“Intervista” Nerozzi: «Il sindacato resta in campo»

22/09/2003





 
   



20 Settembre 2003



«Il sindacato resta in campo»
Parla il segretario della Cgil Paolo Nerozzi: «Continuiamo sulla linea del congresso. Benissimo la manifestazione proposta del Prc, ma la Cgil deve portare in piazza milioni di persone contro le politiche sociali del governo. Per battere le destre serve un programma alternativo, non un partito unico»
GABRIELE POLO
«L’iniziativa di Rifondazione, accolta da gran parte del centro-sinistra, di proporre una grande mobilitazione contro questo governo va benissimo. Ma la Cgil deve portare in piazza milioni di persone per sconfiggere le politiche sociali ed economiche di Berlusconi. Anche perché, se oggi c’è un ritrovato spirito di collaborazione nell’opposizione, ciò si deve in buona parte alle iniziative della Cgil e dei movimenti del 2001-2002. Per questo dobbiamo continuare a stare in campo». Per Paolo Nerozzi, segretario nazionale della Cgil, le ragioni di un’iniziativa autonoma del sindacato non sono venute meno dopo la ripresa del dialogo a sinistra, anzi.

Visto che la politica ha riconquistato la scena dopo la stagione dei movimenti, ora il sindacato deve accontentarsi di un ruolo «minore»?

E’ vero che circola un pensiero un po’ «normalizzante», ma io penso che non abbia fondamenti. In primo luogo perché sbagliano quei sindacalisti che pensano di poter trattare e fare accordi di lungo periodo con un governo pericoloso come quello al potere, come sbagliano quei politici che pensano di poter gestire assieme a una compagine governativa tanto autoritaria «cosette» come le riforme istituzionali. In secondo luogo, perché la politica deve ringraziare i movimenti e la Cgil se ha avuto un sussulto di protagonismo positivo. E trarne una lezione. Per questo dobbiamo proseguire sulla strada intrapresa.

Ma anche nella Cgil c’è chi chiede una svolta rispetto all’ultimo congresso…

E sbaglia, perché i lavoratori si aspettano proprio la continuità di quella linea congressuale basata sul valore del lavoro, sull’autonomia dai partiti e sul sindacato come soggetto politico. Se si vuole mettere in discussione tutto questo serve un nuovo congresso, lo si dica chiaramente. Altrimenti la soggettività della Cgil deve rimanere in campo. Soprattutto perché la condizione materiale di chi rappresentiamo è drammatica, dai salari erosi dall’inflazione all’attacco ai diritti, dalla precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro con la legge 30 che sta per entrare in vigore fino alle pensioni sempre sotto tiro. Insomma c’è un impoverimento materiale e sociale spaventoso, cui rispondere riprendendo l’iniziativa e battendo il governo.

A proposito di pensioni, quanto è salda l’unità sindacale di queste settimane?

Dipende tutto dal merito. Per noi non basta dire no all’innalzamento dell’età pensionabile, bisogna respingere i contenuti della delega previdenziale, che non sta nella Finanziaria. E contro l’ipotesi di furto del Tfr serve lo sciopero. Ripeto, l’impoverimento e l’insicurezza sono crescenti e la privatizzazione delle pensioni fa il paio con i tagli ai fondi per gli enti locali che porta con sé un peggioramento dell’assistenza e della sanità pubbliche. Insomma, bisogna sconfiggere il blocco sociale e il governo che lo rappresenta, perché entrambi sono portatori di un disegno autoritario (che sulle politiche sociali e del lavoro è già avviato da tempo e che ora si traduce in «riforme» istituzionali) che verrà portato avanti e che non prevede margini di emendabilità.

Uno dei «terreni» su cui spesso in Italia si sperimentano le svolte sono i metalmeccanici. Sul contratto i sindacati si sono divisi e la Fiom continua la sua vertenza con le mobilitazioni generali e i pre-contratti. Qual è il giudizio della Cgil?

Quando qualcuno mi dice che non bisogna lasciare da soli i meccanici della Fiom, io rispondo che «non bisogna lasciare soli noi stessi», perché quel che succede tra i meccanici mette in gioco tutta la Cgil. Fim e Uilm hanno firmato un contratto che non difende il potere d’acquisto ed è aperto al recepimento della legge 30; e, poi, c’è il nodo della democrazia, il fatto che sul terreno sindacale una minoranza ha deciso per la maggioranza e su quello più generale dei diritti che i lavoratori non hanno potuto votare l’accordo. E’ una situazione diversa da tutte le altre categorie, ma non è un «incidente», è un sintomo delle relazioni sociali e sindacali che ha in mente l’attuale blocco di potere. Io dico che la Cgil e la Fiom devono portare avanti insieme il discorso che hanno costruito insieme.

Se questo è il quadro l’autunno si preannuncia vivace ma anche molto complesso nella relazione tra quadro sociale e politico. La parte moderata del centro-sinistra, se concorda nella necessità dell’unità anti-berlusconiana, lancia allarmi: «attenti a non distruggere tutto con un eccesso di conflittualità». Non c’è il rischio che quest’intreccio finisca per immobilizzare tutto?

La ripresa della mobilitazione sociale è assolutamente necessaria e credo che la Cgil risponderà adeguatamente a questo bisogno. Poi, con la politica, ci misureremo nel merito, come al solito, ricordando però che se Berlusconi è in difficoltà la ragione va cercata anche in quel che abbiamo fatto nel 2002 e nelle mobilitazioni contro la guerra. Per il resto vorrei che ci fosse più attenzione ai programmi. Alle opposizioni chiedo: come volete contrastare la legge 30, l’attacco alle pensioni e allo stato sociale, come volete risolvere il nodo della democrazia sui posti di lavoro? Come volete farlo ora che siete all’opposizione e un domani quando – speriamo – sarete al governo? Di liste uniche, leader ed altro discuteremo poi, ma per cacciare Berlusconi bisogna avere un programma alternativo, altrimenti non ce la facciamo, nemmeno con l’unità, a recuperare il consenso delle tante persone che si sono sentite deluse dalla precedente stagione di centro-sinistra. Detto questo, la mia modesta opinione sul tanto citato «partito riformista» è un po’ particolare: non credo che allarghi automaticamente il consenso tra la nostra gente, anzi – senza un programma alternativo – rischia di restringerlo.