“Intervista” Maroni: «Imprese più responsabili»

11/11/2003




11 Novembre 2003

intervista
Francesco Manacorda
VENERDÌ A VENEZIA CONFERENZA CON SETTE MINISTRI E TRE COMMISSARI UE
«Imprese più responsabili
E’ un vantaggio per tutti»

Maroni: l’impegno sociale è una cosa seria. Noi daremo gli standard
Adottarli è una scelta volontaria ma chi lo fa deve andare fino in fondo

MILANO
LA responsabilità sociale delle imprese non è un costo o un atteggiamento fine a se stesso, ma un fattore di competitività. E’ questo il punto fondamentale che il governo vuole far comprendere ed è di questo che parleremo venerdì a Venezia, dove il tema verrà affrontato in una conferenza a cui partecipano tre Commissari europei e sette ministri. Per la prima volta si registra una presenza così portante a livello politico. Finora si sono mosse le imprese e le associazioni mentre i governi, con l’eccezione della Gran Bretagna, sono rimasti a guardare». Roberto Maroni, ministro del Welfare, ha inserito tra le priorità del semestre di presidenza italiana dell’Ue proprio il tema della responsabilità sociale delle imprese – in sintesi estrema il far propri, da parte delle aziende, i problemi sociali e ambientali – e ora, in una conferenza internazionale che si terrà giovedì prossimo alla Fondazione Cini, punta a raggiungere due obiettivi principali.
Il primo è confrontarsi con gli altri paesi europei sul progetto italiano che verrà portato all’appuntamento, offrendo il nostro contributo – spiega ancora Maroni – «per definire uno standard europeo che possa valere per l’impresa familiare di Catania come per la Nokia». Il secondo obiettivo, nazionale, è un dialogo con le parti sociali che porti all’adozione di una sorte di codice di autodisciplina da parte del maggior numero possibile di aziende, su base assolutamente volontaria ma stringente. «Nessuno è obbligato ad essere socialmente responsabile, ma chi sceglie di farlo deve andare fino in fondo». Perché, aggiunge il ministro, «se intendiamo la responsabilità sociale non come costo ma come fattore di competitività, allora bisogna evitare che diventi un elemento che falsa il mercato, che genera comportamenti sleali. E purtroppo questo sta avvenendo».
In che senso, ministro? Chi è che bara?
«Molte ricerche mostrano che in Europa tra il 70 e l’80% dei consumatori è disposto a comprare un prodotto anche se costa un po’ di più, a patto che venga da un’azienda attiva nel sociale. E’ facile allora che un’impresa investa molto sulle campagne di marketing legate non al prodotto in sè, ma all’azione sociale dell’azienda. Però se si investe 100 nella solidarietà e poi si spende dieci o cento volte tanto per promuovere questo investimento, il consumatore viene ingannato».
Le regole che presenterete a Venezia servono a evitare questi atteggiamenti?
«Più che di regole, parlerei di standard. Oggi nel mondo ce ne sono numerosi ma nessuno è uno standard globale, in grado di verificare i rapporti con tutti gli stakeholders interni ed esterni all’azienda: dai dipendenti, all’ambiente, alla comunità locale. Con l’Università Bocconi abbiamo fatto proprio questo: abbiamo definito un set di indicatori che misura l’atteggiamento complessivo dell’azienda e negli ultimi mesi lo abbiamo testato su 25 imprese, da quelle piccole alle multinazionali».
Risultato?
«A Venezia presenteremo questo set di indicatori modulare e flessibile che mettiamo a disposizione delle imprese. Utilizzandolo, le stesse imprese potranno autovalutarsi, autocertificare la propria responsabilità sociale e poi promuoversi come tali. Ma sarà un’operazione del tutto volontaria, da parte nostra non ci sarà una certificazione».
Quali sono i vantaggi per l’impresa?
«L’azienda che adotta comportamenti socialmente responsabili migliora i rapporti interni con i dipendenti e quindi aumenta la produttività, diminuisce il rischio di boicottaggio da parte dei clienti, aumenta la sua reputazione con vantaggi anche commerciali. E poi potrà avere migliore accesso al mercato dei capitali».
In che modo?
«La riforma delle pensioni prevede anche lo sviluppo dei fondi pensione con conferimento del Tfr. All’interno di questi fondi si svilupperanno di sicuro anche i fondi etici, oggi molto diffusi nel mondo anglosassone, che investono solo in aziende considerate socialmente responsabili. Anche in questo caso il set di indicatori che forniamo potrà essere utile: finora i fondi pensione si sono dati codici autonomi per decidere quali imprese sono etiche e quali no; ora noi offriamo uno strumento comune e già testato».
Ma le imprese si aspettano anche segnali più tangibili, specie in campo fiscale…
«La delega fiscale data al ministro Tremonti prevede anche incentivi per queste cose. Si tratterà di capire come attivarli, ma teoricamente sono già possibili incentivi per premiare atteggiamenti socialmente responsabili o defiscalizzazione di quello che l’impresa spende, ad esempio, per migliorare l’impatto ambientale delle sue produzioni o investire nella comunità in cui opera».
In concreto quali campi riguardano gli standard che indicherete?
«In sintesi il rapporto con i dipendenti, con l’ambiente, con i fornitori, con la comunità in cui vive l’azienda. Vuole un esempio? Parlando di ambiente abbiamo promosso l’azione della Foppa Pedretti, che ha investito molto in questa direzione e ha inventato un processo di verniciatura dei propri mobili senza solventi. Non era certo obbligata dalla legge a farlo, ma così crea meno inquinamento ed ha un ambiente più salubre per i dipendenti. Lo stesso vale ad esempio per il mercato del lavoro: un’azienda socialmente responsabile non solo non deve – come è naturale – violare le leggi, ma deve preoccuparsi che anche i suoi fornitori, magari in altri Paesi, non violino leggi locali o convenzioni internazionali sui diritti dei lavoratori».
Tutto bellissimo, ma davvero pensa che funzionerà questa autocertificazione?
«E’ un punto molto delicato. Nel 2001 la Commissione europea ha pubblicato un Libro verde e nel 2002 ha fatto una comunicazione, chiedendo alle imprese e ai sindacati di dare le loro opinioni sulla responsabilità sociale. Ovviamente le imprese pongono come condizione la volontarietà. E’ una posizione che accettiamo perché preferiamo seguire la strada della cultura sociale d’impresa piuttosto che imporre atteggiamenti che se non fossero percepiti come utili dalle imprese non verrebbero adottati. Ma l’autocertificazione non significa mancanza di controlli».
Chi controllerà?
«Questo, assieme alla definizione degli standard, è il vero ruolo del governo, che deve stabilire controlli per evitare gli abusi. Il capitolo è ancora aperto: i controlli potrebbero essere affidati all’Authority per il volontariato, ma anche ad organismi diversi, come l’Unioncamere. Domani (oggi per chi legge, ndr) firmeremo proprio con Unioncamere un protocollo d’intesa in tema di responsabilità sociale: oltre a preoccuparsi della promozione e dell’assistenza in materia, le Camere di Commercio potrebbero occuparsi anche dei controlli, con eventuali sanzioni per chi non rispetta gli accordi».