“Intervista” N.Walter: «Sarà una pace difficilissima Ora rischiamo la recessione»

22/04/2003



            martedì 22 aprile 2003

            IL CAPO ECONOMISTA DI DEUTSCHE BANK PREVEDE UN ALTRO ANNO DI BASSA CRESCITA
            «Sarà una pace difficilissima
            Ora rischiamo la recessione»
            Norbert Walter: anche i servizi risentono della crisi in modo grave «Francia e Germania soffriranno le perdite delle commesse Usa»

            intervista
            Francesca Sforza
            corrispondente da BERLINO

            L’ECONOMIA mondiale trema; i mercati europei e americani sono preda di continue incertezze e faticano a guardare in prospettiva; dall’Asia le notizie di un possibile contagio su larga scala della polmonite atipica sta avendo effetti dagli esiti non facilmente prevedibili. E il facile entusiasmo delle borse nei primi giorni di guerra ha lasciato il posto a una perplessità diffusa. Norbert Walter è il capo economista di Deutsche Bank: «Non ho mai condiviso l’ottimismo di chi si aspettava una guerra rapida con conseguenti benefici sulla congiuntura internazionale – dice in quest’intervista – Ho detto fin dall’inizio che se la guerra sarebbe stata semplice, ma la costruzione della pace difficilissima. E credo ancora che sia così».

            Norbert Walter, ci dobbiamo aspettare una recessione mondiale?

            «Il rischio di una recessione a mio avviso è ormai molto grande, e la questione va presa seriamente. In America le condizioni non sono vantaggiose -in Giappone non lo sono mai state – e in Europa i dati che sono stati presentati in febbraio e marzo hanno mostrato un sensibile peggioramento in tutti i paesi, sia degli indicatori economici che di quelli psicologici».

            Quali sono secondo lei i settori produttivi più a rischio?

            «Ovviamente ci sono variazioni da paese a paese, ma è abbastanza evidente che le dirette conseguenze del dopoguerra colpiranno innanzitutto le linee aeree, il turismo e tutti i beni di consumo non duraturi, ad esempio i prodotti dell’industria automobilistica. Rispetto agli ultimi 40-50 anni, quando le crisi economiche colpivano quasi esclusivamente i settori tradizionali – l’industria metalmeccanica, automobilistica, edile – oggi siamo di fronte a un fenomeno nuovo: terzo settore, banche e assicurazioni – già indeboliti da problemi strutturali – risentono delle crisi in modo più grave che in passato».

            Concorda con la stima della Banca Centrale, che prevede una crescita media del1’1% per la zona euro?

            «Le nostre previsioni di crescita parlano di Germania allo 0%, Europa all’1%, Usa al 2% e Giappone a -1%. Ma l’esempio della guerra in Iraq o della nuova malattia in Asia fanno capire che è sempre possibile aggravare la congiuntura su livello mondiale. Non escludo, dunque, che si possa raggiungere un dato lievemente negativo».

            Secondo lei quanto costerà in termini economici a Francia e Germania l’aver preso una chiara posizione a favore della pace e dunque contro gli Stati Uniti?

            «Credo che nei settori in cui i governi hanno una diretta influenza nell’assegnazione degli appalti, il dissenso con l’America porterà inevitabilmente conseguenze negative per Francia e Germania. Sono certo, ad esempio, che non vinceranno più nessun appalto nel campo militare. E per quanto riguarda l’aviazione civile, gli americani consiglieranno sicuramente ai loro amici di acquistare Boeing e non Airbus. Credo meno nel boicottaggio di beni come le automobili o i prodotti alimentari: passato il primo momento, gli americani sanno che se vogliono comprare una macchina decente è meglio comprare una macchina tedesca o giapponese».

            E la ricostruzione?

            «Certamente gli americani privilegeranno i propri costruttori di macchinari e le proprie imprese edili. Ma per francesi e tedeschi non è uno svantaggio, perché è chiaro che le ditte americane si orienteranno verso i migliori fornitori e fra questi ci saranno senz’altro gruppi tedeschi e francesi. Ci saranno forse dissonanze iniziali, ma dopo due o tre anni predominerà il calcolo economico».

            È sempre più frequente il paragone tra Germania-Giappone. Lei che ne pensa?

            «Noi tedeschi abbiamo alcune affinità con il Giappone: le più importanti sono lo sviluppo demografico e una forma di collettivismo che fa sì che la disponibilità ad aiutarsi da parte degli imprenditori e dei singoli soggetti economici sia poco sviluppata. Tutti aspettano gli altri. E siccome attualmente non abbiamo un forte governo politico, il rischio di diventare simili al Giappone aumenta. Fortunatamente però non ci troviamo come i Giapponesi su un’isola, bensì al centro dell’Europa e gli altri paesi europei ci stimolano, condividiamo un mercato insieme. La disponibilità alle riforme da parte di Finlandesi, Irlandesi e Spagnoli stimola costantemente la competizione e le nostre imprese hanno la possibilità di trasferirsi lì se nel paese di provenienza le cose non si sviluppano in modo vantaggioso. In definitiva questo è il segno che anche i sindacati tedeschi non potranno mantenere in eterno la loro insensata politica».

            Come dovrebbe agire la BCE in un momento come questo?

            «Già a fine estate scorsa ero a favore di ulteriori tagli dei tassi e anche oggi direi che prima avvengono i tagli meglio è. Penso che in ogni caso la BCE taglierà i tassi, e se l’euro continuerà a salire rispetto al dollaro, la prospettiva più probabile è che i tassi scenderanno sotto il 2 per cento».

            La Bce ha mosso molte critiche alla politica finanziaria dei paesi membri…

            «Condivido le affermazioni della BCE riguardo la politica strutturale in Europa. L’età giovane in cui i lavoratori in Francia, Italia e Germania vengono pensionati è insostenibile. È inammissibile che Germania, Francia e Italia continuino a sovvenzionare il settore agricolo. Il nostro sistema sociale è troppo costoso in tutti i tre paesi. Mas la cosa più insensata e controproducente di tutte è la fedeltà al patto di stabilità nominale così come è definito attualmente. Nel caso della Germania una congiuntura debole unita alle ridotte entrate fiscali e all’aumento delle spese per la disoccupazione fa sì che il tetto del 3% potrebbe essere rispettato solo se si facesse una politica prociclica. Ciò significherebbe che la politica di bilancio inciderebbe negativamente sulla congiuntura, e paesi come Germania, Italia e Francia – che hanno già commesso gravi errori in politica finanziaria – non se lo possono permettere. Si deve rispettare il patto di stabilità, ma nel 2003 e probabilmente anche nel 2004 deve essere permesso lo sforamento del deficit oltre il 3% a Germania, Francia e Italia, anche se in quest’ultimo caso forse non è così necessario».

            Tornando alla Germania, la crisi secondo lei è ciclica o strutturale?

            «Abbiamo una combinazione di entrambe le cose. E purtroppo il discorso del cancelliere davanti al parlamento tedesco del 14 marzo non ha chiarito se la politica economica d’ora in poi si occuperà seriamente dei problemi strutturali oppure si limiterà ad annunciare le riforme. Perciò non possiamo dire se nel 2004 avremo un miglioramento strutturale oppure di nuovo solo uno congiunturale dato dalla ripresa della congiuntura mondiale».