“Intervista” Modigliani: l’articolo 18? Solo un danno

28/02/2002





Per il premio Nobel la norma crea disoccupazione mentre serve più flessibilità: un grave errore difenderlo con lo sciopero generale
Modigliani: l’articolo 18? Solo un danno
l carico contributivo è tra i più alti al mondo e il Tfr va usato per ridurlo, non per aumentare le pensioni
Alessandro Merli
(DAL NOSTRO INVIATO)

LONDRA – Il premio Nobel per l’Economia, Franco Modigliani, non si perde una battuta del dibattito di politica economica in Italia, dalla discussione sulla flessibilità del mercato del lavoro (Modigliani fu tra l’altro il promotore negli anni scorsi di un manifesto degli economisti europei contro la disoccupazione) alla riforma delle pensioni, il suo vero cavallo di battaglia di questi ultimi anni. In questa intervista telefonica dalla sua casa di Cambridge, Modigliani si esprime senza mezzi termini (nonostante gli annosi, e vani, inviti della moglie Serena a "calmarsi") e, con il rigore intellettuale che lo contraddistingue e la passione per il bene dell’Italia, non si preoccupa di schierarsi di volta in volta sull’uno o sull’altro fronte del dibattito, a seconda di quanto ritenga più opportuno per il Paese: spara a zero sull’articolo 18 e sull’atteggiamento dei sindacati, mentre sulla questione pensioni è molto critico delle proposte del Governo.
Professor Modigliani, in Italia quella sull’articolo 18 sta diventando una guerra di religione. Qual è il suo parere?
Ho sempre pensato che l’articolo 18 creasse un grave danno per il Paese e che abbia contribuito a tenere alta la disoccupazione. Dovrebbe essere un problema facile da capire: quando le imprese non possono licenziare, non hanno alcun incentivo ad assumere. E questo è un male soprattutto per i giovani. Questo spiega la disoccupazione giovanile così alta, in particolare al Sud. Si tratta di cifre spaventose. Era un problema diffuso in altri Paesi, ma altrove è stato risolto. In Italia si è fatto qualcosa con l’impiego interinale, ma non basta. I sindacati dovrebbero capire che c’è un rapporto diretto fra le rigidità in uscita e l’impossibilità all’entrata nel mercato del lavoro. Non c’è alcuna ragione per il reintegro nel posto di lavoro previsto dall’articolo 18. Datore di lavoro e lavoratore devono essere in sintonia: se questa manca, dev’essere prevista la possibilità che il lavoratore venga compensato, ma non rimesso dov’era. E questo si riferisce ai licenziamenti senza giusta causa, ma ricordiamoci poi che in molti Paesi non esiste neppure la "giusta causa".
Trova quindi sbagliata la posizione dei sindacati? Si parla di sciopero generale in difesa dell’articolo 18.
In questo caso non ho simpatia per la posizione dei sindacati. Tra l’altro, la regola del reintegro non si applica ai dipendenti dei sindacati stessi e dei partiti politici. Perché dovrebbe valere allora per le imprese? Spero che non si arrivi allo sciopero generale, credo che non ne valga la pena per difendere una causa sbagliata. È importante invece incoraggiare contratti più flessibili per creare occupazione. In che modo? Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo visto quello che è successo in Paesi come la Gran Bretagna e l’Irlanda, che hanno introdotto maggior flessibilità e hanno ottenuto ottimi risultati nella lotta contro la disoccupazione. Il caso dell’Irlanda, un Paese tradizionalmente ad alta disoccupazione, costretto per decenni ad esportare manodopera e che oggi invece in Europa è fra quelli a disoccupazione più bassa, è emblematico. Il punto da capire è che la flessibilità del mercato del lavoro è negli interessi dei giovani. I contratti a termine, per esempio, sono uno strumento importante, anche se c’è da stare attenti che non diventino una strada per creare divario tra i lavoratori in termini di protezione sociale.
Lei ha espresso invece forti riserve sulle proposte del Governo in materia di pensioni. L’anomalia del sistema italiano è l’altissimo livello dei contributi, i più alti del mondo. E la mia proposta, elaborata insieme a Maria Luisa Ceprini, punta a ridurre i contributi per tutti. In Italia, possiamo usare a questo scopo i fondi del Tfr, una soluzione che abbiamo definito "l’uovo di Colombo". Il Governo intende utilizzarli invece per aumentare le pensioni. Ma le pensioni, che una volta in Italia erano eccessivamente generose (un problema che è stato risolto dalla riforma Dini), oggi sono in linea con gli altri Paesi. C’è invece la necessità di ridurre i contributi: in base alla nostra proposta possono scendere gradualmente dal 32 al 19%, anche se su un arco di tempo relativamente lungo, tra quaranta e cinquant’anni. E d’altro lato c’è il problema di compensare in qualche modo le imprese per la perdita del Tfr: questo al limite si potrebbe fare anche con un aumento moderato della fiscalità, se veramente si arrivasse a una riduzione generalizzata dei contributi. Abbiamo invece qualche dubbio sulla decontribuzione parziale, applicabile solo ai nuovi assunti, come proposto dal Governo, in quanto potrebbe creare un deficit per l’Inps qualora non si verificasse un adeguato aumento dell’occupazione. Ma il punto fondamentale in cui ci differenziamo dalla proposta governativa è che questa condannerebbe le prossime generazioni a pagare indefinitamente contributi superiori di un 60% rispetto a quelli che verrebbero raggiunti nella nostra proposta.
La sua tesi è che la riduzione generalizzata dei contributi beneficerebbe soprattutto i lavoratori. E ha cercato di fare appello a questi direttamente, anche con un recente articolo sull’Unità e sulle riviste sindacali. Ma i sindacati a quanto pare non sono troppo disponibili.
In risposta al nostro articolo sull’Unità, l’unico segnale di apertura è venuto da Paolo Onofri (l’ex consigliere economico dei Governi di Centro-sinistra, ndr), mentre da esponenti più vicini al sindacato abbiamo ricevuto consensi solo sul fatto che la nostra proposta era critica rispetto a quella del Governo, ma nessuna apertura sulla sostanza del nostro progetto. I sindacati sembrano essere contrari alla riduzione dei contributi perché temono che questa porti a una riduzione delle pensioni. Il nostro discorso è piuttosto complesso, ma credo che abbiamo dimostrato, cifre alla mano, che il taglio dei contributi avverrebbe garantendo che i benefici pensionistici rimangano invariati.

Giovedí 28 Febbraio 2002