“Intervista” Monti: professioni da liberalizzare

14/10/2003

ItaliaOggi (Professioni)
Numero
243, pag. 33 del 14/10/2003
di Luigi Chiarello

Dura presa di posizione del commissario Ue alla concorrenza, meno regole aumentano la ricchezza.
Monti: professioni da liberalizzare

Gli ordini non devono fissare tariffe. Antitrust leva della riforma

Le professioni in Italia sono soffocate da lacci e lacciuoli. Nei paesi europei a più bassa burocrazia il tasso di efficienza dei servizi è più elevato così come risulta più alta la cifra d’affari prodotta. Ma si riducono i margini di guadagno individuale dei professionisti. In sostanza, l’eccesso di regole regge esclusivamente il gioco all’interesse ´particulare’ degli affiliati agli ordini professionali. Gli stessi ordini poi non dovrebbero avere il potere di fissare le tariffe e di influenzare la sfera economica degli affiliati: la fissazione di minimi tariffari non garantisce, infatti, la qualità dei servizi erogati e rende meno competitivo il paese. Il commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, per la prima volta, scandisce con fermezza la parola d’ordine di Bruxelles sulla riforma delle professioni: bisogna ´liberalizzare’ un sistema vecchio di 70-80 anni. E avverte: il riconoscimento della Corte di giustizia Ue alle antitrust nazionali di poter disapplicare norme dei rispettivi stati restrittive della concorrenza sarà una leva per liberalizzare le professioni.

Domanda. L’Ue preme per una riforma in Italia delle professioni. Lei a Cernobbio ha invitato ancora una volta l’Italia a un restyling di tipo legislativo che le apra alla concorrenza.

Risposta. Da uno studio comparato delle legislazioni vigenti nei paesi membri dell’Unione europea, pubblicato dalla Commissione nel marzo 2003, è emerso che, in generale, le professioni liberali sono caratterizzate da un elevato grado di regolamentazione. Esso è particolarmente elevato in alcuni paesi, quali Italia, Austria, e Germania, tanto da includere la fissazione dei prezzi dei servizi da erogare e restrizioni in materia di pubblicità. A Cernobbio ho colto l’occasione per invitare il governo italiano a riflettere sulla necessità di alleggerire il fardello di regolamentazione che in Italia è tra i più alti d’Europa. Nei paesi dove il quadro regolamentare delle professioni liberali è più flessibile, non vengono segnalati motivi di scontento da parte di chi utilizza questi servizi (consumatori e imprese) e il contributo del settore alla competitività dell’economia nazionale risulta accresciuto.

D. Quali sono i principali risultati dello studio e qual è la posizione relativa dell’Italia nei diversi ordini professionali?

R. Lo studio pubblicato dalla Commissione paragona i regolamenti ai quali sono sottoposti avvocati, notai, ragionieri, dottori commercialisti, architetti, ingegneri e farmacisti in tutti gli stati membri.

La prima constatazione è che il livello della regolamentazione varia notevolmente da un paese all’altro, presumibilmente sulla base di una diversa valutazione su quali siano gli interessi pubblici da proteggere.

Lo studio definisce un sistema complesso di ´indici di regolamentazione’ che tengono conto delle norme che regolano l’accesso al mercato, o il comportamento dei professionisti. Viene anche fornito un indice globale che varia da 0 nel caso di assenza di regolamentazione (per architetti e ingegneri in cinque paesi) a 12 nel caso di massima regolamentazione, come per i farmacisti in Svezia dove si può dire esiste un monopolio legale.

Per fare qualche esempio, nella professione legale l’indice globale va da un massimo di 9,5 in Grecia a un minimo di 0,3 in Finlandia. Molti paesi però si situano attorno a un valore di 6, e fra questi l’Italia. Il nostro paese risulta in testa alla classifica per quanto riguarda la regolamentazione degli architetti con un indice globale massimo pari a 6, mentre la media nell’Unione europea si situa attorno a valori inferiori a 3.

I paesi che fanno registrare livelli più alti di regolamentazione in tutte le professioni sono l’Austria, l’Italia, il Lussemburgo, la Germania e la Grecia. Il Belgio, la Francia, il Portogallo e la Spagna sembrano essere a livello intermedio, mentre il Regno Unito, la Svezia, la Danimarca, i Paesi Bassi, l’Irlanda e la Finlandia hanno regimi piuttosto liberali (a eccezione, come ho già detto, dei farmacisti nei paesi nordici.

Un altro dato importante che emerge da questo studio è la correlazione fra livello di regolamentazione ed efficienza nella prestazione dei servizi. Nei paesi con livelli più bassi di regolamentazione, a un minor guadagno individuale corrisponde un numero più elevato di professionisti che generano una cifra d’affari complessiva più elevata. Ciò sembra indicare che un minor grado di regolamentazione non costituisce un ostacolo, ma piuttosto uno stimolo alla creazione globale di occupazione e di ricchezza. In altre parole, un alto livello di regolamentazione scoraggerebbe le efficienze e rallenterebbe la creazione di ricchezza. In Italia, in particolare, c’è sicuramente margine per un consolidamento nel settore delle libere professioni, caratterizzate da un gran numero di piccolissimi studi professionali, il che porterebbe maggiori efficienze. Per esempio, solo in Italia chi esercita la professione di accountant non può costituire forme di cooperazione con altri professionisti nello stesso settore se non nella forma di associazioni professionali. In tutti gli altri paesi, forme di cooperazione diverse, quali le società o il partenariato, sono ammesse

D. Il problema per l’Ue sta negli ordini professionali? Considera questi organismi un limite per il mercato?

R. I servizi erogati nell’ambito delle professioni liberali sono di vitale importanza per tutto il sistema economico europeo, perché hanno un impatto determinante sulla competitività di altri settori. Lo stesso Consiglio di Lisbona ha sottolineato l’importanza dei servizi per la competitività del sistema Europa. Ciò non significa certo che l’esistenza di ordini professionali, in quanto tale, costituisca un limite per il mercato. È la loro eccessiva regolamentazione che finisce, in alcuni casi, per proteggere più gli interessi degli affiliati che quelli della collettività.

D. Queste istituzioni pubbliche esercitano un ruolo ibrido tra il servizio pubblico e l’attività gestionale e imprenditoriale tipica dei privati? È un assetto che a suo parere va riformato?

R. Non si può negare che gli enti professionali svolgano un servizio pubblico nel certificare una certa qualità del servizio offerto dai propri membri, nel garantire l’aggiornamento e la formazione continua, nell’assicurare un comportamento etico e onorevole. Per tutti questi compiti il ruolo degli ordini è essenziale, mentre non credo che gli ordini dovrebbero essere coinvolti nella sfera economica dei professionisti, dettando regole sul comportamento nel mercato dei loro iscritti, come per esempio fissando le tariffe o vietando la pubblicità.

D. Le tariffe dei professionisti italiani sono troppo alte? A cosa imputa questo livello, e pensa che questa situazione possa danneggiare dal punto di vista della concorrenza l’Italia rispetto ad altri paesi?

R. Uno dei vincoli imposti dalla regolamentazione nel nostro paese riguarda la fissazione di tariffe minime. Questo induce inevitabilmente a una spinta dei prezzi verso l’alto. Per esempio, l’Autorità garante della concorrenza ha riscontrato che nel periodo 1996-2003 i prezzi dei servizi professionali sono aumentati in Italia più che in Francia o Germania. Né i risultati dello studio della Commissione, né i numerosi commenti che esso ha suscitato da parte degli ordini professionali, delle associazioni dei consumatori e delle autorità nazionali di concorrenza, hanno fatto emergere argomenti convincenti a sostegno della necessità di questo tipo di restrizioni alla concorrenza al fine di proteggere l’interesse della collettività. Il fatto, per esempio, che la fissazione di una tariffa minima per l’erogazione di un servizio da parte di un professionista possa garantire che il servizio sia di alta qualità, è quanto meno discutibile. Se dunque i vincoli posti al funzionamento di questo settore impongono al sistema Italia dei costi ai quali non corrisponde un vantaggio per la collettività, la nostra competitività subisce un danno.

D. L’Antitrust crede che le professioni italiane siano troppo regolamentate. Quale è la strada che lei propone?

R. Alcuni paesi hanno iniziato, a seguito della discussione avviata dalla Commissione con tutte le parti interessate dopo la pubblicazione dei risultati dello studio del marzo 2003, una riflessione approfondita sull’importanza dei servizi professionali per molti settori strategici dell’economia. Credo che anche l’Italia dovrebbe adottare questo approccio, partendo proprio da un’accresciuta consapevolezza degli effetti economici sulla competitività di regolamentazioni restrittive della concorrenza.

D. In Italia, al momento, c’è una iniziativa in materia portata avanti dal sottosegretario Vietti.

R. Sono anni che in Italia si parla di riforma del sistema delle libere professioni. Non intendo commentare la specifica iniziativa portata avanti in Italia in questo momento. Spero però che l’Italia colga questa opportunità per modernizzare il sistema tenendo conto anche dei risultati dell’indagine pubblicata dalla Commissione e dei vantaggi che una maggiore liberalizzazione (che non deve essere necessariamente ´selvaggia’, come da alcuni temuto) può portare anche agli stessi professionisti.

D. Gli ordini non vedono di buon occhio la sua azione. Ritengono la legislazione italiana tutt’altro che lesiva della concorrenza e che anzi consenta una piena tutela degli utenti e un’elevata qualità della prestazione professionale. Che cosa ribatte lei in proposito?

R. Il sistema attuale è stato codificato negli anni 30-40. Mi sembra che in 60 anni la situazione economica e sociale sia cambiata abbastanza da giustificare un ammodernamento del sistema. E poi perché gli utenti italiani avrebbero bisogno di essere tutelati più di quelli inglesi o danesi?

D. La sentenza della Corte di giustizia sul caso Cif (Consorzio italiano fiammiferi) consente alle autorità nazionali di bypassare la legislazione dello stato membro quando sia in contrasto con norme Ue. Potrebbe diventare una leva dell’Unione per spingere a liberalizzare settori non liberalizzati localmente? Anche per quanto riguarda gli ordini professionali?

R. Lei si riferisce alla sentenza della Corte europea di giustizia del 9 settembre 2003 nella causa C-198/01 Consorzio industrie fiammiferi contro l’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

In effetti questa sentenza chiarisce che anche le autorità nazionali di concorrenza, oltre alla Commissione, possono disapplicare una legge nazionale che impone o che favorisce un comportamento anticompetitivo e possono ordinare alle imprese di far cessare l’infrazione. Se poi una tale decisione non viene rispettata, possono applicare sanzioni.

Questo è un chiarimento importante: gli stati membri non possono permettere, o imporre per via regolamentare, infrazioni all’articolo 81 che, vorrei ricordarlo, vieta cartelli e intese, e tutte le autorità di concorrenza hanno il potere di agire in modo da garantire il rispetto di quest’obbligo. Quest’interpretazione della Corte non è circoscritta a un settore particolare dell’economia ed è quindi potenzialmente applicabile in situazioni analoghe anche nel campo delle professioni liberali. Sono certo che l’Agcm studierà come esercitare questi poteri nei singoli casi. D’altra parte l’Agcm ha attirato più volte l’attenzione del governo e del parlamento italiani sulla necessità di una maggiore liberalizzazione di questo settore al fine di diminuire i costi dei servizi professionali che gravano soprattutto sull’industria esportatrice, con gravi conseguenze negative sulla loro capacità di competere sui mercati internazionali.