“Intervista” Maroni: smascherate le ipocrisie

20/01/2003




Sabato 18 Gennaio 2003
ITALIA-POLITICA
Maroni: smascherate le ipocrisie


ROMA – Grazie Fausto. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni non lo dice esplicitamente ma con il referendum il Governo può prendersi una rivincita insperata dopo essere stato sotto scacco della sinistra e di Sergio Cofferati per quasi un anno. Così sicuri che il referendum verrà bocciato dagli italiani?
Non lo diciamo solo noi ma tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo del Paese e il miglioramento delle condizioni di competitività del nostro sistema imprenditoriale. Noi abbiamo il peggior mercato del lavoro che tutela gli insiders e lascia fuori tutti gli altri. La strada da seguire è creare tutele per chi oggi non ne ha rendendo meno rigido il mercato del lavoro. Come noi, la pensano tutti coloro che fanno impresa, anche quelli vicini alle posizioni della sinistra, gran parte del sindacato e una buona parte della sinistra stessa. Non c’è il minimo dubbio: il referendum non passerà.
Che succede alla "vostra" riforma sul 18? Aspettate le urne?
La nostra agenda non viene modificata semmai accelerata. Tra qualche settimana il Senato approverà la riforma Biagi del mercato del lavoro. Questa è la prima vera riforma del Governo Berlusconi. E sarà un punto di svolta. Subito dopo, presenteremo l’emendamento che recepisce il Patto per l’Italia sulla riforma dell’articolo 18 e sulll’indennità di disoccupazione.
Il premier, a fine anno, ha tolto dall’agenda l’articolo 18…
Noi non rimettiamo al centro del 2003 l’articolo 18. Noi mettiamo al centro il Patto per l’Italia siglato con tutte le parti sociali, Cgil esclusa, che prevede la modifica sperimentale dell’articolo 18. E non dimentichiamo che in quella stessa norma sono stanziate risorse sull’indennità di disoccupazione: prima verrà approvata, prima si potranno spendere. Non prevedo, quindi, una riedizione dello scorso anno. A parte quello che dirà la sinistra massimalista o girotondina. Non più cofferatiana, mi pare. Come giudica il no di Cofferati sul quesito di Rifondazione? Le dichiarazioni contro il referendum dimostrano che tutto ciò che è stato detto era poco più che una presa in giro. O Cofferati ha raccontato un sacco di fandonie dicendo che l’articolo 18 è un diritto inalienabile dell’uomo oppure, oggi, rinnega tutto il suo pensiero. In entrambi i casi delude l’incoerenza rispetto alla battaglia che ha fatto. Il referendum ha dunque già dei meriti? Porta allo scoperto l’ipocrisia ideologica di coloro che per convenienza politica fecero pagare al Paese sei mesi di conflitto sociale. Non perché c’era in ballo una questione di diritti inalienabili. Altrimenti non si spiega ora il no di Cofferati all’estensione dell’articolo 18. Ma con il referendum si dimostra anche che l’articolo 18 non è una questione di dignità delle persone ma un meccanismo che crea rigidità.
Si sente di dire grazie a Bertinotti?
Bertinotti è una persona che stimo di cui sono un po’ amico, veniamo dalle stesse parti: io dalla sponda lombarda del lago Maggiore lui da quella piemontese. Non mi sento di ringraziarlo, constato però che tra tutti gli attori di quella montatura, oggi crudamente smascherata, Bertinotti è l’unico che mostra coerenza rispetto alla battaglia dello scorso anno. Gli altri dovranno spiegare ai tre milioni portati in piazza dalla Cgil se davvero l’articolo 18 è il discrimine tra la barbarie e la civiltà.
Grazie a Bertinotti si prende però la rivincita su Cofferati...
Bertinotti è l’uomo delle sorprese, riesce sempre a sparigliare le carte. Non può che essere un abile giocatore di scopa. Questa iniziativa, che è lontana mille miglia dalle nostre idee, ha però la forza della coerenza. Per questo è così impegnativa per una sinistra presa solo in leaderismi e tatticismi senza costrutto. Ho la visione di tanti piccoli leader che sono aggrappati ai vetri con le unghie e che cercano di uscire fuori dal grave imbarazzo in cui li ha messi Bertinotti. Margherita e Sdi si sono già schierati sul no… Sto sviluppando un’iniziativa forte sulla responsabilità sociale delle imprese. Non mi chieda di giudicare l’etica di questi partiti che a seconda della convenienza dicono tutto e il contrario di tutto. Sull’articolo 18 ho quasi una biblioteca con tutte le dichiarazioni fatte da Rutelli ad altri esponenti della Margherita che oggi vengono puntualmente smentite.
Eviterete il referendum con una legge?
No, per due ragioni. Una banale, non c’è il tempo per approvare una legge. La seconda, più importante, è che qualunque legge che possa evitare il referendum andrebbe in direzione opposta da quella del Governo. Vogliamo che si vada alle urne per porre fine a qualsiasi manovra che irrigidisca il mercato del lavoro.
Se il referendum andrà male farete una riforma più incisiva, come quella suggerita da alcuni ambienti sindacali?
Manterremo gli accordi con le parti sociali. La riforma è sperimentale, prevede una verifica per valutarne l’efficacia. Questo è l’impegno e non modificheremo una virgola.
Il 2003 sarà allora l’anno delle pensioni?
Abbiamo una riforma in Parlamento. Ci sono un paio di nodi da sciogliere per garantire l’aumento dell’età pensionabile. Oggi lo strumento previsto è fortemente inefficace: novazione del contratto in presenza solo di incentivi a restare al lavoro.
Questo vuol dire inserire anche disincentivi?
Vuol dire tante cose. Il nostro obiettivo è alzare volontariamente l’età pensionabile come ci chiede l’Europa. Le ipotesi in campo sono tre: o forti incentivi, o forti disincentivi o un mix di entrambi. Entro una settimana prenderemo una decisione. Nella delega è prevista la prima opzione che è inefficace se sommata alla novazione. Può diventare efficace se la novazione viene abolita. La mia opinione personale è che si può lavorare sugli incentivi migliorandone l’efficacia e sulla novazione sostituendola con un automatismo senza introdurre disincentivi.
LINA PALMERINI