“Intervista” Modigliani: il sindacato sbaglia

21/03/2002





Modigliani: il sindacato sbaglia
«L’agitazione deve essere revocata, indispensabile cambiare»
di Mario Platero
L’assassinio di Marco Biagi ha colpito persino New York, una città che ha visto 3.000 persone immolate per un attacco del terrore. Ha colpito per il sangue freddo, per l’anacronismo, e soprattutto perché si è trattato di un attacco che viene da "dentro" e non da fuori. Di questo atto di violenza, del perché è stato compiuto e delle necessità più immediate, il Sole-24 Ore ha parlato con Franco Modigliani, premio Nobel per l’economia. La moglie di Modigliani, Serena, con cui parliamo per prima, è preoccupata, «Mio Dio – dice – Franco ha parlato così tante volte a favore della riforma dell’articolo 18…possibile che ci sia pericolo? Lasciatelo in pace, perchè ormai è anziano». Ma "Franco" non si tira indietro. Non lo ha mai fatto, soprattutto quando c’era da difendere un’idea espressa nella libertà della sua attività accademica. Anche lui, come Biagi, è apertamente schierato con la necessità di riforma. È stato autore di articoli e interviste che hanno cercato di offrire una spiegazione razionale, non diversa da quella che ha sempre offerto Biagi, del perché sia importante guardare in avanti, adeguarsi, tenere il passo coi tempi che cambiano. Per non restare indietro. E per affermare definitivamente un clima dove non possano più esistere manifestazioni di barbara violenza come quella che ha portato all’assassinio di martedì.
Professore, quando ha saputo dell’uccisione di Marco Biagi?
Martedì, nel pomeriggio, ho ricevuto una chiamata, ho avuto poche informazioni, pochi dettagli, ma mi è bastato per avere una reazione di orrore. È una cosa che ci fa tornare ai tempi tristi, al tempo in cui fu ucciso Tarantelli, un altro che si è sacrificato per il Paese. Ma allora si sapeva che c’erano certi pericoli, si sapeva dei rischi, della violenza strisciante. Il fatto che questo sia successo oggi ha dell’incredibile.
Cosa la colpisce di più?
Sono abituato al dibattito politico interno americano, ci sono sempre differenze molto marcate fra le parti politiche, ma mai e poi mai si va con la pistola per strada per fare politica. È questo che mi colpisce, questo ricorrere alla violenza. E l’Italia questo lo ha capito da tempo. So che la maggioranza degli italiani preferisce un dibattito, magari acceso, ma democratico.
Cosa la rattrista di più?
Che ci siano ancora pochi gruppuscoli fuori dal tempo. E poi l’inutilità di questa morte, di questo omicidio per una causa, quella del terrore e della violenza di politica interna che dovrebbe essere relegata agli archivi della storia.
Il Governo ha un problema serio. Si trova davanti a una sfida delicata e davanti al rischio di disordine sociale, con minacce di scioperi. Cosa consiglierebbe a Berlusconi?
Vorrei prima dare un consiglio ai sindacati.
Prego.
Io credo che i sindacati dovrebbero revocare lo sciopero per protestare contro questa azione terribile che va poi contro di loro. Dovrebbero invitare tutti alla calma e dovrebbero evitare manifestazioni violente…
Professore uno sciopero non deve essere necessariamente violento…
Forse non è necessariamente violento, ma è bellicoso, si crea un senso di dissidio al di là del dovuto, si accendono gli animi si creano i presupposti per un surriscaldamento. E guardi, fare uno sciopero generale per questa modifica dell’articolo 18 è una cosa per cui non ne vale davvero la pena, incita al fuoco. Io chiedo un’azione pacifica. Occorre pensare a tutti quelli che sono caduti. Occorre revocare lo sciopero per sostituirlo con una giornata di pensiero dedicato a questo pover’uomo. Lo ripeto: vorrei un invito alla discussione pacifica. Non in termini di sciopero, ma in termini di ragionamento, di ragionamento pacifico.
Non mi ha ancora risposto sul Governo, il consiglio per Berlusconi: dovrebbe accantonare l’articolo 18?
Non vedo alcuna ragione per ripensarci. Forse si potrà cercare un momento meno caldo. Ma le riforme dell’articolo 18 erano e restano indispensabili. Il principio è totalmente giusto e ragionevole: si afferma che certi lavoratori dipendenti possono essere licenziati e a fronte del licenziamento possano avere degli indennizzi, dei compensi, ma non il reintegro forzato. È una cosa normale nel resto del mondo. Ed è una piccola cosa. Non si chiede una rivoluzione ma un adeguamento. È questo che mi rattrista: la strumentalizzazione negativa di decisioni utili al futuro prospero del Paese.

Giovedí 21 Marzo 2002