“Intervista” Megale (Pres.Ires Cgil): «Le retribuzioni vanno aumentate»

16/09/2002

          15 settembre 2002

          Nell’ultimo anno è tornato a crescere il peso del fisco sul lavoro dipendente

          Una quota sempre più rilevante di figure professionali sfugge alla negoziazione salariale

          Il centrodestra pensa solo agli interessi di Confindustria e rompe il patto che ha portato l’Italia in Europa
          «Le retribuzioni vanno aumentate»

          l’intervista
          Agostino Megale
          Presidente Ires Cgil

          MILANO Il presidente dell’Ires-Cgil,
          Agostino Megale, tira le somme:
          «La politica dei redditi ha fatto bene
          all’Italia, però i lavoratori si sono
          sobbarcati gran parte dello sforzo
          per risanare il Paese ma poi, con
          l’avvento del centrodestra, sono rimasti
          a bocca asciutta.
          Megale, Antonio D’Amato direbbe
          che è demagogia.
          «E invece è la verità: i lavoratori
          sono in credito con il Paese, hanno
          diritto a salari in crescita, e invece si
          prospettano tempi di vacche magre:
          la politica dei redditi e la concertazione
          sono saltate perché Confindustria
          e governo vogliono spaccare i
          sindacati. Ma questo gioco al massacro
          danneggia anche il sistema delle
          imprese. Bisogna ricostruire le condizioni
          per rilanciare una efficace politica
          di tutti i redditi».
          La vostra ricerca evidenzia
          che il centrosinistra stava
          riequilibrano la pressione fiscale
          sui redditi da lavoro.
          «E il centro-destra ha bloccato
          l’operazione. Anche sui conti, le bugie
          di Tremonti sono confermate dalle
          proiezioni sulla delega fiscale: la
          sola mancata restituzione del fiscal
          drag nel 2002-2003 vale quanto un
          1,5% di richieste dei rinnovi contrattuali».
          I salari sono uno dei cavalli di
          battaglia del rapporto e tornano
          di attualità con gli imminenti
          rinnovi. Come è andata
          nel decennio passato?
          «In base ai dati Istat i salari contrattuali
          hanno “tenuto” nel periodo
          1993-2001 (-0,1%) mentre le retribuzioni
          reali sono cresciute di fatto dello
          0,4%. I contratti rinnovati – in
          modo particolare nel 2000 – essendo
          in presenza di tassi di inflazione programmati
          dell’1,2%, hanno perso lo
          0,9% nel biennio 2000-2001. Si vedrà,
          analizzando le retribuzioni del
          2002, che la stagione dei rinnovi nel
          2001-2002 ha recuperato il differenziale
          tra inflazione programmata e
          inflazione reale, difendendo il potere
          di acquisto e sconfiggendo la Confindustria
          contraria al recupero della
          cosiddetta inflazione importata. A
          maggior ragione va modificato il tasso
          di inflazione programmato per il
          2003-2004, pena una riduzione programmata
          dei salari».
          Ma il governo insiste sull’1,4.
          «Il governo dimentica che l’inflazione
          attuale ha dinamiche esclusivamente
          nazionali, tra l’altro in controtendenza
          con il resto d’Europa. Nei
          prossimi rinnovi la richiesta salariale
          deve difendere e aumentare i salari
          reali, evitando però ad ogni costo il
          rilancio dell’inflazione, poiché continua
          ad essere vero che salari e pensioni
          sono meglio tutelati quanto più
          l’inflazione è bassa. Inoltre i contratti
          da soli non bastano senza un’azione
          incisiva sul versante fiscale e il
          ripristino delle dinamiche del price
          cap previsto nel protocollo del 23
          luglio per prezzi e tariffe. Inoltre, ancora,
          le quote di produttività maturate
          nel decennio sono andate solo in
          minima parte al lavoro».
          Cosa significa lo slittamento
          salariale al 30 per cento?
          «Può significare che una quota
          sempre più rilevante di figure professionali
          sfugge alla negoziazione, anche
          perché gli inquadramenti professionali
          risalgono al 1972. È giusto
          rafforzare il contratto nazionale,
          guardando anche alla evoluzione europea,
          ed è giusto diffondere il secondo
          livello, affermandolo anche nei
          territori con la difesa del salario reale
          le. Ma è necessario anche immagina-re
          che almeno un 1% di produttività
          venga utilizzato per realizzare una
          grande riforma dei salari professio-nali
          in Italia ridefinendo gli inquadramenti
          nei contratti nazionali».
          E le piattaforme? Separate oppure
          unitarie?
          «Bisogna evitare piattaforme e
          contratti separati, poiché pur nelle
          diversità tra sindacati è forte la consapevolezza
          che il contratto nazionale
          è la carta d’identità di un sindacato.
          Altrimenti viene meno il ruolo di
          autorevolezza nella rappresentanza
          dei lavoratori. Serve l’unità nelle piattaforme
          e nelle regole democratiche,
          di rapporto con i lavoratori. Bisogna
          riprendere un cammino unitario, indubbiamente
          difficile, ma sapendo
          che è l’unico in grado di rappresentare
          al meglio gli interessi del mondo
          del lavoro».
          g.lac.