“Intervista” Nerozzi:«La linea della Cgil non la fanno i Ds»

09/04/2003

              mercoledì 9 Aprile 2003


              «La linea della Cgil non la fanno i Ds»
              PAOLO NEROZZI «Da Milano accuse miopi: non saremo mai partito, ma restiamo soggetto politico»

              COSIMO ROSSI
              «Noi non siamo a nessun bivio. La Cgil non diventerà mai partito, ma non smetterà mai di essere soggetto politico». Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, respinge così l’offensiva della maggioranza della Quercia, che accusa il sindacato di Corso Italia di essersi messo a fare politica e pretende il recupero dell’unità con Cisl e Uil: «Sono i congressi che determinano la posizione della Cgil e che hanno sempre avuto un filo che li univa: l’autonomia e l’interesse generale».

              I Ds, per la verità, alla convenzione di Milano vi hanno messo nel mirino, imputandovi in sostanza di dare sostegno politico alle posizioni di Cofferati. Come giudicate questi affondi?

              Come un attacco alla Cgil e alle lotte delle persone che la Cgil rappresenta. Perché la cosa più grave è che così non si attacca un’organizzazione, ma i milioni di persone che quelle lotte hanno voluto e difeso. Dire, come ha fatto D’Alema, che è finito il patto per l’Italia – che invece non è finito e che aleggia anche sul contratto dei meccanici – è come dire che la ricreazione è finita e che si deve tornare all’unità. Senza poi vedere che in questi mesi l’unità è stata fatta su tanti contratti e su questioni importanti come pace, Mezzogiorno e immigrazione. Vuol dire avere visione strumentale del sindacato: quando serve a fare le lotte va bene, poi deve stare subordinato alla linea del partito; che per altro, come tutti i partiti, mi sembra abbia qualche problema nel rapportarsi con la società.

              Davvero la Cgil non ha responsabilità nella rottura con Cisl e Uil?

              Vorrei si capisse che l’unità non si è rotta adesso, ma a seguito di due fatti. Il primo è quando D’Antoni scelse, nel 2000, di rompere nel giudizio sulle finanziarie dell’Ulivo. Il secondo è il Patto per l’Italia fatto con il centrodestra. Il punto sta in quella scelta di campo politica che fu fatta, e che certo i fatti adesso rimettono in discussione. Ma non cogliere l’alleanza strategica tra Confindustria e governo vuol dire avere una visione politicista. E altrettanto non capire che la Cgil ha interpretato in questi mesi la speranza di cambiamento, di lotta contro questo governo, di protagonismo e nuova identità di tantissime persone del mondo del lavoro e non solo. Questa ingenerosità miope assomiglia a quella nei confronti della Cgil alla fine del risanamento del governo Prodi, quando D’Alema, dopo otto anni di sacrifici, attaccò la Cgil perché non rappresentava i giovani. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Noi siamo sempre stati un sindacato. Poi il sindacato si fa in due e in tre, con Confidustria e governo: lo dimostrano i contratti che abbiamo fatto, la cura per le condizioni materiali e i diritti delle persone, che per questo ci sono vicine. Ma le condizioni non sempre ci sono: quando non si vuole trattare…

              Quantomeno, però, avete svolto un ruolo di supplenza della politica…

              La Cgil è soggetto politico: non diventerà mai partito, ma non smetterà mai di essere soggetto politico. Le accuse fatte a Cofferati sono le stesse fatte a Lama, Di Vittorio e nel lontanissmo passato a Rinaldo Rigola. Ma noi ci occupiamo e dell’interesse generale del paese. Dobbiamo fare esattamente quello che abbiamo fatto negli ultimi 100 anni. Quando invece abbiamo disperso il nostro carattere di rappresentanza generale siamo sempre andati in crisi. Rispetto al quadro politico, la Cgil guarda a tutte le forze dell’opposizione del centrosinistra in modo uguale: si confronta con tutti e si rapporta a seconda del merito e dei contenuti: non siamo proprietà dei vecchi partiti socialisti e comunisti, ci rapportiamo a tutto il movimento riformista e riformatore. Non lo possiamo fare con il centrodestra perché oltre al merito ci dividono i valori: immigrazione, scuola, pace.

              Adesso però si dice che siete al bivio. La citazione gramsciana con cui D’Alema vi ha chiesto da Milano di decidere se rompere per ritrovare l’unità oppure per marcare una separazione sembrava riferita a quando Gramsci riprende lo «spirito di scissione» di Sorel. Insomma, vi si chiede di tornare a fare sindacato invece che alimentare fratture politiche.

              Ecco, possiamo dirlo che citava Sorel e non Gramsci? Noi però non siamo a un bivio. La Cgil, come tutti i soggetti politici e di rappresentanza sociale sceglie ogni giorno. La nostra è la coerenza di essere soggetto che guarda agli interessi generali delle persone. Eppoi scegliamo con il merito, che è un merito definito dai congressi. E c’è un filo che collega tutti i nostri congressi: il filo dell’autonomia e della Cgil come soggetto generale. L’unità non può essere la rinuncia al merito e ai valori: si realizza sui contenuti. Ci sono luoghi e momenti in cui si fa e altri in cui non si fa. Quando qualche dirigenti mi chiese di rompere l’unità sindacale del pubblico impiego perché la Cisl aveva firmato il patto di Milano io non la ruppi, anche se non ero d’accordo con il patto; stavamo facendo un buon contratto sulla sanità. E’ sempre il merito che fa premio. E i valori: dalla pace, ad esempio, si può costruire molto.