“Intervista” Maulucci (Cgil): «Troppi favori a Bertinotti»

28/04/2003



              25 aprile 2003

              intervista

              PRIME ANALISI E REAZIONI NEL MONDO DEL LAVORO
              «Troppi favori a Bertinotti»
              Maulucci (Cgil): la cosa migliore è l’astensione

              ROMA IL male peggiore per la Cgil davanti al referendum bertinottiano sull’articolo 18? «Un sì sofferto». Quale pare essere quello di Epifani a Margia Maulucci, uno dei segretari confederali che hanno espresso il proprio dissenso nella riunione di segreteria dell’altro giorno davanti all’eventualità di «fare un favore a Bertinotti, il cui elenco di sgarbi al sindacato e alla sinistra è lungo assai». Maulucci è, per la cronaca, uno dei dodici segretari confederali, ha la delega alle politiche economiche, e l’incarico di «controllore» della Fondazione Di Vittorio. Come dire: una cofferatiana a denominazione d’origine controllata.

              Maulucci, com’è andata la prima riunione del vertice della Cgil che aveva in esame la posizione da prendere sul referendum?

              «Capisco che lei voglia da me un racconto. Ma prima di tutto quel che deve essere chiaro è che la Cgil ha davanti a sé la responsabilità di una grande organizzazione. Non può e non deve assumere posizioni difensive e subire le scelte fatte da altri. Noi abbiamo raccolto cinque milioni di firme l’anno scorso per una nostra iniziativa legislativa in difesa dell’articolo 18 di fronte all’attacco del governo, e che ha seguito un percorso adesso approdato al Senato. Riguardo al referendum, coerentemente dobbiamo riprendere l’iniziativa su quella proposta legislativa contro la destrutturazione del mercato del lavoro e decidere una mobilitazione».

              E il referendum?

              «All’interno di quel percorso, l’incidente referendario deve essere affrontato tenendo la barra dritta. Quello che non possiamo proprio fare è dare l’indicazione a votare no: sarebbe difficile da motivare, sarebbe come negare, assieme, anche la nostra proposta di legge».

              E regalare una decina di milioni di possibili voti a Bertinotti?

              «Certo, ma al di là di questo, e del fatto che noi di regali a Bertinotti ne stiamo facendo tanti, un po’ troppi proprio a lui che ci ha fatto lo sgarbo del referendum e una quantità di altri a cominciare dalla caduta del governo Prodi, un no è inconcepibile: perché il quesito si pone come difesa dei diritti. Dunque, io credo che quello che noi possiamo fare è dare una libertà di voto che però escluda il no».

              Una posizione articolata, diciamo così. E poi perché escludere il no?

              «La spiego: il no per un’organizzazione come la nostra è da mal di fegato. E soprattutto, la priorità per la Cgil è la propria strategia, la necessità di fornire un orientamento ai lavoratori mantenendo la nostra capacità di iniziativa».

              Quindi: astensione o non voto? Cosa proporrà lei al direttivo della Cgil il 6 maggio?

              «L’astensione, non ritenendo il referendum uno strumento utile in questa materia, o meglio ancora il non voto. Il quorum necessario così potrebbe non essere raggiunto. Una strategia che neutralizza questo referendum».

              E se vincesse il sì? O per meglio dire: se, come appare probabile, dal quel direttivo della Cgil uscisse l’indicazione collegiale per il sì?

              «Il sì può essere comunque utile: perché se anche dovesse vincere, sarà comunque necessario fare una legge di estensione dei diritti. E a quel punto ci sarebbe il giusto spazio anche per la nostra proposta legislativa. Quello che la Cgil proprio non può permettersi è un sì, come dire, sofferto».

              E qui torniamo alla discussione che ha animato la segreteria l’altro giorno.

              «In Cgil solo Amoretti si è detto per il no. Per il resto, in quella riunione alla quale lei faceva riferimento, alcuni hanno espresso forti dubbi. La posizione che pare prevalere, quella per il sì, non è particolarmente omogenea al suo interno. Ci sono quelli che hanno promosso il referendum, come Patta o Agnello. E poi ci sono posizioni più sfumate come quella di Nerozzi. Quella di Epifani invece a mio avviso non convince moltissimo: perché Guglielmo schiera la Cgil sul sì come risultato di una ineluttabilità, quasi in posizione difensiva di fronte a uno strumento che non è nostro. Certo è molto difficile pensare che una grande organizzazione come la Cgil su una vicenda così importante possa avere una posizione difensiva. Noi che portiamo in piazza milioni di persone abbiamo il dovere di essere propositivi».

              ant. ram.