“Intervista” P.Bersani: Un governo che per tre anni ha creduto di essere alla vigilia di un boom

18/05/2005
    SUPPLEMENTO AFFARI & FINANZA di Lunedì 16 maggio 2005

      pagina 7

        Intervista
        a Pierluigi Bersani

          Un governo che per tre anni
          ha creduto di essere
          alla vigilia di un boom

          MARCO PANARA

            LA recessione nella quale siamo caduti non è un accidente della congiuntura, è ben dentro un itinerario che non è cominciato ieri. Perluigi Bersani, ex ministro dell’Industria e ora responsabile per il programma della segretria nazionale dei Ds, identifica una data, «l’ultimo trimestre del 2001». E’ quello il momento in cui è squillato il campanello d’allarme. «E’ allora dice Bersani che si è cominciato a vedere con chiarezza che si stava creando uno scollamento tra l’andamento della produzione industriale in Italia e nel resto d’Europa facendoci capire che noi avevamo problemi diversi e anche più numerosi».

            Quali sono le differenze?

              «Di fronte alla globalizzazione emergevano l’inadeguatezza delle nostre specializzazioni produttive, il limite determinato dalla dimensione delle nostre imprese e dalla qualità della governance. L’accelerazione del ciclo tecnologico ha svelato il nostro ritardo e ci siamo resi conto che perdevamo produttività perché la nostra struttura produttiva riesce meno di altre ad assorbire le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni e fa più fatica a muoversi in settori come le biotecnologie, le nanotecnologie, i nuovi materiali».
              Il 2001 ha svelato i problemi, ma ora siamo nel 2005 e in recessione.
              «Noi proponemmo un piano d’azione per l’industria nazionale, ma nonostante fossimo nel pieno della crisi industriale più lunga e grave degli ultimi decenni non abbiamo avuto sull’argomento neanche un dibattito in Parlamento. Il governo e la maggioranza hanno preferito prendere un’altra strada».

              Quale?

                «Hanno preso la situazione al rovescio. C’era un problema di riorganizzazione e di passaggio a produzioni più sofisticate e invece il governo si è mosso come se fossimo alla vigilia del boom e si dovesse aumentare la capacità produttiva. E quindi legge Tremonti, attacco ai sindacati, abbassamento sistematico del sistema di regole, la litania della riduzione delle tasse».

                Voi invece cosa proponevate?

                  «Una politica articolata. Una prima parte ragionevolmente difensiva: l’Europa cominciava a fare i suoi patti con la nuova geopolitica, ma noi non partecipavamo, battevamo i pugni per le quote latte e per farci passare un po’ di cartolarizzazioni. Ma l’impatto della Cina è asimmetrico, non è uguale per tutti, e il modo di gestire questo impatto non sono i dazi, che sono il palliativo di un governo impotente. L’esplosione produttiva della Cina è un fenomeno geopolitico che possiamo bilanciare solo con una Europa forte, e invece noi litighiamo con la Cina e picconiamo anche l’Europa, che non mi sembra una politica sana, anche perché per confronti di questa portata ci vuole il fisico e noi non lo abbiamo».

                  E accanto alla ‘ragionevole difesa’?

                  «Un serio piano d’azione, basato però su alcune chiare premesse concettuali: la prima è che ci sono settori nei quali da soli non ce la facciamo, e sono la difesa e lo spazio, l’auto, l’elettronica, la chimica, i sistemi di telecomunicazione. E allora noi dobbiamo attrezzare le imprese di questi settori ad affrontare accordi continentali e non solo, mettendo in atto una seria diplomazia economica, fornendo risorse per la ricerca e anche un piano di commesse pubbliche, per non farle arrivare nude alla meta».

                  Di tutto il ‘made in Italy’ cosa facciamo?

                  «Qui va una seconda premessa: a differenza di altri noi non possiamo despecializzarci oltre un certo limite. Dobbiamo prepararci al ridimensionamento di alcuni settori, ma dobbiamo continuare ad essere produttori di qualità di beni di consumo. Per farlo dobbiamo individuare dei ‘driver’ capaci di internazionalizzarsi, di avere rapporti qualificati con la finanza, che abbiano marchi e brevetti e dobbiamo aiutarli a far evolvere la loro organizzazione, ad accedere alle tecnologie, a muoversi verso settori più avanzati anche con piani di ricerca industriale finanziati con denaro pubblico. In cambio però dobbiamo chiedere loro di tenere parte della microimpresa nei distretti».

                  Il made in Italy però non sono solo le griffe.

                  «La meccanica in realtà resiste, dentro nicchie significative che forse la globalizzazione non oscurerà ma addirittura allargherà e valorizzerà. Il problema è che in queste nicchie se sei il numero uno o il numero due guadagni, ma già se sei il numero tre fai fatica a stare a galla. Quindi l’azione da fare è stimolare il raggiungimento della massa critica attraverso fusioni e acquisizioni e creare bacini di subfornitura che abbiano una scala almeno continentale».

                  Basterebbe a garantirci il futuro?

                    «No, ci vuole il terzo pezzo. Tutto questo aiuterebbe a reggere ma non a crescere, bisogna quindi aggiungere un’altra gamba, che sono le politiche per far nascere le imprese tecnologiche, per far crescere una logistica capace di creare valore aggiunto, per industrializzare i servizi. Per realizzare tutto questo ci vogliono politiche e attori, nuove leadership industriali, soggetti in grado di accettare la sfida. E non è una questione di pubblico o privato, né l’uno né l’altro cambiano l’acqua in vino, ci vogliono progetti industriali e soggetti capaci di portarli avanti».

                    Lei ha citato i servizi. Nel Regno Unito mentre l’industria perdeva un milione di posti di lavoro, Gordon Brown riusciva a far decollare i servizi, che di posti di lavoro ne hanno creati 2 milioni. Perché da noi invece i servizi non decollano?

                    «Perché da una parte ci sono il localismo e il corporativismo, e dall’altra non sono state messe in atto politiche industriali adeguate, senza le quali non si riesce a creare una industria dei servizi che abbia la necessaria massa critica. Per far partire i servizi ci vogliono le liberalizzazioni, che nei settori delle professioni e in tanti altri sono difficilissime, e ci vorrebbero due o tre grandi progetti paese, che riguardino il Mezzogiorno ma non solo. E c’è anche un’altra area importante, quella dei servizi alla persona, che è fondamentale per soddisfare vecchie e nuove esigenze e che è anche una importante opportunità. Bisognerebbe riuscire a costruire degli standard e avere imprese in grado di operare per esempio in franchising. Aggiungo che la forma cooperativa può dare in questa area un forte contributo. Questa sorta di public company all’italiana nei settori in cui è, grazie alla managerialità della gestione, al reinvestimento degli utili e della prospettiva di lungo termine, ha dimostrato di saper funzionare e crescere».

                    Tra i servizi c’è anche il turismo, che ci dovrebbe vedere primi e dove invece perdiamo posizioni.

                    «Il turismo è fondamentale, ma dobbiamo metterci in testa che non è una carta di riserva per chi non riesce a gestire l’industria. Perché il turismo è una attività difficile e complessa, le dirò anzi che se sapessimo fare turismo riusciremmo a fare benissimo anche l’industria. Le soluzioni facili non esistono, e quando qualcuno le tira fuori è come il passaggio di Attila: dopo la battuta di Tremonti sulle spiagge da vendere, ci vorranno dieci anni prima di vedere investimenti per migliorare i litorali».

                    Gli industriali lamentano, tra le altre cose, due che sono tipiche italiane e determinano un serio svantaggio competitivo: il costo dell’energia e la carenza delle infrastrutture.

                    «Cominciamo dall’energia. Vedo che si riapre il dibattito sul nucleare, ma costruire centrali nucleari richiede tempi lunghissimi e risorse enormi che non vedo in giro. Mi sembra quindi che sia il classico modo italico di aprire grandi discussioni per nascondere i veri problemi».

                    Il vero problema è che l’energia è poca e costa troppo, e se non con il nucleare come lo risolviamo?

                      «Pragmaticamente. Innanzitutto accelerando la sostituzione di centrali vecchie e costose con centrali nuove ed efficienti ed aumentando la capacità produttiva. Qualcosa si muove, ma per andare avanti rapidamente la cosa più importante è la stabilità normativa, perché chi investe mezzo miliardo di euro per una centrale vuole avere certezze sul futuro. La seconda cosa è che qualunque scelta facciamo dobbiamo sapere che noi siamo quelli del gas, e allora la strada è far scendere i prezzi del gas, liberalizzando il mercato e creando una sovracapacità negli approvvigionamenti. Infine il petrolio. L’impressione è che i produttori e le grandi compagnie non sappiano più dove mettere i soldi: ebbene, un’Europa degna di questo nome dovrebbe avere nel cassetto un serio piano di risparmio energetico, diciamo per il 5% del consumo attuale, quello già sarebbe un argomento negoziale».

                      E le infrastrutture?

                      «Le hanno promesse ma non le hanno fatte. Secondo i dati dell’Ance in questi quattro anni gli investimenti sono diminuiti del 30%, e in effetti l’unica grande opera pubblica in costruzione, l’alta velocità, l’abbiamo fatta partire noi. Il problema è che questo governo ha seguito uno strano percorso logico: ha ridotto la logistica alla mobilità, la mobilità ai trasporti, i trasporti alle infrastrutture e le infrastrutture alle opere pubbliche e alla fine tutto si è ridotto a Lunardi e a un pugno di costruttori. E invece si deve fare il percorso inverso, perché la metà dei camion che vediamo in giro viaggiano vuoti. E allora bisogna fare le infrastrutture, ma intanto ci vogliono le liberalizzazioni, bisogna favorire l’industrializzazione dei sistemi logistici, dobbiamo sbottigliare i porti e oltre alle grandi opere pensare anche alle medie opere, per risolvere problemi specifici e concreti».

                      Lei ha elencato una serie di cose che non sono state fatte ma che un domani dovrebbero essere fatte. Con quali soldi?

                        «Tutto ciò lo sappiamo bene, dovrà fare i conti con la situazione drammatica della finanza pubblica. Noi viaggiamo da tempo con un deficit superiore al 4%, ci siamo mangiati l’avanzo primario e abbiamo aumentato la spesa corrente, e senza vantaggio per alcuno. La prima cosa che possiamo augurarci è che si smetta di fare stupidaggini. Poi ci si deve rimettere a lavorare seriamente per ricostruire la fedeltà fiscale e per mettere sotto controllo i grandi aggregati di spesa. E lì non si risolve con i tetti o con i diktat, che è come tentare di fermare l’acqua con le mani: si risolve governando i meccanismi, avendo l’umiltà di andare dentro i meccanismi per correggerli e renderli più efficienti diffondendo le pratiche migliori. Attraverso questa opera paziente si dovranno ricreare margini fiscali innanzitutto per le fasce più deboli. Bisogna governare, e avere rigore, determinazione e pazienza. Sarà un lavoro lungo».