“Intervista” Maroni: riforme e nuovo dialogo sociale

21/10/2002






          20 ottobre 2002
                  ITALIA-POLITICA


          Maroni: riforme e nuovo dialogo sociale

          Dopo lo sciopero generale il ministro apre a Epifani e lo invita ad abbandonare la strada della contrapposizione pregiudiziale


                  ROMA – Spera sia finita la fase del sindacato politico; dei no pregiudiziali; si augura che con lo sciopero si sia consumato un rito liberatorio. Roberto Maroni, ministro del Welfare, guarda al dopo-piazza e manda messaggi rassicuranti sui tempi stretti per le riforme, sulla stagione riformista non interrotta. Ma niente tagli alle pensioni di anziantà e niente drammatizzazioni sul cambio di strumenti per la gestione degli incentivi al Sud.
                  Il day after dello sciopero Cgil. Si volta pagina? È «sdoganato» l’ultimo atto della gestione Cofferati?
                  Mi auguro che sia finita l’epoca del conflitto pregiudiziale. Non so se sia l’ultimo atto della gestione Cofferati o se sia il primo della segreteria Epifani. Spero che il modesto risultato dello sciopero possa indurre la Cgil ad abbandonare posizioni pregiudizialmente contrarie e a riscoprire l’anima sindacale vera. Che è quella di trattare e non di dire sempre e solo «no».
                  È una tesi sostenuta anche da Ds e Margherita.
                  Con una differenza: quelle dell’Ulivo sono manovre tattiche per gli equilibri interni; le "aperture" o – diciamo meglio – l’invito che io rivolgo a nome del Governo è istituzionale.
                  La vertenza Fiat potrebbe diventare il laboratorio per sperimentare nuove relazioni industriali e una forma diversa di dialogo sociale non ideologico?
                  Può servire per tornare al vero dialogo sociale: ci si confronta su cose concrete, si cercano soluzioni, si tenta di concordarle evitando contrarietà pregiudiziali. Il cataclisma Fiat non rischia di prosciugare la "dote" destinata alla riforma degli ammortizzatori sociali?
                  Assolutamente no. Le risorse per garantire il sostegno al reddito dei lavoratori coinvolti nel piano Fiat già ci sono. Neppure un centesimo dei 780 milioni di euro già destinati alla riforma degli ammortizzatori sociali sarà toccato. Ora dobbiamo solo negoziare con le parti come utilizzare questi fondi già previsti nella delega 848 bis: bisogna stringere i tempi.
                  Ma del merito della delega su ammortizzatori e articolo 18 se ne parla, sì e no, a gennaio.
                  Prima si discute e si arriva a un’intesa, prima si spendono i fondi della Finanziaria.
                  D’accordo, ma il Parlamento ha già una sua agenda: dell’848 bis se ne parla nel 2003.
                  Intanto entro fine anno approviamo la parte più consistente della delega, la n. 848. È la parte più sostanziosa della riforma del mercato del lavoro. Siamo pronti poi, nei primi mesi del 2003, a dare attuazione pratica a quella delega. Avremmo tempo un anno, ma nel suo enorme lavoro, Marco Biagi già aveva preparato dei testi per i decreti attuativi del Libro bianco: se il testo passa entro Natale, prima dela fine dell’anno saremo in grado di inviare al Parlamento i tre decreti su collocamento privato, nuovo part time, nuove tipologie contrattuali e formazione. Il tutto diventerà operativo nella primavera 2003.
                  Non crede che il tema dell’articolo 18 abbia perso quel suo "mordente emotivo" di fronte alla tremenda prosaicità della crisi Fiat che interessa nel complesso oltre 10mila esuberi?
                  L’ho sentito dire da Rutelli: ha sostenuto che è un tema da quarantesima fila. Per noi non è vero: non è stata, quella sull’articolo 18, una battaglia ideologica per spaccare i sindacati; per noi è stata parte di una strategia riformista molto precisa e non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarla.
                  Va bene la strategia, ma gli atti concreti, sul punto, quali sono stati?
                  Sono nel calendario parlamentare: dal 5 luglio – data della firma del Patto per l’Italia – siamo riusciti, correndo molto, a farlo approvare dal Senato e a iniziare la discussione alla Camera. È poco? Non credo: si deve tenere conto che i calendari delle Camere erano già stati definiti e che in mezzo ci sono state le ferie. Anzi, devo proprio ringraziare il Parlamento e soprattutto i colleghi di maggioranza del Senato perché si sono impegnati fortemente per questo risultato.
                  Le pensioni sono la sua bestia nera. Berlusconi giudica la riforma prima indispensabile, poi non fattibile, poi chiede una mano all’Europa. Grande confusione, dunque, su un tema che è forse la prima, vera emergenza economica.
                  Chi parla di urgenza della riforma previdenziale e la sollecita già nella Finanziaria pretende solo un atto che tolga le pensioni di anzianità per fare cassa. Una riforma previdenziale non si fa scrivendo in un comma che da domani si va in pensione a 65 anni o con 40 anni di contributi. La riforma vera è ciò che abbiamo affidato al Ddl delega ora al vaglio del Parlamento e cioè la trasformazione del vecchio sistema pubblico in un sistema a più pilastri, con fondi complementari collettivi e la previdenza individuale. Così la prestazione complessiva del lavoratore non cambia e le finanze pubbliche risultano alleviate.
                  Cosa significa che sulle pensioni ci deve aiutare l’Europa?
                  Che deve contribuire ad alzare l’età di pensionamento. Anche noi abbiamo inserito nella delega la liberalizzazione dell’età, ma questo è un tema delicatissimo, coinvolge pesantemente le parti sociali. L’Europa ci può dare un aiuto: per ora è in atto un confronto dei sistemi previdenziali, ma in prospettiva si potrebbe definire un sistema omogeneo per tutta l’Europa. Tempi lunghi, comunque. La nostra delega invece guarda a tempi ravvicinati.
                  Sui fondi per il Sud c’è una polemica forte. Cambierete le indicazioni della Finanziaria.
                  Noi proponiamo di trasformare gli incentivi a fondo perduto in finanziamenti che hanno lo stesso costo, ma aumentano la responsabilità delle imprese. Dal "prendi i soldi e scappa" o dal "pochi, maledetti e subito" si passa a fare leva su un genuino spirito imprenditoriale che sa programmare gli investimenti. Mi stupisce che le critiche più forti siano arrivate dal mondo delle imprese.
                  Proprio perché così criticata, la norma sarà cambiata o no?
                  Io condivido l’idea di Tremonti di trasformare gli aiuti a fondo perduto in prestiti a lunga scadenza: responsabilizza le imprese e costa meno allo Stato, garantendo la stessa quantità di risorse. Dunque, io manterrei la posizione, ma è chiaro che sarà il Governo collegialmente a decidere. Noi della Lega, vorrei precisare, non siamo contro il Sud, siamo contro l’assistenzialismo.
                  Alberto Orioli