“Intervista” Nerozzi: «Un sì necessario. Ai diritti»

29/04/2003





 
   
martedì 29 Aprile 2003
POLITICA




 

«Un sì necessario. Ai diritti»
Paolo Nerozzi, segretario della Cgil, spiega l’importanza di vincere il referendum per l’estensione dell’articolo 18. Per continuare la battaglia sui diritti per tutti, per non rompere il legame con il movimento

LORIS CAMPETTI


IIn gioco non c’è soltanto la possibilità di estendere un diritto previsto dallo Statuto anche a chi lavora in aziende con meno di 16 dipendenti. In gioco c’è un processo di trasformazione, verrebbe da dire di socializzazione, della Cgil: un sindacato, un soggetto politico autonomo percepito come luogo comune anche da chi non ha la tessera e spesso non ce l’ha perché non ha un lavoro, o ce l’ha ma è senza diritti e sicurezza. In questi due anni nuove generazioni, ragazze e ragazzi precari un po’ meno padroni del futuro di quanto lo fossero i loro genitori, hanno guardato al sindacato diretto prima da Cofferati e oggi da Epifani con interesse e speranza. Basta sfogliare l’album fotografico della manifestazione del 23 febbraio e di quelle prima e dopo che hanno ridato colore a un paese che era uscito ingrigito dalla sconfitta elettorale (e prima ancora politica) dell’Ulivo, per riconoscere volti e speranza. Per logica e coerenza, il gruppo dirigente della Cgil dovrebbe dare indicazione convinta per il sì a un referendum che pure non ha voluto, scegliendo di proseguire la battaglia per l’estensione dei diritti sul terreno legislativo. Perché una sconfitta ricadrebbe non solo su chi quel referendum ha voluto, e sarebbe una sconfitta della battaglia per i diritti. Eppure, il percorso che porterà il direttivo della Cgil a esprimersi per il sì ha visto un dibattito acceso, con posizioni diverse, soprattutto in segreteria. E non è detto che il voto sarà unitario. Paolo Nerozzi è uno dei segretari che, insieme a Guglielmo Epifani, si è espresso con chiarezza per un impegno autonomo ma convinto della Cgil per la vittoria del sì.

Perché tante difficoltà a pronunciare un sì che a chi ha appoggiato le ultime battaglie della Cgil sembra scontato?

La Cgil non ha promosso questo referendum, perché lo strumento più adeguato per l’estensione dei diritti è la legge, e la Cgil ha una sua proposta di legge che va in questa direzione. Poi, abbiamo valutato un errore il referendum per le divisioni che porta nel nostro stesso campo.

Ma adesso il referendum c’è, e nel frattempo il governo ha ulteriormente smantellato e precarizzato il mercato del lavoro riducendo i diritti a tutti.

E’ così. E per questo io penso che solo una vittoria del sì possa aiutarci a percorrere la nostra strada, che resta quella legislativa. Il no sarebbe una vittoria della destra, della politica del governo Berlusconi e sarebbe comunque vissuta come un duro colpo alla mobilitazione sui diritti, a prescindere dalla legittimità di questa semplificazione.

Come incide, se incide, sulla scelta del direttivo della Cgil il rapporto con quel pezzo di società che siete riusciti ad agganciare negli ultimi due anni?

Quel che si è messo in movimento con la battaglia sui diritti si è espresso e ragiona con categorie diverse dalle forme tradizionali della politica, categorie basate su messaggi semplici ma non certo banali. Dopo anni di estraneità dalla politica e dall’impegno sociale si è materializzato un movimento che si riconosce in parole d’ordine e pratiche comuni, si tratta di un movimento diverso da quello del `68, non ideologico, ricco e articolato. In questo, nella necessità di mantenere e consolidare un rapporto vitale con i giovani e il movimento, vedo una continuità tra la battaglia per i diritti e un impegno della Cgil per il sì. Una posizione diversa, ideologica, astratta, non sarebbe capita da chi mette al centro la concretezza delle questioni poste. Non possiamo non confrontarci con i sentimenti delle persone con cui abbiamo fatto un pezzo importante di strada insieme. Una scelta diversa da parte nostra creerebbe lacerazioni e abbandoni, romperebbe il rapporto con tante ragazze e ragazzi.

Un ragionamento semplice e ovvio, il tuo. Stupisce che non venga condiviso da tutti, non nel corpo vivo della Cgil ma nella segreteria. Qualcuno, per esempio Carlo Ghezzi, parla ben altra lingua.

Io credo profondamente nell’autonomia della Cgil che è un valore fondativo e credo nella sua unità, che non è mai stata unanimismo. Intanto aspettiamo l’esito del direttivo, e comunque sono convinto che al di là di posizioni diverse sull’articolo 18 saremo capaci di rimetterci insieme. Il filo unitario si è sempre trovato, dopo discussioni impegnative tra posizioni diverse. E’ successo dopo l’accordo del 23 luglio (qualcuno come il sottoscritto si astenne), sulle pensioni, sul contributivo, sul Kosovo. Succederà anche dopo il voto del 15 giugno, ripartiremo insieme perché sul principio – la necessità di estendere i diritti – siamo tutti d’accordo come lo siamo stati contro la guerra.

Non svelo un segreto se ti colloco tra i cofferatiani, che pure sul referendum si dividono, mentre pesa il silenzio del più importante lavoratore della Pirelli.

Sergio Cofferati ha detto che deciderà dopo il direttivo della Cgil. E’ una decisione corretta che apprezzo, perché è un’espressione di rispetto dell’autonomia della confederazione.

Ieri il segretario della Cisl Raffaele Bonanni ha mandato un messaggio a voi e alla Uil che può sembrare minaccioso: né sì né nì, se vi sta a cuore l’unità.

Bonanni ha espresso un’indicazione opposta alla mia. Ma al di là dei no e dei sì sul referendum, resta e va difeso un lavoro comune tra Cgil, Cisl e Uil sulle pensioni, come sul mezzogiorno. E il 1° maggio lo festeggeremo insieme.