“Intervista” Metalmeccanici Cisl: «Quel negoziato avverrà senza alcuna garanzia»

03/06/2002



Metalmeccanici Cisl: «Quel negoziato avverrà senza alcuna garanzia»
di 
Felicia Masocco


 «Questo governo è partigiano, ha già dimostrato tutta la sua scarsa buona fede. E oggi non offre nulla, se non un tavolo. In mancanza di accordo potrà procedere alle modifiche all’articolo 18 riscritte pari pari in un disegno di legge». Per Giorgio Caprioli, leader dei metalmeccanici Fim-Cisl, «non si sono garanzie che questo non avvenga». Caprioli porterà la sua posizione critica all’esecutivo Cisl insieme ad un avvertimento per Confindustria: «Ha giocato un ruolo politico che andava sottolineato con nuove lotte. Ma potrebbe costarle caro in sede di rinnovo di contratto». E intanto la Fim si prepara a proporre l’innalzamento dell’indennizzo per i lavoratori licenziati nelle aziende sotto i 15 dipendenti.
Lei è fortemente critico nei confronti della scelta di Pezzotta di accettare il tavolo in cui si discute di licenziamenti. Per quale motivo?

«Il motivo fondamentale è che il negoziato è molto pericoloso, si presenta con una modalità tale per cui in mancanza di un accordo a fine luglio il governo può comunque procedere alle modifiche dell’articolo 18 stralciate dalla delega ma riscritte pari pari in un disegno di legge. Non ci sono garanzie che questo non avvenga. E l’insidia aumenta perché al tavolo non ci sono tutti e tre i sindacati».

Berlusconi, D’amato e Sacconi dicono infatti che lo stralcio non c’è stato. Anzi, il sottosegretario al Welfare afferma che l’articolo 18 “verrà toccato” e che in cambio ci saranno meno tasse e investimenti al Sud. Accetterebbe?

«Assolutamente no. Credo che gli argomenti a cui fa riferimento Sacconi non possono essere scambiati con l’articolo 18. Migliorare il Fisco e gli investimenti al Sud sono una necessità, sono obiettivi che vanno perseguiti in ogni caso. Non si capisce perché, visto che sono in gioco interessi generali, dovrebbero essere solo i lavoratori dipendenti a pagare uno scambio su questo».

La Cisl non ha forzato il mandato avuto dai suoi organismi e dalla base chiamata allo sciopero con una parola d’ordine ben precisa?

«Non ritengo ci sia stata una forzatura in questo senso. Aprire una trattativa era un obiettivo giusto e necessario, ma ci si è arrivati in modo sbagliato per diversi motivi».

Quali?

«Il primo è che non sono state indicate in modo adeguato le grandi responsabilità di Confindustria che andavano sottolineate con forme di lotta già da qualche settimana. All’esecutivo Cisl di domani (oggi, ndr) insisterò molto su questo punto oltre a illustrare le mie critiche. Confindustria, con il presidente, ha condotto un gioco politico che potrà costarle caro visto che a fine anno c’è il rinnovo del contratto».

Sembra un avvertimento: se Confindustria vince al tavolo del governo dovrà vedersela in sede di contrattazione?

«Esattamente. C’è poi un secondo motivo: non ci si sono in campo proposte sindacali per migliorare le tutele dei lavoratori delle aziende al di sotto dei 15 dipendenti».

La Fim ha una proposta?

«La Fim sta pensando a una proposta che discuteremo e approveremo nel nostro esecutivo di martedì in quanto riteniamo che il referendum per l’estensione del reintegro a questi lavoratori sia un’iniziativa che ha un significato simbolico, ma è priva di utilità pratica».

Quale sarebbe la strada migliore?

«Occorre partire dal fatto che l’attuale entità di indennizzo, un massimo di sei mensilità, è decisamente inadeguata».

Proponete di alzarla?

«È tra le ipotesi, ne discuterà l’esecutivo. E discuteremo certamente quanto accaduto a Palazzo Chigi».

Lei dice che non c’è stata forzatura da parte della Cisl, ma non trova che sarà difficile spiegarlo ai lavoratori?

«Questo è il punto più delicato perché in casi come questo a un certo punto del confronto il gruppo dirigente dei sindacati deve indicare una via d’uscita. È vero che l’obiettivo dello sciopero generale era lo stralcio, ma un sindacalista sa che che per uscire bisogna offrire vie onorevoli al proprio interlocutore».

Ma il governo al sindacato non ne ha offerte…

«È vero, il governo per ora non ha offerto nulla se non un tavolo con tutti i rischi che ho detto e che, per esempio elenca Pierre Carniti quando dice che alla fine del negoziato il premier potrebbe dire che l’accordo non è possibile e che decide il Parlamento. Però il governo agisce con una logica politico-istituzionale e può contare su una maggioranza che non lo spinge a svolgere il ruolo di mediatore che invece dovrebbe svolgere. Al contrario, è un governo apertamente partigiano. Se il sindacato adotta la stessa logica rischia di perdere. Per questo ho detto che era necessario fare lotte contro Confindustria, ma anche costruire unitariamente una via d’uscita che ci consentisse di vincere senza pretendere l’umiliazione della controparte».

Si riferisce alla Cgil?

«Si, in questo vedo le responsabilità della Cgil che non può cavarsela con un vittimismo poco credibile. Il più grande sindacato italiano non resta tagliato fuori dai confronti se lui stesso non lo ha deciso».

Come stanno reagendo i suoi metalmeccanici, ha segnali?

«I lavoratori sono molto preoccupati e disorientati perché non riescono a capire come sia stato possibile rompere l’unità sindacale dopo la dimostrazione di forza dello sciopero. E qui tutti abbiamo le nostre responsabilità».