“Intervista” Modigliani: «Sinistra, stai sbagliando ancora troppo rigido il mercato del lavoro»

18/03/2002



 
 
Pagina 32 – Economia
 
 
L´INTERVISTA
Il premio Nobel Franco Modigliani difende la delega del governo: la riforma crea occupazione

"Sinistra, stai sbagliando ancora troppo rigido il mercato del lavoro"
          "No all´intervento dei magistrati per il reintegro, deve esserci un indennizzo
          "Non ho stima di Berlusconi, ma è un errore inseguire Cofferati e Bertinotti"

          DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
          ARTURO ZAMPAGLIONE


          NEW YORK – Franco Modigliani torna all´attacco. Dal suo osservatorio bostoniano ammonisce, puntualizza, alza la voce. Ma questa volta l´infaticabile premio Nobel per l´economia non si scaglia né contro il disavanzo pubblico, né contro Silvio Berlusconi, che pure resta il suo bersaglio preferito. No, adesso il «censore del Mit» (Massachusetts institute of technology) se la prende con la sinistra italiana: «La quale – spiega in un´intervista a Repubblica – «fa uno sbaglio terribile nel buttarsi a corpo morto a fianco del sindacato nella difesa dell´articolo 18».
          Uno sbaglio? E perché mai, professor Modigliani?
          «Perché è una causa sbagliata: innanzitutto l´articolo 18 ha un carattere molto tecnico, e non è di tale importanza da meritare lo spaccamento in due del paese con uno sciopero generale. Poi, come dimostra l´esperienza di tanti altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, la rigidità del mercato del lavoro è controproducente, scoraggia le assunzioni, rende più difficile aumentare gli organici e le dimensione delle imprese. Per capirlo basta pensare che cosa succederebbe se misure simili fossero applicate anche ai matrimoni».
          Ai matrimoni? Che c´entrano i licenziamenti per giusta causa con le unioni coniugali?
          «In teoria, niente. Ma proviamo a immaginare una legge, votata dal parlamento e applicata dai giudici, che neghi il divorzio in assenza di giusta causa. Se fosse così, i matrimoni verrebbero scoraggiati, prima di dire «sì» ci si penserebbe molto più a lungo. Lo stesso vale per il mercato del lavoro: la situazione attuale frena le assunzioni e impedisce alle aziende più piccole d´ingrandirsi, per il timore di cadere sotto la scure dell´articolo 18. A farne le spese sono soprattutto i giovani: ed è la ragione fondamentale per cui in Italia i tassi di disoccupazione giovanile sono molto più alti che negli altri paesi europei e nord-americani».
          Questa volta professore, lei parla come un berlusconiano doc. Che cos´è, l´inizio di una conversione politica?
          «Niente affatto. Ho una profonda disistima per tutto quello che il governo Berlusconi ha fatto negli ultimi mesi: dalla decriminalizzazione del falso in bilancio alle disposizioni sulle rogatorie, dall´abolizione delle tasse ereditarie alla non-soluzione del conflitto di interessi. Mosse vergognose, che soddisfano solo gli interessi personali del premier. Farebbero persino ridere se molti italiani non dimostrassero di credere alla sua buona fede».

          Invece sull´articolo 18 lei si schiera con Berlusconi…
          «Essere contrari come lo sono io all´articolo 18, non vuol dire essere berlusconiani. Se per una volta lui ha ragione, non ho difficoltà ad ammetterlo. L´ho già fatto sulla riforma della previdenza sociale. Il pericolo, invece, è che la sinistra si faccia influenzare dai sindacati, che cerchi di seguire Cofferati, che vada alla rincorsa di Bertinotti, perdendo così ogni speranza di riprendere presto la guida del paese. Proprio per questo faccio appello ai miei amici della sinistra: non commettete uno sbaglio che rischia di essere molto pericoloso».
          La riforma dell´articolo 18 rischia, nel modo in cui è formulata, a differenziare il nord da sud, ad allargare la forbice.
          «Certo, questo mi dispiace. D´altra parte l´articolo 18 non si applica oggi né ai dipendenti del sindacato né a quelli dei partiti politici. Perché mai? Non è forse una contraddizione?»
          Negli Usa esistono norme precise che difendono i lavoratori. Non c´è il rischio che in Italia spariscano le garanzie per i dipendenti?
          «Intendiamoci: ritengo che non ci possano esser motivi validi per legare i licenziamenti all´esistenza di una giusta causa, ma penso anche che sia assurdo dare la possibilità ai magistrati di stabilire la reintegrazione nel posto di lavoro. Un´alternativa molto più giusta è la monetizzazione del danno economico subìto da chi viene licenziato senza giusta causa.»