“Intervista” Nerozzi: «Montezemolo usa i salari»

29/10/2007
    lunedì 29 ottobre 2007

      Pagina 6 – Economia

        L’INTERVISTA/Paolo Nerozzi

        Secondo Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, il tempismo di Confindustria e Bankitalia è sospetto
        Il tentativo è quello di spaccare l’unità di Cgil, Cisl e Uil che negli ultimi anni non è mai stata così forte

          «Montezemolo usa i salari
          contro sindacati e contratti»

            di Roberto Rossi / Roma

            All’improvviso si torna a parlare di questione salariale. In tre giorni Fiat, Bankitalia e Confindustria, hanno rimesso al centro del dibattito politico la condizione del lavoratore. Con un tempismo che per Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, è quantomeno sospetto.

            Nerozzi, sembra che i salari siano tornati di moda. Confindustria, Fiat e alcuni settori del governo hanno scoperto l’esiguità di certi stipendi. A cosa è dovuta questa attenzione?

              «Premetto che se si parla di salario e di potere d’acquisto dei lavoratori, dopo che per anni lo abbiamo sostenuto da soli, non può che farci piacere. Tra l’altro noi, come sindacato, già a settembre abbiamo posto la questione fisco, contratti e tasse locali. È indubbio, comunque, che la cosa è strana».

              È strano che il governo si occupi di salari?

                «No. Anzi il contrario. Il governo deve occuparsene come in parte ha fatto. Vorrei, però, che lo facesse con più attenzione. Ad esempio il principio secondo il quale tutto quello nel futuro verrà dalla lotta all’evasione fiscale sia restituito al lavoro dipendente nella prima stesura della Finanziaria non c’era. Il fatto che oggi la questione venga riconosciuta è un passo avanti. Occorre, però, andare oltre. Occorre un segnale concreto. Penso ai contratti, per esempio».

                Il governo è stato disattento, Confindustria invece no. Come giudica l’iniziativa della Fiat di anticipare l’aumento di trenta euro nella busta paga?

                  «Qui il discorso è diverso. L’iniziativa della Fiat di Marchionne di arrivare a trenta euro di anticipo non è un segno di attenzione alle condizioni dei lavoratori. Se gli imprenditori sono preoccupati delle condizioni di lavoro, visto che siamo in pieno dibattito contrattuale, accettino di firmare rapidamente la piattaforma. Che non è di trenta ma di 130 euro».

                  Se non è attenzione cos’è?

                    «Bisogna sempre, dicevano i latini, diffidare dal nemico che ti porta doni. Dietro all’aumento Fiat c’è un attacco al contratto nazionale che è l’elemento vero di eguaglianza. Gli industriali i soldi li vogliono dare a chi gli pare e quando gli pare. La maggioranza dei lavoratori diventa sempre più povera e più debole. Dietro a una cosa che sembra illuminata c’è un attacco violento al modello contrattuale, ai diritti delle persone ma anche al reddito. Io dico: siete preoccupati delle condizioni dei lavoratori? Fate i contratti in fretta».

                    Non sembra però l’aria…

                    «Se non si fanno in fretta non escludo la mobilitazione. Pensiamo anche di arrivare a una manifestazione complessiva di tutte le categorie che non hanno contratti. Tra questi gli artigiani, che sono sette anni che aspettano, o il commercio, che ha difficoltà enormi. E stiamo parlando dei lavoratori più deboli».

                    Montezemolo, però, ha legato l’aumento dei salari a un aumento della produttività. Si guadagna poco perché si lavora poco?

                    «Montezemolo dice una cosa ingiusta. Dovrebbe ricordare che in questi ultimi anni all’industria molto è stato dato e poco è stato chiesto. Non solo in termini di salari ma anche di innovazione. Una volta un vecchio imprenditore mi disse, rispetto a una situazione analoga: “Noi prendiamo, se nessuno ci chiede niente la riconoscenza non è negli statuti di un’impresa”. Montezemolo attualizza queste parole».

                    Fiat e Confindustria ma anche Bankitalia. Il governatore Draghi ha parlato di bassi salari eppure due mesi fa non ne faceva cenno. La priorità era il debito. Perché è stato cambiato registro?

                      «In realtà mi sembra che ci sa un disegno volto a indebolire la rappresentanza sindacale proprio mentre il sindacato è unito come non si vedeva negli ultimi tempi. Più il sindacato è unito più alcuni settori economici e una fetta della politica sono contro il movimento».

                      C’entra la consultazione referendaria?

                        «Non lo escluderei. Cinque milioni di lavoratori che approvano il protocollo sulle pensioni e sul welfare sono tanti. La consultazione ha dimostrato che il sindacato ha il consenso delle persone, non solo nelle fabbriche ma anche nei call center negli iper mercati. È la dimostrazione che il sindacato si sta espandendo».

                        A sinistra il panorama sta cambiando rapidamente. Che valutazione ne dà?

                          «C’è una grande ristrutturazione nella rappresentanza politica. C’è il Partito democratico, c’è il tentativo di aggregarsi a sinistra. Due considerazioni per l’uno e per l’altro. Al Partito democratico dico: non siamo un pezzo del ‘900 c’è molto più futuro nel sindacato che in politica. Agli altri raccomando: un partito di sinistra deve guardare l’insieme della rappresentanza del lavoro e non una sua parte».