“Intervista” Musumeci: «Giacomelli, spariti 50 mln di merce»

15/10/2003



      Mercoledí 15 Ottobre 2003

      FINANZA E MERCATI


      «Giacomelli, spariti 50 mln di merce»

      Parla Musumeci, presidente del gruppo, che lascia la guida della società ai commissari

      FABIO TAMBURINI


      MILANO – «Circa metà della svalutazione del magazzino è dovuta alla obsolescenza dei prodotti, l’altra metà alla mancanza di merce». Ernesto Musumeci, presidente del gruppo Giacomelli per tre mesi e mezzo, spiega per la prima volta le motivazioni della decisione clamorosa di ridimensionare una delle voci chiave del bilancio consolidato della società, riducendola di circa 105 milioni di euro. La scelta, fatta dopo un inventario condotto d’intesa con Kpmg e durato un paio di mesi, ha reso evidente che la crisi era irrimediabile, in uno scenario completamente diverso da quello previsto quando, il 4 luglio scorso, il presidente accettò l’incarico di rilanciare il gruppo «in sostanziale continuità con la gestione precedente», ricorda, «mettendo in cantiere la cessione di asset non strategici, la ricerca di un azionista di riferimento, la riduzione del capitale circolante per fare cassa». Ora Musumeci esce di scena dopo avere spinto la società verso l’amministrazione straordinaria (proprio ieri il tribunale di Rimini ha dichiarato lo stato d’insolvenza nominando commissari giudiziali Elio Blasio, Guido Tronconi e Antonio Bertani) e ha accettato di ricostruire i retroscena di una estate calda. Anzi, caldissima.
      In che tempi sono maturate le irregolarità relative al magazzino?
      Difficile dirlo. Anche perché il disordine gestionale in cui ho trovato il gruppo è risultato notevole. Certamente la situazione è precipitata nel primo semestre dell’anno.
      Come è stato possibile che in pochi mesi sia emersa una sopravalutazione così elevata?
      Va tenuto conto che la crisi del gruppo ha provocato un fuggi fuggi generalizzato dei dipendenti più validi, in particolare tra i direttori dei negozi. In più il taglio dei costi che si è reso necessario ha ridimensionato i servizi di sorveglianza interni. Per questo non stupisce che parte dei prodotti in magazzino siano spariti.
      Il valore di bilancio del magazzino era a fine 2002 superiore a 230 milioni di euro. Uno stock di tale dimensioni avrebbe occupato uno spazio enorme nei negozi, che non esisteva. E’ possibile che a revisori, sindaci sia sfuggita una constatazione così elementare?
      Il controllo degli inventari è delegato ai punti vendita perché il centro si limita a raccogliere i numeri in arrivo dalla periferia. Le verifiche effettive risultano limitate. Detto ciò, indubbiamente il sistema di controllo gestionale era insufficiente.
      Come spiega il comportamento della Deloitte che ha certificato il bilancio?
      All’epoca io non c’ero.
      La Giacomelli è crollata per incapacità, errori o illegalità?
      Elserino Piol, con cui ho lavorato a lungo in Olivetti, diceva: «Le avversità sono garantite, mentre la fortuna è un optional». Alla base della crisi ci sono scelte di sviluppo fatte nel 2001, il classico passo più lungo della gamba. In particolare la Longoni venne acquistata pagando un prezzo troppo elevato e, contemporaneamente, furono aperti oltre 40 punti vendita. Due investimenti decisamente sproporzionati alla forza finanziaria di una società che era cresciuta molto impegnando gran parte della liquidità disponibile. Il gruppo si sarebbe salvato se il mercato avesse attraversato un periodo felice. Al contrario la crisi delle vendite è stata generalizzata, le banche hanno cominciato a tirare i remi in barca e la crisi è arrivata innescando una spirale perversa. Quando si è accorto che il risanamento era impossibile?
      Il segnale forte è arrivato con il blocco delle consegne da parte dei fornitori che non intendevano aumentare la loro esposizione, seguito dalla scoperta della sopravvalutazione del magazzino. A quel punto l’unica strada percorribile era affrettare i tempi per il passaggio dall’amministrazione controllata a quella straordinaria. Lo abbiamo fatto in tempi record. Ora ci sono i presupposti per salvare il salvabile, cioè l’occupazione per i circa 2 mila dipendenti del gruppo in Italia.
      Cisalfa, candidata all’acquisto, ha posto come limite temporale all’offerta metà novembre, pena il fallimento del gruppo. Davvero i tempi sono così stretti?
      Direi proprio di sì. Da troppo tempo i negozi non vengono riforniti e oltre metà hanno cause pendenti con i proprietari dei punti vendita, collocati in centri commerciali, che hanno avviato le procedure per sfrattarli.
      Si è pentito di avere accettato la presidenza della Giacomelli?
      Sotto molti aspetti l’esperienza è stata singolare. Dovesse capitarmi oggi prima di accettare l’incarico farei verifiche più approfondite, ma alcune variabili erano imprevedibili. Mi creda, del tutto imprevedibili.