“Intervista” Marzano: ora tocca al Welfare, sussidi di disoccupazione anche in Italia

18/03/2002






Marzano: ora tocca al Welfare, sussidi di disoccupazione anche in Italia
      ROMA – Antonio Marzano legge l’agenda delle riforme che il governo considera necessarie: «mercato del lavoro, pensioni, pubblica amministrazione, giustizia, scuola, sicurezza, infrastrutture ed energia». Il ministro delle Attività produttive si dice pure consapevole che «si romperà qualche equilibrio» E avverte: «Non siamo qui per gestire l’ordinaria amministrazione e un governo che vuole fare le riforme non può evitare di dare qualche dispiacere a compagnie di assicurazione, benzinai, grandi imprese, sindacati… Se si lascia la società com’è non ci saranno tensioni sociali, ma il Paese avrà uno svantaggio competitivo crescente rispetto ai concorrenti che le riforme le hanno fatte, e si impoverirà». Però nel governo, come si è visto in Consiglio dei ministri giovedì scorso, non sono tutti d’accordo sul capitolo «tensioni sociali». Qualcuno, come i ministri Rocco Buttiglione e Gianni Alemanno, non nasconde un certo mal di pancia per com’è andata a finire sull’articolo 18. Come la mettiamo?
      «Mi sorprendo quando ci si stupisce che in Consiglio dei ministri i problemi vengano dibattuti. E’ normale. Non siamo mica stati tutti clonati. E non siamo nemmeno un partito unico. Tuttavia la vera questione su cui si è dibattuto non è il merito della legge ma il rapporto con il sindacato, e lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è dichiarato dispiaciuto».

      Immagino per il fatto che Cisl e Uil si siano ricompattate sulla linea più dura della Cgil. Non è stata forse la conseguenza di qualche errore del governo?

      «Siamo sempre stati aperti al dialogo. Addirittura abbiamo detto che sospendevamo l’iter per consentire a sindacati e datori di lavoro di scrivere loro una proposta. E che risposta ha dato il sindacato? La richiesta di stralcio, dietro alla Cgil. Il che equivale a non voler nemmeno consentire al governo di esercitare il proprio diritto, quello di indicare gli obiettivi politici. E non è democratico».

      La colpa sarebbe quindi di Sergio Cofferati?

      «Dico che la Cgil si è fatta portatrice dello stralcio e ha costretto gli altri sindacati, che non erano su questa posizione originale, a competere con la Cgil. E questi si sono adeguati. E’ la pura verità».

      A questo punto il governo intende recuperare o meno un rapporto con il sindacato?

      «Il governo vuole istituire un tavolo per esaminare il problema dello Statuto dei lavori con le parti sociali. L’intesa è che parteciperemo noi ministri economici e anche, su certi temi, i leader della coalizione. Sull’articolo 18 non c’è stata possibilità di raggiungere un accordo. Ma ci sono tanti altri temi ai quali sono sensibili i sindacati. Lo Statuto dei lavoratori è stato approvato 32 anni fa. Ora tutto è cambiato, è cambiato il rapporto fra industria, agricoltura e servizi, ci sono le tecnologie che consentono persino il lavoro a domicilio, e dovremmo ignorare questa rivoluzione?».

      Ma come crede che ora sia possibile rilanciare una trattativa con il sindacato?

      «Ci sono comunque problemi aperti da risolvere. Savino Pezzotta non è meridionale e questo mi ha colpito, perché la Cisl è sensibilissima ai problemi del Sud. Come la stessa Cisl e la Uil sono sensibili ad altri temi, per esempio la formazione, la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese».

      Sull’articolo 18 opposizione e rappresentanti dei lavoratori vi accusano di aver agito sotto dettatura della Confindustria.

      «Vorrei ricordare com’è iniziata questa partita. Nell’agosto dello scorso anno la questione dell’articolo 18 venne posta per primo, oltre che dal sottoscritto, anche dal governatore della Banca d’Italia. E le sembra credibile che Antonio Fazio prenda ordini dalla Confindustria?»

      L’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, presidente dei Ds, ha scritto ieri sul
      Corriere che le misure proposte sono confuse, inique e controproducenti.
      «D’Alema parla di discriminazioni tra il giovane assunto al Sud e quello assunto al Nord, e anche tra padri e figli. A me pare invece odiosa l’attuale discriminazione tra i giovani disoccupati del Sud e gli occupati del Nord e quella fra i padri occupati e i giovani a lungo disoccupati. D’Alema si interessa anche delle discriminazioni fra imprese da sempre irregolari e quelle che emergono. Ma stia pur sicuro: alle imprese regolari darebbe più fastidio la concorrenza sleale di quelle sommerse».

      Lo stesso D’Alema invoca l’avvio di un confronto per stabilire un nuovo sistema di garanzie sociali. Come risponde?

      «Sicuramente ci dobbiamo porre l’obiettivo di adeguare allo standard europeo il nostro Stato sociale di fronte al problema della disoccupazione».

      Sta dicendo che anche l’Italia avrà una indennità di disoccupazione degna di questo nome?

      «Credo che ci si dovrà arrivare».

      Il suo collega dell’Economia Giulio Tremonti sostiene però che non ci sono i soldi. Concorda?

      «Premetto che la nostra riforma prevede un indennizzo adeguato a carico delle imprese per il lavoratore licenziato. Ciò detto, un problema di spesa pubblica c’è. L’Italia non spende meno degli altri Paesi per lo Stato sociale, ma quella del sostegno alla disoccupazione è una fetta molto più ridotta. Se, naturalmente, rilanciamo l’economia, e noi contiamo di farlo anche attraverso la flessibilità del lavoro, sarà più facile reperire le risorse. Una recente previsione della Banca d’Italia prevede nel secondo semestre dell’anno una crescita del 3%».

      Da che cosa ricava il governo tanta fiducia negli effetti delle modifiche all’articolo 18?

      «Da considerazioni molto semplici. E’ meglio essere disoccupato oppure occupato, sia pure senza obbligo di reintegro? E’ meglio per un giovane, soprattutto al Sud, andare avanti con contratti di pochi mesi o con un contratto a tempo indeterminato, senza reintegro? E’ meglio lavorare in una impresa troppo piccola, che rischia di chiudere, o in un’impresa che può crescere? Le risposte sono ovvie. Questo provvedimento è nell’interesse dei lavoratori. Del disoccupato, dei precari, dei lavoratori a rischio, di chi è sommerso».

      A proposito di sommerso, il provvedimento per l’emersione dal lavoro nero, considerato uno dei pilastri della manovra dei primi cento giorni, è stato finora un clamoroso fallimento. Ne è al corrente?

      «La riforma punta anche sul sommerso perché vogliamo rafforzare l’incentivo a emergere. Il risultato sarà migliore».

      Migliore? Nel primo anno erano previsti 7.200 miliardi di lire di gettito, sono stati incassati 415 mila euro, cioè 803 milioni di lire. Si aspettava che 900 mila lavoratori venissero alla luce, ne sono emersi 430. Come lo spiega?

      «Le imprese del sommerso confrontano i benefici derivanti dall’emersione con i rischi derivanti dal restare irregolari. Evidentemente bisogna accrescere sia gli uni che gli altri
      ».
      Secondo Cofferati il governo non reggerà l’impatto dello sciopero generale. Si rivede lo spettro del 1994?

      «Il governo è tranquillo, perché il presidente del Consiglio ha ottenuto il mandato grazie al voto popolare. E in democrazia è un fattore di sicurezza fondamentale. D’Alema non fu eletto premier dagli italiani e cercò quindi dal sindacato il consenso che gli mancava. Ecco perché dovette rinunciare alle riforme che voleva fare».
Sergio Rizzo


Economia