“Intervista” Maroni: Responsabili per competere in Europa

28/05/2003




              Mercoledí 28 Maggio 2003
              COMMENTI E INCHIESTE
              Etica degli affari
              Responsabili per competere in Europa


              MILANO – Ministro Maroni a che punto è arrivato il progetto elaborato dal Ministero con la collaborazione dell’Università Bocconi sulla responsabilità sociale delle imprese?
              Il gruppo di lavoro del Ministero ha individuato un campione di aziende, circa una ventina, rappresentative della realtà industriale italiana, che hanno accettato volontariamente di sperimentare lo standard che abbiamo proposto. Entro giugno si concluderà questo test. I primi risultati verranno presentati a luglio, a Varese, al consiglio dei ministri del lavoro europei. Ma l’appuntamento più importante sarà quello di novembre, quando, alla conferenza europea sulla Csr (Corporate Sociale Responsibility) – che si terrà a Venezia e dove saranno presenti tutti i partner europei, i 10 Stati che aderiranno alla Ue e i rappresentanti di 5 Paesi ospiti (ndr) – presenteremo la proposta italiana.
              Come hanno reagito le imprese italiane al progetto?
              Non c’è forse timore di nuove certificazioni… La certificazione non ci interessa. Nella nostra proposta le aziende forniscono una autovalutazione, ma, allo stesso tempo, non possiamo permettere che le aziende si promuovano come socialmente responsabili quando non lo sono. Bisogna garantire sia i consumatori che le aziende. Ma non abbiamo nessun interesse a imporre nulla. Abbiamo voluto studiare un sistema di regole comuni, non un meccanismo impostivo: solo se il progetto sarà condiviso dalle aziende allora potrà essere attuato e funzionare.
              Che ritorno avete avuto? Ha incontrato collaborazione?
              Il nostro obiettivo primario è diffondere la cultura della responsabilità sociale e dell’investimento nel sociale. So che una parte delle aziende, e anche di Confindustria, non è d’accordo sul nostro progetto, ma i vertici ci hanno accordato fiducia. Per esempio, l’azienda di Antonio D’Amato è tra quelle che hanno scelto di entrare nel gruppo che si sottoporrà al test volontario di autovalutazione. È inutile dire che questo è un fatto che ci riempie di soddisfazione. Mi sembra di vedere in molte aziende una paura immotivata e sbagliata. Il ministero le invita a discutere per trovare le soluzioni migliori per tutte le parti in causa. Noi assicuriamo che non ci sarà nessuna intenzione di proporre bollini o certificazioni. Però bisogna discutere in modo serio.
              Che convenienza ha un’impresa ad aderire al progetto e far propria la cultura della responsabilità sociale?
              Le aziende italiane non possono non avere capito quale sia la grande opportunità che si prospetta loro con la responsabilità sociale. È un fattore di competitività. In Paesi più avanti di noi su questi temi, la responsabilità è delegata ai ministeri che si occupano della competitività. È il caso dell’Inghilterra, con la quale abbiamo recentemente firmato un protocollo d’intesa. Le aziende che si dichiarano socialmente responsabili, rispettando un quadro di riferimento comune, avranno un ritorno in termini di immagine ma potranno anche accedere a degli incentivi. Vogliamo costruire un sistema premiale di natura fiscale (attualmente è stata già approvata la delega che all’art. 3 prevede la defiscalizzazione delle liberalità, ndr) e di carattere finanziario attraverso la diffusione dei fondi etici. Come verificherete le aziende che aderiscono al progetto?
              Il nostro è un primo tentativo di inserire una serie di indicatori significativi. Il modello che stiamo studiando è il più flessibile e modulare possibile: deve andare bene per la grande azienda come per le medie e le piccole. Tra l’altro, se le aziende hanno bisogno di supporto, di esperti, glieli forniamo noi. Il Governo, per la prima volta, si fida delle imprese e propone alle aziende di effettuare liberamente e autonomamente, senza nessuna richiesta di valutazione, una verifica volontaria della corrispondenza agli indicatori che noi abbiamo segnalato e che sono stati recepiti dopo studi attenti dell’Università Bocconi sulla realtà imprenditoriale italiana. Quindi ci sarà una dichiarazione che i comportamenti aziendali corrispondono ai parametri che abbiamo proposto.
              Sì, ma chi la verificherà?
              Ci sarà una procedura di verifica, ma non manderemo certamente gli ispettori del lavoro a controllare le aziende. Vogliamo creare un approccio nuovo sia nella cultura che nel controllo. Per esempio, pensiamo ad un ente che non sia diretta emanazione del ministero, a una sorta di authority, ad un organismo multiskaholder indipendente e autonomo che preveda la partecipazione di tutti i componenti. O potrebbe essere che l’Agenzia per le onlus si trasformi in authority… Ma per adesso sono tutte ipotesi…
              E la partecipazione ai fondi etici come
              avverrà?
              È in via di approvazione la riforma previdenziale. Grazie allo smobilizzo del Tfr maturando metterà sul mercato dei fondi integrativi circa 12 miliardi di euro all’anno. Il nostro obiettivo è sviluppare dei fondi integrativi etici, cioè dei fondi che investono in imprese socialmente responsabili…
              Ci saranno barriere per l’accesso ai fondi etici? Un’azienda che produce armi potrà far parte del fondo etico?
              Perché in molti casi questi impedimenti ci sono… Non vedo perché discriminare un’azienda che fa un prodotto nel rispetto delle leggi. Anzi, può accadere che un’azienda di questo tipo risulti più socialmente responsabile di altre…
              Questo tipo di cultura è già diffusa all’estero.
              In Italia a che punto siamo?
              Abbiamo messo la responsabilità sociale tra le priorità del nostro semestre di presidenza per cercare di recuperare il tempo perduto, ma anche per avvantaggiare le imprese italiane. C’è il rischio che direttive di Bruxelles (e ci sono già iniziative legislative e proposte…) rendano la responsabilità sociale obbligatoria. Se dovessero passare queste direttive, aziende di altri parti d’Europa saranno più pronte delle nostre a sfruttare l’opportunità competitiva. Una cosa simile, una specie di obbligo di certificazione etica o di vantaggio nelle graduatorie degli appalti pubblici è stato proposto anche dalla Regione Toscana. Per me questo sarebbe un grave errore e il fatto mi preoccupa. Ecco perché dico alle aziende di riunirci al più presto attorno ad un tavolo comune per arrivare a novembre con una nostra proposta seria e qualificata da sottoporre all’attenzione degli altri Paesi della Ue.

              STEFANO SALIS