“Intervista” Milano. Panzeri dice addio alla Cgil

08/05/2003
      MILANO
       
       
      Pagina V
       
       
      Il mandato del segretario della Camera del lavoro scade domani:
      "Ma non cominci una telenovela su di me"
      Panzeri dice addio alla Cgil
      Il futuro è nella politica
              FABIO ZANCHI

              Panzeri, è pronto per il grande salto?
              «Non vedo salti nel mio futuro. Gli antichi dicevano ‘natura non facit saltus´».
              Bella citazione. Ma ammetterà che, dopo essere stato otto anni a capo della più grande Camera del lavoro del paese, qualsiasi cosa lei decida di fare, il cambiamento non è da poco. Cosa farà? In molti la vedono già impegnato in politica.
              «Calma. Intanto le cose non sono così rapide. Il mio mandato scade il 9. Dopo quella data gli organismi sindacali decideranno tempi e modi».
              E quindi?
              «Quindi mi adeguerò alle loro decisioni. Intanto mi prenderò un po´ di pausa».
              Ma rimarrà al sindacato o si butterà in politica?
              «Ritengo che ci sia ancora molto da fare nel sindacato. In che forma, è tutto da discutere. E mi fermo qui: non ho nessuna intenzione di partecipare ad alcuna telenovela sul mio futuro. Non solo per me, ma anche per rispetto della Camera del lavoro».
              Ammetterà che, in un momento così affollato di problemi per la sinistra, non è indifferente sapere se Panzeri sarà in campo. Soprattutto perché è stato lo stesso Panzeri ad abituarci tutti a vederlo impegnato sia come anima critica della sinistra, sia come attivo oppositore delle giunte di centrodestra.
              «Che ci siano problemi da affrontare, a sinistra in particolare, è evidente. Ma per quanto riguarda il mio ruolo, le ribadisco che le decisioni verranno prese dagli organismi competenti. Sono convinto che, soprattutto in una fase così complicata, densa di problemi e di appuntamenti importanti è indispensabile la capacità di concertare. Ci vuole un gioco di squadra, come del resto viene richiesto da più persone. Non credo che servano solisti».
              Eppure lei più di una volta in passato ha saputo giocare da solista, anche in momenti in cui non era facile. Anche ieri, al direttivo della Cgil, lei ha deciso di non partecipare al voto, con Epifani che chiedeva un sì al referendum.
              «Glielo ripeto: mi piace di più il gioco di squadra. Solo così può andare avanti il processo di rinnovamento a sinistra per assicurare un governo alternativo a quello di centrodestra».
              E il sindacato?
              «Non deve venir meno alla difesa dei diritti delle persone che lavorano, ma deve anche essere sempre più capace di giocare un ruolo attivo per fare vivere quella politica dei diritti. La semplice testimonianza non basta. L´obiettivo deve essere quello di costruire con lotte e alleanze maggiori spazi per il mondo del lavoro».
              Lei anche il Primo Maggio, in piazza del Duomo, ha calcato molto l´accento sui diritti.
              «Sì, e sulla necessità che questi siano allargati il più possibile. Soprattutto a Milano è evidente che in questi ultimi anni il mondo del lavoro si è modificato e che sul mercato sono aumentati coloro che lavorano in assenza di tutela. È qui che il sindacato deve incidere».
              E come?
              «Prima di tutto puntando sul diritto alla formazione. Per un giovane la formazione è decisiva sia per la propria collocazione, sia per la continua evoluzione nel mondo del lavoro. I giovani hanno poi diritto al sostegno economico, a forme agevolate di accesso al credito, altrimenti non potranno mai entrare nel mondo produttivo. C´è poi, sia a livello nazionale che locale, un problema di tutela del welfare, dal quale è esclusa ormai buona parte della società».
              Addio Milan dal coeur in man, come sottolineava Massimo Riva qualche giorno fa.
              «Sì, il punto è che deve essere reimpostata la politica sociale, soprattutto a Milano. Una città che ha problemi enormi perché aumentano gli ultra sessantacinquenni e le persone non autosufficienti e perché i giovani non hanno accesso al welfare».
              Ricetta?
              «Vanno drasticamente cambiate le politiche di centrodestra».
              Non ci sono soldi, rispondono Albertini e Formigoni.
              «Il problema, in parte, è oggettivo. Ma solo in parte: è anche conseguenza di politiche sbagliate».
              E come si risolve?
              «Riscrivendo completamente l´agenda. Le priorità vanno individuate seguendo una scansione diversa. Il welfare, prima di tutto, poi la formazione, infine l´impostazione di politiche infrastrutturali che strappi questa città dalle sue trappole. Qui si è liberi di spostarsi a sei chilometri all´ora, la qualità della vita si è deteriorata. Siamo al secondo mandato di Albertini e non è stato fatto nulla di significativo, Milano è sempre più in affanno, lontana dall´Europa come poche altre città».
              Giudizio duro.
              «I dati parlano chiaro, purtroppo. C´è una stagnazione degli investimenti, Le imprese investono a Barcellona, Francoforte e Lione, non qui. Se poi guardiamo al bilancio comunale, troviamo pochi euro per il lavoro».
              Un quadro desolante. Milano può uscirne?
              «Io sono contrario ai saccenti che sparano contro questa città a tutti i costi. Sono convinto che sia possibile trovare un´alternativa, soprattutto se chi amministra la città non si trincera in un fortino come invece fa il sindaco. Milano deve essere sempre più europea».
              Lei che città sogna?
              «Una Milano lontana il più possibile dal modello di città usata, che vive dal lunedì al venerdì, ridotta a centro di pendolarismo e di affari. Una città aperta, solidale, capace di accogliere. Una città che rifiuta di rispecchiarsi solo nel fatturato, condannata a relegare l´estetica agli interni, ai giardini segreti, patrimonio di pochi».
              Bella immagine, ma sconsolante. Dove l´ha trovata?
              «Passando qualche giorno a Madrid».
              Si capisce. E cos´altro le è venuto in mente in quest´ultimo tour?
              «Che Milano, di tempo, ne ha perduto fin troppo. Bisogna rigirarla, questa città. Come Barcellona è stata girata verso il mare, Milano va girata verso l´Europa».
              Panzeri, in concreto, chi può farlo?
              «Una classe dirigente matura. Una sinistra capace di entrare in sintonia con le esigenze della gente senza seguire il corso dell´acqua. Una sinistra fatta di buoni amministratori con la capacità di far intravedere il tragitto, il progetto, il sogno per ricollocare Milano in Europa».
              Il messaggio è chiaro, Panzeri. Ma la sinistra ultimamente non ha dato gran prova di compattezza e chiarezza d´intenti. Prendiamo il referendum sull´articolo 18, per esempio. Solo ieri Epifani ha chiarito la posizione della Cgil. E lei, a quanto pare, non ha apprezzato.
              «La Cgil ha deciso di schierarsi per il sì. Ne prendo atto. Ma personalmente mantengo le mie opinioni. Il referendum è sbagliato perché divide, continuo a pensare che non corrisponda e non sia coerente con l´impostazione strategica fin qui data dalla Cgil. Ecco perché non ho partecipato al voto».
              E Cofferati, il suo amico?
              «Io e Sergio continuiamo a essere legati da un sentimento di amicizia per nulla intaccato dalla diversità di posizioni. Ma si sa, la politica non è statica. Scorre. Come dicevano gli antichi, tutto scorre».
              Ancora i classici, Panzeri. Una parola per il futuro?
              «C´è speranza, se sapremo costruire una sinistra capace di coniugare sogni e realtà. Togliendo Milano dalla palude in cui è stata cacciata da uomini troppo piccoli».