“Intervista” Mazzetti: Il pensionato diventa furioso

20/10/2003





   



18 Ottobre 2003
ECONOMIA






intervista
PREVIDENZA
Il pensionato diventa furioso

Un libro di Giovanni Mazzetti contro i luoghi comuni sulle pensioni

PAOLO ANDRUCCIOLI


Il titolo è già tutto un programma. Il pensionato furioso (Bollati Boringhieri) di Giovanni Mazzetti ha l’ambizione di smontare il castello di luoghi comuni su cui si regge il pensiero previdenziale dominante. Abbiamo intervistato l’autore proprio per tentare di capire fino a che punto le politiche attuali si poggiano solo su invenzioni e quali sarebbero – invece -le questioni più urgenti da affrontare.

Mazzetti, allora l’emergenza è tutta una invenzione, mentre il riferimento continuo alle culle vuote (ovvero al crollo della natalità) è fuorviante?

No, l’emergenza pensioni non è «un’invenzione». Se fosse stato così non avrei potuto classificarla come un’ortodossia da sfidare. E non si capirebbe perché buona parte dei partiti di sinistra condividono questa ortodossia. La figura da usare è più complessa: l’emergenza pensioni è una perfetta espressione delle forme di pensiero oggi dominanti. Cioè di un modo – a mio avviso completamente sbagliato – di interpretare l’evoluzione sociale nei paesi sviluppati. Alcuni di questi errori sono semplici da evidenziare, altri sono più complessi, appunto perché fanno parte della cultura comune prevalente. Un esempio dei primi. Tu richiami il fatidico ritornello delle «culle vuote». Ma si è mai visto un neonato o un adolescente badare ai nonni? E’ semmai vero il contrario. Vale a dire che chi non si è ancora affacciato al mondo della produzione dipende da coloro che producono, molto di più di quanto non facciano normalmente gli anziani. Le cosiddette culle vuote, lungi dal sottrarre risorse ad altri possibili usi, le rendono quindi disponibili per altri eventuali impieghi, ed ovviamente le rendono disponibili anche per gli anziani. Se pensiamo che intorno al 2050 avremo in Italia circa 5 milioni in meno di persone con età compresa tra 0-25 anni, rispetto ad oggi, e che ci saranno circa 6 milioni di ultrasessantacinquenni in più, è evidente che non c’è alcun peggioramento delle forme di dipendenza. ancora di più, sul piano della creazione delle risorse per soddisfare i bisogni conta il fatto, le «culle» che contano sono quelle dei neonati al lavoro. Con due milioni e mezzo di disoccupati e un milione di sottoccupati, mi sembra proprio che sia una bestialità sostenere che le culle sono vuote.

La tua analisi ha un’impronta severa che non cede a sociologismi facili. Ma che cosa pensi della demografia oggi utilizzata?

Chi può mai nascondere che ci sia un invecchiamento della popolazione? Ma perché percepirlo solo come un problema? L’invecchiamento della popolazione genera indubbiamente dei problemi. Ma lo sviluppo non corrisponde forse proprio alla soluzione di problemi nuovi che sono emersi grazie ai cambiamenti positivi intervenuti nella società? Pertanto l’invecchiamento della popolazione è insieme un elemento di squilibrio rispetto al passato, ma anche la possibilità della conquista di un equilibrio nuovo e superiore. In questo secolo ci troviamo per la prima volta con una massa enorme di persone per le quali la storia non è stato solo un fatto esteriore, ma un qualcosa di vissuto in prima persona. Se solo questa esperienza diventasse un patrimonio adeguatamente metabolizzato, cambierebbe tutta la storia futura, e i Berlusconi scomparirebbero dalla scena. Con questo non voglio negare che c’è una demografia ingenua – mi ha molto rattristato vedere che uno dei mostri sacri della sinistra come Livi-Bacci abbia finito con lo sposarla – che considera la riproduzione dell’umana società come un qualcosa di meramente naturale, arrivando addirittura a proporre il sostegno delle nascite con un sistema di cosiddetti baby-bonds.

Questa demografia al massimo ci aiuta a comprendere i dati statistici del passato. Ma non può esserci di alcun aiuto per l’evoluzione futura se non la si vede come parte integrante della dinamica sociale, ignorando così la critica che già Marx fece a Malthus. La nostra società vive forme estreme di negazione, appunto perché ignora queste dinamiche. E’ molto probabile che la riduzione della natalità non costituisca un fenomeno fisiologico. Ma certo non si riequilibra la situazione peggiorando le condizioni di vita degli anziani. Al contrario, ad una patologia se ne affianca un’altra e la società precipita nel baratro.

Il tuo «pensionato furioso» mette quasi in secondo piano la questione del progressivo ridimensionamento del «tasso di sostituzione». Si calcola che già con la riforma Dini del `95, le pensioni perderanno dal 30 al 40% dei loro rendimenti. Quali saranno le conseguenze?

Se l’esito degli scontri sociali di questi anni sarà quello che tu indichi, la catastrofe sarà inevitabile. Il taglio delle pensioni operato prima da Amato e poi da Dini interverrà nella sua pienezza, e se sarà addirittura aggravato dalle recenti decisioni di Berlusconi, l’economia non potrà non subire un collasso. Ho già ricordato prima che ci saranno circa 5 milioni di bambini e giovani in meno, e dunque che la domanda aggregata che scaturisce dai bisogni di coloro che dipendono in età prelavorativa si ridurrà di un terzo. Se alla crescita della popolazione anziana non corrisponderà un proporzionale aumento della quota di reddito che essa percepisce, quella riduzione non sarà bilanciata dalla domanda aggregata dei milioni di anziani, che essendo impoveriti potranno comperare meno di quello che comperano oggi. Il problema della disoccupazione di massa continuerà ad affliggere in futuro la nostra società. E, con ogni probabilità, dovremo parlare non solo di ristagno, ma di un vero e proprio crollo produttivo. Né più e né meno come negli anni ’30 del secolo scorso.


Una delle questioni più importanti riguarda la previdenza complementare. Tu ne parli quando fai i confronti tra il sistema a ripartizione e quello a capitalizzazione, difendendo quello a ripartizione. Ma che cosa puoi dire in più dei fondi pensione?

In questo dibattito vedo della vera e propria malafede o una forma feticistica di ignoranza. Solo degli stolti possono pensare che i guadagni in borsa corrispondano ad una maggior ricchezza reale per la società nel suo insieme. Ciò potrebbe essere vero solo se all’aumento delle quotazioni corrispondesse un aumento del prodotto interno. Se la borsa sale e il prodotto interno non aumenta o aumenta di meno, quell’incremento corrisponde solo ad una redistribuzione del reddito. Ci sono degli avversari del sistema pensionistico pubblico che sfiorano il ridicolo, visto che fanno l’apologia degli aumenti delle quotazioni dei titoli detenuti dai fondi pensione al di là dell’aumento del reddito, ma poi si strappano i capelli se invece le pensioni aumentano direttamente, come avviene con il sistema retributivo. Una redistribuzione che avviene attraverso la borsa è per loro preferibile ad una redistribuzione che avviene in maniera diretta. Uno dei limiti del lavoro salariato e delle sue organizzazioni oggi è che non sa districarsi in queste problematiche, ed accondiscende ai fondi pensione, come se non si trattasse di una vera e propria idiozia economica.

Nel sindacato e a sinistra sono state fatte battaglie contro i fondi pensione, ma poi quel modello è stato accettato. Quali sono dunque, alla luce della diminuzione della pensione pubblica, le urgenze da affrontare per chi i fondi già li ha e per chi rimarrà sempre fuori?

Nel breve periodo non vedo grandi possibilità di rovesciamento. Nel medio periodo si può pensare di sbarazzarsi dei fondi pensione per tornare ad un sistema a ripartizione, la cui trasparenza sociale e i cui costi di gestione sono decisamente più favorevoli ai principi previdenziali.

Ritorniamo, al volo, sul problema dell’età. Nel libro accenni alla storia dell’umanità e ai tempi in cui la vecchiaia era un valore. Che ne pensi della possibilità di lavorare fino a quando si può, ma solo per libera scelta?

Poni un problema con il quale oggi non abbiamo nemmeno lontanamente cominciato a fare i conti, nonostante esso sia ormai maturo. Credo che il primo passaggio consista nel distinguere le attività necessarie da quelle che, pur essendo produttive, possono essere praticate con un grado di libertà. Sono convinto che molti anziani non siano affatto contenti di essere parcheggiati nei «centri anziani» a giocare a carte o a bocce, ad imparare un po’ di balli, e a fare qualche festa di tanto in tanto. Come dimostrano alcuni rozzi embrioni di novità, penso alle squadre di anziani che, a Roma, accompagnano i bambini a scuola a piedi la mattina. A quelli che fanno i «vigili» di fronte alle scuole. Di attività del genere se ne potrebbero svolgere molte di più, dando sfogo ‘produttivo’ alla vita di ognuno di noi, quando non può più garantire la certezza che corrisponde all’erogazione di un lavoro salariato. Allo stesso tempo però non si può fare come negli Usa, dove molte attività
necessarie vengono svolte solo su una base volontaria. Ciò che è necessario va garantito per diritto, e a tale diritto deve corrispondere un dovere, cioè un’attività che non può essere svolta con libertà. Ma si tratta di argomenti troppo complessi per affrontarli seriamente in una breve intervista.