“Intervista” Maroni: «Lo scalone? Io non lo volevo»

16/07/2007
    lunedì 16 luglio 2007

    Pagina 6 – Economia

      L´Intervista

        L’ex ministro del Lavoro critica il governo: ha poco senso abolirlo se poi si mettono i gradini

          "Lo scalone? Io non lo volevo
          me lo imposero Bossi e Tremonti"

            Maroni: ma resto orgoglioso della mia legge, folle cambiarla

              ROBERTO MANIA

              ROMA – «Io lo scalone l´ho subìto. Non lo volevo, ma me lo imposero Bossi e Tremonti».

              Ma come, onorevole Maroni, lo scalone porta il suo nome ma lei ne nega la paternità?

              «Resto orgoglioso di quella legge – dice Roberto Maroni, ex ministro del Lavoro, oggi presidente dei deputati della Lega Nord -, ma nel testo originario lo scalone non c´era. Basta tornare alla fine del 2001: nel mio disegno di legge per la riforma delle pensioni l´aumento obbligatorio dell´età pensionabile non c´era. C´erano la totalizzazione dei contributi, il superbonus per incentivare la permanenza al lavoro, la riforma del Tfr. Lo scalone arrivò più di due anni dopo, durante la discussione in Parlamento. Ricordo ancora, sarà stato intorno a gennaio del 2004. Eravamo nel mio "covo" romano. Intorno al tavolo c´erano Tremonti, Pezzotta e Angeletti per i sindacati, e D´Amato e Parisi per la Confindustria».

              Epifani della Cgil non c´era?

              «No, la Cgil non c´era».

              Cosa accadde quel giorno?

                «In quell´occasione Tremonti dipinse un quadro drammatico. Ci disse: o si aumenta l´età pensionabile per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale e quindi dei conti pubblici italiani, o il governo cade, l´Europa non ci fa sconti. La discussione andò avanti per tutta la notte. Alle due chiamai Bossi. La risposta fu netta: «Non se ne parla nemmeno. Se salta il governo non m´interessa. Io devo guardare agli interessi del popolo padano». Quella notte finì così, con la crisi di governo alle porte. Ma la mattina dopo Bossi annunciò a Radio Padania che la riforma andava fatta, nonostante fosse penalizzante per i lavoratori padani. Bisognava guardare alla pensione dei giovani, spiegò. Erano gli argomenti di oggi di Veltroni, ma senza il veltronese Io, come ministro del Lavoro, mi immolai, come un soldato, per difendere la linea nonostante fosse contro i nostri interessi elettorali».

                Perché cambio idea Bossi?

                  «Probabilmente fu Tremonti a convincerlo. Per la cronaca va ricordato che inizialmente l´aumento era di cinque anni. Fu in parlamento che si scese a tre, da 57 anni a 60 a partire dal 2008».

                  Appunto: rinviaste la patata bollente al governo successivo, salvaguardando una parte del vostro elettorato perché, come è noto, le pensioni di anzianità si concentrano nelle regioni del nord.

                    «Ma no, il rinvio non cambiò nulla. Ricevetti migliaia di e-mail di elettori nati nei primi anni ’50 che protestavano perché avrebbero dovuto rimandare il pensionamento. Fu una scelta impopolare. Bossi, tuttavia, capì che se cadeva il governo saltava anche la devolution. Solo se fosse rimasto in piedi il governo la riforma costituzionale poteva andare avanti».

                    Ma perché si scelse la soluzione meno equilibrata? Non era meglio e più equo, ad esempio, accelerare l´andata a regime della riforma Dini oppure introdurre il metodo contributivo pro rata a tutti?

                      «Il dibattito di allora era proprio su questi temi, ma l´Europa scartò tutte le ipotesi tranne l´aumento di botto dell´età pensionabile perché dava certezze sui risparmi».

                      Ora voterebbe una soluzione con scalini e quote per superare lo scalone di Bossi-Tremonti?

                        «No, non mi è mai piaciuta una soluzione di questo tipo. Continuo a difendere quella legge. Ma francamente c´è da restare stupefatti di fronte alla discussione che si è sviluppata nell´ultimo anno nel centrosinistra. Perché un conto è dire lo scalone è iniquo e va abolito; un altro è dire che lo si deve sostituire, in maniera pasticciata, con alcuni scalini per poi scoprire il trucco e cioè che, aprendo un buco nei conti previdenziali, si arriverà in ogni caso a 60 se non a 62 anni. Ma chi glielo ha fatto fare? Visto che lo scalone riguarda non più di 130 mila persone, si potevano immaginare forme di compensazione del tipo: restate più al lavoro ma aumenterà anche la redditività della vostra pensione. Noi gli avevamo anche risolto il problema dell´innalzamento dell´età… È una follia della sinistra! D´altra parte perché l´aumento dell´età sia efficace c´è solo una strada: renderlo obbligatorio, gli incentivi non funzionano».

                        Infatti, anche il suo superbonus non ha funzionato.

                          «Io dico di sì, Damiano il contrario. In ogni caso hanno sottovalutato la situazione confidando sul fatto che la questione poteva passare sotto silenzio come nel caso della legge Biagi. Nessuno dice più di abolirla. Pensavano che anche lo scalone potesse finire nel dimenticatoio. E invece no, anche per colpa dell´extragettito. Perché se non ci fosse stato, Prodi avrebbe potuto dire che non c´erano i soldi e che non si poteva fare nulla».

                          La riforma dello scalone, se ci sarà, finirà nella Finanziaria. È corretto?

                            «Ho sempre pensato che le riforme non possano essere inserite nella legge Finanziaria perché non si deve "fare cassa" con la previdenza. Tuttavia questa volta non mi scandalizzerei se dovesse accadere visto che dovrebbe attenuare una legge già in vigore».

                            Lo dice perché spera in qualche passo falso della maggioranza al Senato?

                              «Questa è un´obiezione maliziosa che non condivido».

                              Finirà con il voto di fiducia?

                                «Penso che andrà così. D´altra parte al Senato è evidente il rischio che la riforma non passi».