“Intervista” Megale: «La Fiom sbaglia con l’egualitarismo»

26/03/2003



        lunedì 24 marzo 2003


        POLEMICHE Parla il presidente dell’istituto di ricerca confederale

        «La Fiom sbaglia con l’egualitarismo»

        Megale: «Richieste uguali per tutti limitano la nostra forza»

            Cosa emerge dal rapporto dell’Ires-Cgil su dieci anni di politica dei redditi?
            «Dal bilancio – risponde Agostino Megale, presidente dell’istituto di ricerca – emerge che la politica dei redditi è stata un bene per il Paese. Ha permesso l’ingresso in Europa, la difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni e un aumento dell’occupazione nonostante la bassa crescita dell’economia».
            I vostri dati dimostrano che, nel decennio ’93-2002, le retribuzioni di fatto tengono rispetto all’inflazione, ma gli aumenti di produttività solo in minima parte vengono redistribuiti ai lavoratori.

            «Sì. La gran parte resta in azienda o se ne va sotto forma di prelievo fiscale e contributivo, che è molto aumentato. Perciò puntiamo a una redistribuzione maggiore verso i lavoratori».

            Dalla ricerca emerge però una ridotta capacità del sindacato di contrattare il salario.

            «I dati dicono che il contratto nazionale, negli ultimi 10 anni, ha già avuto un ridimensionamento del suo peso e oggi governa non più del 70% del salario contro il 90% di prima. Questo perché è aumentata la quota di retribuzione governata dalla contrattazione decentrata e moltissimo quella gestita in maniera discrezionale dalle imprese. Chi propone di alleggerire il contratto nazionale dice quindi una cosa senza senso perché questa operazione è già avvenuta nei fatti».

            Senza che il sindacato se ne sia accorto?

            «Negli ultimi 15 anni il sindacato non ha affrontato come doveva la politica dei salari professionali. E questo porta a un ridimensionamento della sua capacità di essere, come dovrebbe, un’autorità salariale».

            Come reagire?

            «Riformando tutti gli inquadramenti, che risalgono agli anni ’70 e per questa via puntare a un maggiore riconoscimento salariale delle specificità professionali, evitando la logica di aumenti uguali per tutti».

            Che è però esattamente quella seguita dalla Fiom. I metalmeccanici Cgil chiedono infatti 135 euro di aumento per tutti i lavoratori, dal primo al settimo livello.

            «Ho già detto nel direttivo della Cgil che si tratta di un errore politico. La linea degli aumenti uguali per tutti è alternativa a quella che valorizza le professionalità. Ma la Cgil, fin dalla seconda metà degli anni ’70, ha scelto di superare la logica del falso egualitarismo».

            La Fiom sta facendo un salto indietro di 30 anni?

            «Non voglio entrare nel merito di una vertenza aperta. Dico che dal ’76 in poi si è sempre scelta la via degli aumenti differenziati».

            Quali sono i rischi di aumenti uguali per tutti?

            «Di restringere la capacità di rappresentanza del sindacato e di rinchiudersi in quella che Bruno Trentin (ex segretario Cgil, ndr.) chiamava la riserva indiana degli operai di secondo e terzo livello».

            Ma sono stati i lavoratori a pronunciarsi per l’aumento uguale per tutti nel referendum promosso dalla Fiom.

            «È facile avere applausi su questi argomenti. La democrazia è una pratica di grande valore, ma spetta ai gruppi dirigenti non regredire a una linea che avevamo corretto 30 anni fa perché sbagliata. Non è un caso che tutte le altre piattaforme e le stesse positive conclusioni del contratto degli statali rappresentano le posizioni maggioritarie in Cgil».
        Enr. Ma.


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