“Intervista” Mundell: «Italia, riforme lente»

18/06/2003





      mercoledì 18 giugno 2003

        L’INTERVISTA – «Servono misure choc per la previdenza»

      «Italia, riforme lente
      In pensione a 67 anni»

      Il Nobel Mundell: va alzata subito l’età del ritiro

        Età di pensionamento più elevata, migliori strumenti di protezione sociale per chi resta disoccupato, mercato del lavoro più dinamico. Per Robert Mundell, l’economista canadese premio Nobel ’99 per la teoria sulle «convergenze monetarie» che ha fatto da base alla creazione dell’euro, non ci sono altre strade se l’Italia (e l’Europa) vuole darsi una prospettiva di crescita economica e di stabilità sociale di lunga durata.
        In Italia si torna a discutere di riforma delle pensioni, come del resto sollecitano tutte le istituzioni internazionali, dal Fondo monetario alla Banca centrale europea. Quanto tempo ci è rimasto prima di una decisione?
        «Il sistema previdenziale non crollerà certo nel giro di ventiquattr’ore. Ma più passa il tempo senza i cambiamenti necessari e più drastici saranno poi i provvedimenti da prendere – spiega Mundell -. Se quando il rapporto era di due o tre lavoratori per ogni pensionato c’era tutto il tempo per una riforma estremamente graduale e tarata sulla lunga distanza, magari decenni, adesso, con il rapporto quasi di uno a uno, c’è la massima urgenza».

        Anche di alzare l’età del pensionamento?

        «I sistemi che sono stati concepiti quando l’attesa di vita era di 65 anni sono evidentemente diventati insostenibili ora che in Paesi come l’Italia si vive oltre gli 80 anni. Direi che l’innalzamento a 67-68 anni debba avvenire prima possibile».

        E’ davvero necessario accelerare il passaggio dal sistema a ripartizione (dove chi va in pensione viene sostanzialmente «mantenuto» dai contributi pagati da altri lavoratori) verso un sistema a contribuzione (dove si riceve per i contributi realmente versati)?

        «Si deve andare verso un mix bilanciato delle due formule. Oggi l’attuale sistema non solo viaggia verso il collasso, ma assicura un ritorno delle somme investite assolutamente inadeguato».

        Il problema, però, è anche di allargare la base produttiva, cioè la percentuale di lavoratori rispetto alla popolazione attiva, e di ridurre la disoccupazione. In una parola, di riformare il mercato del lavoro.

        «La soluzione non può essere cercata in leggi che costringono le imprese a mantenere il posto di lavoro a quei dipendenti di cui non hanno più bisogno o di cui devono poter fare a meno in un periodo di congiuntura difficile. E’ la società che deve fornire una migliore rete di sicurezza ai disoccupati, fino a che non trovano una nuova occupazione».

        Come possono trovarla?

        «Un ruolo decisivo deve averlo l’educazione. Chi perde il lavoro, soprattutto i più giovani, deve poter accedere a programmi di formazione continua, in modo da potersi riconvertire, da tenere il passo con l’innovazione tecnologica e i cambiamenti di professionalità richiesti dalle aziende».

        Per chi perde il lavoro in età avanzata non è molto facile…

        «Proprio per questo, quella "rete di sicurezza" di cui parlo dovrebbe contenere norme speciali che tutelano maggiormente i lavoratori più anziani».

        Ma l’Italia, come più in generale molti Paesi europei, ha anche un problema di scarsa mobilità del lavoro.

        «E’ vero, gli europei sono molto meno disposti a muoversi rispetto, per esempio, agli americani. Ma credo che qualcosa stia cambiando con le nuove generazioni. E comunque, ritengo dannose quelle leggi con cui i governi orientano grandi risorse e investimenti verso le aree più disagiate all’interno del proprio Paese. Così si blocca la maggiore mobilità e, in definitiva, il dinamismo sociale».
    Giancarlo Radice


    Economia