“Intervista” Marzano: «Non facciamo marcia indietro e non ci saranno licenziamenti»

17/04/2002


 
 
L´INTERVISTA
 
Il ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano: pensiamo a chi non ha tutele
 
"Non facciamo marcia indietro e non ci saranno licenziamenti"
 
 
 
Questo paese ha bisogno delle riforme Il lasciar stare costerebbe troppo
 
LUISA GRION

ROMA – Il governo ne prende atto, ma va avanti per la sua strada. C´è stato uno sciopero generale, ma la riforma all´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori si farà. Questo è il messaggio di Antonio Marzano, ministro delle Attività Produttive convinto che, a manifestazione avvenuta, l´esecutivo non «debba cambiare politica». Tanto più – dice – «che il provvedimento in questione rispetta quanto chiesto dalla piazza: se chi ha scioperato lo ha fatto per paura dei licenziamenti, sappia che la riforma non ne creerà nemmeno uno».

Ministro, ieri davanti a questa politica del governo, c´è stato un «no» molto deciso

«Premetto che non ci risulta che l´adesione sia stata del 90 per cento, come i sindacati affermano, ma del 50-60, con punte molto minori nelle piccole e medie imprese. Detto questo lo sciopero generale è indubbiamente una manifestazione importante, oltre che un diritto riconosciuto dalla Costituzione, e ne prendiamo atto. Prendiamo atto dai manifestanti, ma non possiamo trascurare il fatto che accanto a loro, in questo paese, vivono 2.200.000 disoccupati, 2.389.000 lavoratori a tempo parziale, milioni di occupati sommersi e molti lavoratori a rischio. Il provvedimento che abbiamo in mente crea più opportunità per i disoccupati e meno precarietà per chi lavora in nero o a tempo parziale. Questa era la valutazione del governo e questa rimane»


Sta dicendo che lo sciopero è stato inutile e che non ne terrete conto?

«La protesta è servita a farci conoscere l´impegno politico di Cofferati, ma non ha cambiato le esigenze del paese. Certo, ha lanciato un messaggio chiaro: chi vi ha aderito non vuole licenziamenti. Risponderemo a questa preoccupazione: la riforma dell´articolo 18, che non tocca i diritti acquisiti, non ne provocherà nemmeno uno. Sono convinto che su questo punto sia mancata la corretta informazione, molti hanno manifestato per la paura di perdere il posto. Non sarà così e se lo avessero saputo, ci sarebbero stati molti scioperanti in meno»


Lei dunque ritiene che la riforma dello Statuto dei Lavoratori sia fondamentale per le sorti di questo paese?

«Una cosa, credo, è chiara: questo paese ha bisogno di riforme e le riforme costano. In questo momento, anche per l´eredità sui conti pubblici lasciata dalla precedente gestione, non ci sono soldi. Quindi bisogna cominciare da quelle riforme che , pur accelerando il rilancio, costino poco o non costino affatto. La riforma allo Statuto dei Lavoratori – legge vecchia di oltre 30 anni e che vorremmo cambiare sedendoci al tavolo con i sindacati – ha questi requisiti. Può creare nuovi posti e in Italia ce n´è molto bisogno visto che il nostro tasso di attività, ovvero la percentuale di popolazione fra i 15 e 64 anni che lavora o cerca lavoro, è del 60 per cento contro una media Ue del 70. C´è dunque una percentuale relativamente bassa di occupati che sostiene tutto il resto della piramide: è una situazione che va cambiata. Se così sarà aumenterà il Pil pro-capite, e si genererà la ricchezza necessaria a fare anche le riforme più costose».


Ma nel paese è scoppiata la tensione sociale. Alcuni esponenti dell´ imprenditoria, dai grandi come Lucchini a piccoli di Billè, chiedono di lasciar stare per il momento l´articolo 18. Cosa risponde?

«Che bisogna chiedersi quanto costerebbe quel lasciar stare e chi ne sopporterebbe il costo: disoccupati, precari, sommersi. Se le riforme non le fa questo governo che ha davanti a sé i consensi necessari e altri 4 anni di tempo per agire, chi mai potrà riuscirci? No, non cambieremo politica».