sul piatto qualcosa di concreto e per un periodo di tempo limitato. Dopo di che si verifica se tutti sono stati ai patti e se i prezzi hanno avuto la dinamica attesa, perché se sono aumentati vuol dire che qualcuno ci ha guadagnato e qualcun altro – salari e pensioni – perso.

                                L’Italia è in declino e le imprese continuano a chiedere più flessibilità per recuperare competitività. Che, molto spesso, significa precarietà.

                                  Non credo che esista nessun altro paese industrializzato al mondo che abbia un mercato del lavoro organizzato con oltre 40 tipologie di rapporti di lavoro, come prevede la legge 30. Tanto è vero che persino le aziende, quando si è trattato di trasferire le normative nel contratto, le hanno recepite solo in parte. Il lavoro si è molto precarizzato e questo crea insicurezze non solo ai lavoratori ma anche alle aziende, che non hanno bisogno di tutti quei contratti.

                                    Sulla legge 30: è da tenere e magari semplificare, o da buttare?

                                      Dopo un’esperienza che dura da un paio di anni si può vedere quali sono le cose che non servono e accantonarle. Se per ipotesi però io fossi un imprenditore mi servirebbero al massimo quattro tipologie di contratti: il tempo indeterminato e il tempo determinato, full time e part time. Il resto sono invenzioni e stravaganze. Ma anche eliminando queste, il mercato del lavoro resterà molto flessibile e in larga misura precario. Quindi se non si vuole andare incontro a una situazione sociale ingovernabile – perché quando il lavoro è così precario ha effetti anche sull’organizzazione sociale – servono ammortizzatori che garantiscano ad esempio la stabilità del reddito nel tempo che trascorre tra due contratti a tempo determinato.

                                        Crede possibile una sintesi tra posizioni sindacali che, su alcuni temi, sembrano molto distanti?

                                          Non vedo una distanza inconciliabile, e d’altra parte non credo che il rapporto unitario sia solo un’opzione. Al contrario penso che il pluralismo sindacale sia un problema, almeno fino a che si parla di un sindacalismo confederale, e non corporativo, che si proponga di avere un peso nella definizione di obbiettivi economici generali e nell’adozione di particolari misure di politica sociale, tali da rendere più facile la realizzazione di quegli obbiettivi. Non c’è alternativa possibile, perché il contratto è un compromesso tra rapporti di forza di due parti. Come non basta avere ragione, se non si ha la forza di fare valere le proprie ragioni. L’alternativa è quella di fare solo un lavoro di lobbying. Per dirla con una metafora, si rischia di fare la fine di quegli imputati privi di mezzi e di assistenza legale, che si rimettono alla clemenza della corte. Che, regolarmente, li manda in galera.

                                            Eppure sulla riforma del modello contrattuale le posizioni sono distanti. La Cisl preme per il potenziamento della contrattazione di secondo livello.

                                              Se si potenzia la contrattazione di secondo livello, senza depotenziare quella di primo, siamo tutti contenti. Ma se non è così, allora è il caso di rifletterci attentamente e non per ragioni teologiche. Il fatto è che il contratto nazionale vale erga omnes, mentre la contrattazione decentrata si fa per il 30% dei lavoratori. Per parte mia auspico che in futuro tutti i lavoratori possano beneficiare della contrattazione decentrata. Oggi però non è il caso di fare come a Costantinopoli, dove si discuteva del sesso degli angeli mentre Solimano era alle porte.