“Intervista” Modigliani: ora si muova l’Europa

19/06/2003




    giovedì 19 giugno 2003


        Franco Modigliani è nato a Roma nel 1918. A vent’anni è emigrato negli Stati Uniti, dove oggi è professore emerito alla Alfred Sloan School of Management del Massachusetts Institute of Technology di Boston. Nel 1985 ha vinto il Nobel per l’economia. E’ presidente onorario della International Economic Association e della Econometric Society. Nel 1999 ha raccontato il suo lungo percorso culturale e scientifico nel libro «Avventure di un economista. La mia vita, le mie idee, la nostra epoca»



    L’INTERVISTA – Il Nobel: una scala mobile per l’età del ritiro, agganciare la soglia dell’addio al lavoro all’invecchiamento della popolazione

Modigliani: ora si muova l’Europa
Subito fondi pensione dell’Unione

      Più Europa fa bene alle pensioni e alla loro tenuta finanziaria. Ma non perché occorra inventare un nuovo «vincolo esterno», grazie al quale i governi scarichino su Bruxelles la responsabilità delle scelte di risanamento più impopolari. Serve invece un’Unione più integrata nel concreto, cioè nei mercati finanziari e nell’economia, che possa sviluppare polmoni previdenziali ampi quanto l’intero continente. Franco Modigliani, premio Nobel per l’economia del 1985, è convinto che la via d’uscita dall’insolvenza siano fondi «aperti a 400 milioni di europei» che raccolgano liberamente contributi da reinvestire in un sistema aperto e ricco di liquidità; più di quanto non lo siano mercati dei capitali nazionali spesso angusti e quindi pieni di rischi. Ma forse perché vive da oltre mezzo secolo negli States, l’economista romano a 85 anni ha un’altra idea per scuotere l’Europa refrattaria alle novità: «Facciamo una scala mobile dell’età pensionabile», propone. «Cresce la vita media? Automaticamente alziamo anche la scadenza per il ritiro: ogni anno di più, può corrispondere a sei mesi supplementari al lavoro».
      Francia e Austria si sono fermate per scioperi contro riforme molto meno audaci di questa. In Italia e Germania i sindacati sono in fermento. Pensa si possa fare di più?

      «Si deve, perché i sistemi a ripartizione diffusi in Europa (dove i contributi dei lavoratori attivi pagano gli assegni di quelli a riposo, ndr) sono più vulnerabili di quelli a capitalizzazione, nei quali si riceve in proporzione ai versamenti effettivi. Siamo in un’epoca in cui calano le nascite, la vita media si allunga per decenni dopo il ritiro, la produttività non cresce come una volta, il ritmo generale dello sviluppo è basso. E i contributi non bastano più a coprire le pensioni correnti: è un fenomeno meccanico, l’inefficienza dello Stato non c’entra. Semplicemente, sono state fatte promesse sulla base di previsioni di crescita che non si sono avverate».

      Ma ora Berlino vuole alzare l’età pensionabile, Parigi allunga i periodi contributivi, Vienna taglia i trattamenti «baby» come l’Italia fece negli anni ’90. Non basta?
      «L’allungamento dell’età lavorativa è anzi inevitabile, sia nei sistemi a capitalizzazione che a ripartizione. Per questo sarebbe ragionevole organizzarlo con un meccanismo di adeguamento che allunghi il periodo lavorativo di quanto serve a tenere fissi contributi e benefici. Del resto la crisi è universale: c’è in Italia, Francia e Germania, ma in misura diversa anche in Gran Bretagna, Stati Uniti o America Latina».
      Allora dov’è il problema specifico degli europei continentali?

      «E’ che in un meccanismo dove i soggetti attivi finanziano chi non lavora più e l’economia ristagna, l’allungamento degli anni al lavoro non risolve tutto. Non è una ricetta definitiva. Con le tendenze demografiche in atto, il problema dell’insolvenza è destinato a riproporsi».

      Cosa suggerisce per mettersi alle spalle il pericolo una volta per tutte?

      «L’alternativa è passare a un sistema a capitalizzazione: ognuno ottiene al ritiro in proporzione a quanto ha versato e, intanto, i suoi contributi vengono investiti in azioni o obbligazioni. Che producono nuova ricchezza. E’ una soluzione meno costosa e più efficiente quando la crescita nell’economia reale è inferiore al rendimento del capitale. E nel dopoguerra, a parte l’esplosione delle bolle finanziarie, in Usa e Europa i rendimenti azionari sono stati attorno al 5-6% in media annua. Invece, è difficile che la crescita nell’Ue sia superiore al 2-3% in pianta stabile».

      Intanto però, con tutte le virtù della capitalizzazione, General Motors si trova schiacciata da 19 miliardi di dollari in pensioni presenti o future da pagare ai dipendenti: una cifra pari al valore che la Borsa di New York attribuisce alla compagnia. E problemi così negli States li hanno in tanti.

      «Il caso di Gm in particolare non lo conosco, ma in America molti fondi pensione privati a capitalizzazione sono finanziati esclusivamente dai contributi del datore di lavoro. Non ci sono quelli del dipendente. L’impresa dovrebbe dunque mantenere riserve proporzionate agli obblighi previdenziali assunti; ma ultimamente ha inciso la riduzione generalizzata del valore delle azioni. Così si è creato il buco».

      Lei dice che Eurolandia dovrebbe abbandonare la ripartizione, che mira a garantire la «solidarietà» fra generazioni, per abbracciare questo tipo di incertezze?

      «E’ un metodo è più efficiente nella media. Naturalmente c’è il rischio che, mentre il sistema a ripartizione dipende dalla crescita del reddito (che in Europa è bassa), l’altro dipende dal rendimento del capitale. Che a volte è buono ma a volte no. Per questo, propongo che ci si possa assicurare contro i rischi anche ricorrendo all’aiuto dello Stato».

      I governi devono compensare i limiti del mercato?

      «Possono farlo. Lo Stato può proporre di assumere su di sé tutti i guadagni del capitale dei fondi previdenziali investiti, promettendo in cambio a chi vi ha contribuito un tasso fisso per esempio del 5%. Se il rendimento alla fine sarà superiore, lo Stato guadagnerà il surplus; se invece si verifica una crisi di Borsa e il capitale non rende o ha un rendimento negativo, svolgerà la funzione sociale di garantire chi lavora dal rischio che la sua pensione vada in fumo».

      Nel breve periodo può funzionare. Ma alla lunga come ci si assicura?

      «L’unico modo è che i cittadini accettino di restare più a lungo al lavoro o di aggiustare i contributi se i fondi non rendono. Ma lo stesso problema, in forma più grave, si ripresenterebbe comunque anche in un sistema vecchio modello».

      Bruxelles rivolge continui appelli per le riforme. Il governo italiano parla di una «Maastricht delle pensioni», da lanciare durante il suo semestre di presidenza di turno. E Francia e Germania si muovono. Lei crede a un approccio comune dell’Europa?

      «Politicamente capisco le difficoltà, ma da economista ho moltissimo da dire a favore di un approccio comune europeo. Per almeno due ragioni. Quando si passa almeno in parte a un sistema a capitalizzazione, in cui si investono i contributi in titoli, i problemi sorgono appunto dall’incertezza dei rendimenti. Ma più ampio è il mercato, maggiore la diversificazione degli investimenti possibile, minore è il rischio. Un mercato europeo dei capitali sarebbe un polmone prezioso. L’Italia potrebbe mettere i suoi fondi in un portafoglio con Olanda, Gran Bretagna, Germania, in un sistema molto più liquido e con maggiori opportunità. Che dovrebbe essere aperto a tutti i 400 milioni di cittadini dell’Europa allargata».

      Quindi se l’Unione fosse più integrata, il nodo pensioni sarebbe più facile da sciogliere?

      «Sì, anche per il secondo aspetto: un sistema comune a capitalizzazione ha il vantaggio della portabilità, cioè dell’opzione aperta per i lavoratori di trasferire i diritti pensionistici anche spostandosi a vivere in un altro Paese dell’Ue: ovunque avrà lo stesso trattamento e potrà contare su quel che già ha pagato. Ciò incoraggia anche la mobilità professionale, di cui l’Europa ha disperatamente bisogno».

      Però passare alla capitalizzazione anche solo in Italia è difficile: partire da zero o quasi, come siamo, rischia di compromettere la previdenza della generazione di transizione.

      «A regime il sistema richiede meno contributi perché il capitale cumulato produce interessi. All’inizio, invece, si può creare un problema serio. Ma che in Italia è risolvibile: si può usare il Trattamento di fine rapporto trasferendolo a un fondo comune che formerebbe la base necessaria per passare alla capitalizzazione. Man mano che i guadagni da quegli investimenti maturano, quel surplus può essere usato per ridurre il peso già elevato dei contributi».

      Il governo pensa a trasformare il Tfr da prestito alle imprese in investimenti in portafogli individuali.

      «Obietto fortemente. Prendere quei soldi e farci un’altra pensione significa rinunciare all’unica possibilità che avete in Italia di passare alla capitalizzazione senza alzare i contributi, che sono già fra i più alti del mondo. Tra l’altro, i fondi individuali sono molto rischiosi. Soprattutto per chi non è abituato a investire».
Federico Fubini