“Intervista” N.Rossi: «Una legge iniqua, ma noi Ds non dovremo cancellarla»

29/07/2004

            giovedì 29 luglio 2004

            POLITICA
            Nicola Rossi, economista e deputato della Quercia: se l’Ulivo tornasse al governo, anticipare al 2007 avrebbe più svantaggi che vantaggi. Meglio considerare la partita chiusa
            «Una legge iniqua, ma noi Ds non dovremo cancellarla»
            Se fossimo intervenuti completando le regole della Dini quando eravamo al governo avremmo oggi un sistema più giusto

            ROMA – «No, sarebbe irragionevole che, tornati al governo, cambiassimo questa riforma delle pensioni». La legge Maroni sarà pure «brutta», ma ormai il centrosinistra farebbe bene a considerare «chiusa la partita». E quindi sarebbe «un errore» promettere in campagna elettorale la modifica o l’abrogazione del provvedimento. Del resto, è inutile che la sinistra pianga sul latte versato se, quando era al governo, non è stata capace di farla lei la «buona» riforma delle pensioni. La pensa così Nicola Rossi, economista e deputato Ds, molto vicino al presidente del partito, Massimo D’Alema, del quale è stato consigliere economico quando lo stesso D’Alema ha guidato il governo, dall’ottobre del ’98 all’aprile del 2000.
            Che giudizio dà di questa riforma?

            «Non è una buona riforma. È molto carente sotto due profili. Il primo è il profilo dell’equità, compromesso dallo "scalone"».

            Che significa?

            «Che dal primo gennaio 2008 ci saranno persone che, con 57 anni, dovranno aspettare di colpo tre anni in più per andare in pensione mentre altre si salveranno dallo "scalone" magari perché hanno maturato i requisiti qualche giorno prima, entro il 31 dicembre 2007. Sempre riguardo all’equità, nella riforma non c’è nulla per coprire i buchi contributivi e assicurare così una pensione dignitosa ai lavoratori a tempo determinato, a quelli part time e a tutti gli altri con una carriera intermittente».

            E il secondo profilo che non le piace?

            «È quello della tempistica. Avrei preferito che la riforma entrasse in vigore subito. Non si capisce perché debba essere rinviata al 2008».

            Provi a dare una spiegazione.

            «Credo che ancora una volta si siano favorite quelle generazioni di lavoratori che andranno in pensione nei prossimi 3-4 anni e che erano già state salvate dalla riforma del ’95».

            Quindi se il centrosinistra tornerà al governo dovrà modificare la legge ?

            «No. Credo che sarebbe irragionevole cambiare o, peggio ancora, cancellare questa riforma».

            Perché?

            «Perché il Paese ha bisogno di punti di riferimento certi. In questo momento la gente sta rifacendo i propri piani di pensionamento e quindi di vita. Non sarebbe giusto costringerla a cambiarli di nuovo».

            Lei però ha detto che sarebbe stato meglio anticipare l’aumento dell’età minima per la pensione d’anzianità.

            «Sì, ma se il centrosinistra vincerà le elezioni, comincerà a governare a metà del 2006 e a quel punto, anticipare al 2007, porterebbe più svantaggi che vantaggi. Meglio considerare la partita chiusa».

            Ma c’è una parte della sinistra e del sindacato che vuole che nella campagna elettorale l’Ulivo si impegni ad abrogare la riforma.

            «No, sarebbe un errore. Io credo che al centro della nostra campagna elettorale ci debba essere il problema dell’equità, ignorato dal centrodestra. E quindi dovremo proporre sì un trattamento previdenziale adeguato per i lavoratori flessibili, ma non limitarci a questo».

            Così non farete mai l’alleanza con Rifondazione comunista e vi troverete contro anche la Cgil.

            «Penso che le forze di sinistra debbano avere a cuore tutto lo Stato sociale e non solo un suo aspetto. Per questo dobbiamo immaginare un pacchetto di interventi dove accanto alla tutela previdenziale ci sia un rafforzamento di quella sanitaria, una scuola di qualità, ammortizzatori sociali efficienti. E completare quest’opera di governo su un altro fronte, altrettanto importante: quello delle liberalizzazioni e della concorrenza».

            La sinistra, secondo lei, dovrebbe digerire questa riforma, nonostante essa sia brutta. Ma perché non l’avete fatta voi la riforma delle pensioni quando eravate al governo?

            «È vero, se fossimo intervenuti completando la riforma Dini ed estendendo a tutti i lavoratori il metodo di calcolo contributivo, avremmo oggi un sistema più equo di quello che verrà fuori con questa riforma. Ma ormai è troppo tardi».

            Perché la reazione del sindacato alla riforma non è poi così forte?

            «Credo perché le generazioni di operai e impiegati che sono state salvate dallo "scalone" sono le stesse che costituiscono un punto di riferimento per le confederazioni».

            Enrico Marro