“Intervista” Megale: «E ora va redistribuita la ricchezza»

11/06/2007
    sabato 9 giugno 2007

    Pagina 6 – Politica/Società

    L’Istat: Pil al +2,3%. Intervista al presidente dell’Ires Cgil

      Megale: «L’Italia ha ripreso a crescere.
      E ora va redistribuita la ricchezza»

        Roberto Farneti

        Agostino Megale, presidente dell’Ires, il centro studi della Cgil. L’Istat ha annunciato di avere corretto al rialzo la stima preliminare sull’andamento del Pil nel primo trimestre del 2007, che è salito dello 0,3% e non dello 0,2%. Resta confermata una crescita tendenziale (rispetto cioé al primo trimestre dell’anno scorso) del 2,3%, ma se il confronto lo si fa con il trimestre precedente, l’ultimo del 2006, quando il Pil era cresciuto dell’1,1%, ci troviamo di fronte a un brusco rallentamento. Come valuti questo dato?

          Ciò che prevale, al di là degli aspetti congiunturali, è una valutazione positiva sulla crescita tendenziale. L’Italia, dopo circa quattro anni di crescita zero, effettivamente comincia ad avere, nei cosiddetti fondamentali dell’economia, le condizioni per riprendere una crescita che può essere sostenuta e non di breve durata.

          L’Istat però sottolinea anche che in questo inizio di 2007 i paesi dell’area Euro sono cresciuti dello 0,6%, esattamente il doppio rispetto a noi. E che il 2,3% italiano va raffrontato con il 3% della media di Eurolandia.

            E’ vero gli altri paesi europei, in particolare Regno Unito, Germania e Francia, crescono di più di quanto cresce l’Italia. Questo vuol dire che bisogna cogliere l’occasione della congiuntura favorevole per incidere sui ritardi strutturali che il nostro paese ha.

            Uno dei fattori che incidono negativamente sulla competitività delle aziende italiane è la loro bassa produttività. Paghiamo il prezzo di un sistema industriale in ritardo sul terreno dell’innovazione tecnologica e di prodotto: è così?

              Sì, credo che il punto continui ad essere esattamente questo. Veniamo dal periodo precedente del governo di centrodestra in cui il declino del paese coesisteva con il rischio di un declino industriale, con un indice di produttività, tra il 2002 e il 2005, di segno negativo. Questo è andato di pari passo con una mancanza di tenuta da parte dei redditi da lavoro dipendente e del loro potere d’acquisto. Ciò riporta il problema alla necessità che da un lato riprenda a crescere la produttività, e dunque la ricchezza del nostro paese, e contemporaneamente ci sia una redistribuzione della ricchezza a favore dei lavoratori che negli ultimi anni non c’è stata.

              Tra l’altro anche lo stesso Istat, nel suo ultimo rapporto, ha lanciato l’allarme povertà, sostenendo che «la tenuta della ripresa economica si basa sulle famiglie e sulla possibilità che il loro reddito torni a crescere». Immagino che tu sia d’accordo…

                Non c’è dubbio. Negli ultimi anni si è prodotto uno spostamento della ricchezza a favore dei profitti, oggi bisogna rimettere al centro la questione salariale, nel mondo del lavoro e a favore delle famiglie e delle fasce più deboli. Mettere al centro questa questione, dal mio punto di vista, vuol dire immaginare un patto sociale tra governo, sindacati e mondo delle imprese per tenere insieme le prospettive della crescita ma anche quelle dell’equità.

                L’Istat segnala altre due statistiche apparentemente in contraddizione tra loro: un moderato aumento della domanda interna (+0,4%), dovuto esclusivamente alla spesa delle famiglie, e una frenata delle retribuzioni, cresciute, su base tendenziale, del 2%, che è la crescita più bassa dal secondo trimestre 2003. Se diminuisce il reddito a disposizione, come fanno ad aumentare i consumi?

                  In primo luogo, va detto che gli andamenti reali delle retribuzioni vanno valutati su archi temporali più lunghi. Quello che possiamo dire con certezza è che le perdite che si sono determinate sul potere d’acquisto negli anni del centrodestra, con particolare riferimento al 2002 e al 2003, pur con degli spostamenti in avanti o indietro a seconda dei trimestri, sono perdite che, per essere recuperate hanno bisogno di qualcosa di più del semplice adeguamento dei salari all’inflazione. Servono interventi fiscali a favore dei redditi bassi. Con l’ultima Finanziaria ci si è riusciti solo in parte, in particolare per le famiglie più numerose, perché le addizionali locali hanno in parte assorbito quel risultato. In prospettiva si deve fare in modo che una parte della ricchezza che viene prodotta venga spostata ai redditi da lavoro. Solo così si può recuperare la forbice che si è aperta in Italia nei confronti dei lavoratori degli altri paesi. Riguardo ai consumi, anche qui si tratta di un dato congiunturale, dovuto perlopiù all’aumento delle spese per l’acquisto di auto e telefonini, che va però letto all’interno di un contesto di complessiva debolezza della domanda interna.

                  Proprio oggi (ieri ndr ) il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa ha detto che, grazie ai risultati della lotta all’evasione, è possibile una riduzione progressiva della pressione fiscale. E’ questa la vera priorità o, piuttosto, è giunta l’ora, come chiede l’ala sinistra della maggioranza, di usare le risorse dell’extragettito per fare delle scelte di risarcimento sociale a favore di quella parte del paese che è in difficoltà?

                    Penso che bisogna sostenere lo sforzo del sindacato e di quella parte del governo che spinge in questa direzione, per rendere evidente anche al ministro dell’Economia che vi sono problemi, come quelli aperti al tavolo del confronto – penso agli ammortizzatori sociali, alle tutele per i cosiddetti lavoratori giovani e flessibili, alle pensioni basse – a cui senza alcun dubbio deve essere destinata una parte dell’extragettito. Tutto questo viene prima di qualsiasi ipotesi di riduzione di tasse, anche perché una società che invecchia deve immaginare che gran parte del welfare non potrà che essere sostenuto dal sistema fiscale.