“Intervista” Maroni: «Fanno solo del marketing c’è già il visto del Colle»

07/01/2002


SABATO, 05 GENNAIO 2002
 
Pagina 7 – Economia
 
L’INTERVISTA
 
Il ministro del Welfare, Maroni, replica ai sindacati: le deleghe ormai sono in Parlamento
 
"Fanno solo del marketing c’è già il visto del Colle"
 
 
 
la concertazione Ciampi è tutto fuorchè un nostalgico di un metodo superato storicamente
opposizione pura Prevale un atteggiamento di opposizione pura e semplice al governo
 
GUIDO PASSALACQUA

MILANO — «Sconcertato, sono francamente sconcertato». Roberto Maroni, ministro del Welfare e del Lavoro, si aspettava una mossa dei sindacati ma i termini lo lasciano perplesso.
Un suo giudizio sulla lettera a Ciampi?
«Una questione di marketing, puro marketing».
Si aspettava il ricorso al Presidente della Repubblica?
«È un diritto dei sindacati chiedere di essere ricevuti da Ciampi, come del resto per ogni cittadino. Io constato che la proposta di delega sul lavoro e le pensioni è già stata firmata, prima dell’invio al Parlamento, dal Presidente della Repubblica. Vorrei dire anche che Ciampi ha avuto modo, sempre, di essere informato sulla evoluzione delle trattative, che ha avuto modo di verificare…».
Cosa vuole dire?
«Che questa è una ulteriore forzatura, anche se i sindacati l’avevano di fatto già annunciata. Ripeto mi sembra marketing. Ciampi tecnicamente non può intervenire visto che le deleghe sono in Parlamento. A questo punto mi sembra una mossa politica per darsi visibilità. Una mossa di difesa, ma che non è utile per migliorare i provvedimenti È una questione politica in cui il merito della questione conta poco. Mi sembra che ci sia la prevalenza di un atteggiamento di opposizione pura e semplice al Governo da parte di un pezzo del sindacato».
Chi farebbe pressione in questo senso?
«È facile capirlo, non mi faccia dire altro».
Allora è guerra tra Governo e sindacati?
«No. Io ho già concordato, ripeto concordato, la ripresa del dialogo su pensioni e lavoro e sono pronto a continuare la discussione dalla prossima settimana. È evidente che se nel sindacato prevale l’atteggiamento di opposizione pregiudiziale al Governo, senza motivazioni sui contenuti, allora certamente sarà più difficile dialogare. Ma sappiano i firmatari della lettera che sulle deleghe è schierato tutto il Governo e tutta la maggioranza. Se decidono di farne una questione politica facciano pure, poi vedremo».
Sul tema di principio della concertazione non è preoccupato che ci possano essere decisioni clamorose, tipo uno sciopero?
«Non credo. Nel mio arco ho molte frecce. In ogni caso la discussione si fa in Parlamento, e lì è migliorabile, e il sindacato ha i modi per fare sentire la sua voce. Ha già incontrato molti gruppi parlamentari. Del resto la nostra proposta ha avuto apprezzamenti da parte della Banca d’Italia, della Corte dei Conti, del presidente Ciampi, di molti osservatori italiani e stranieri».
Il punto cruciale è la concertazione.
«Non mi aspettavo che ci fosse un ritorno al tabù della concertazione. Mi sembrava che negli ultimi tre mesi non ci fosse più nostalgia di questo. Del resto non è facile per il sindacato intervenire su di un provvedimento che, di fatto, riduce il costo del lavoro, sarebbe una contraddizione. E allora visto che avevano pochi argomenti critici pur di sostenere posizioni di opposizione si riesuma il feticcio della concertazione».
Forse non a caso scrivono a Ciampi che nel protocollo del ’93 è stato l’artefice della concertazione…
«Forse… Io , però, ho avuto modo di parlare col Presidente e ho la certezza che Ciampi è tutto fuorchè un nostalgico di un metodo superato storicamente. Le relazioni industriali sono cambiate, anche per merito del federalismo».
Va bene che lei è leghista, ma che c’entra il federalismo con la concertazione?
«Voglio dire che in una breve prospettiva avranno più importanza i contratti locali di quello nazionale. Viene meno la necessità di un asse negoziale tra Governo e sindacati, o meglio, questo non è l’unico asse. Non si deciderà tutto sul tavolo governo sindacati. La devoluzione e lo stesso titolo 5 della Costituzione modificato dalla sinistra prevedono la competenza delle Regioni. È finito il tempo del potere centrale anche per il sindacato, l’interlocutore non sarà più solo il Governo ma anche le 20 regioni».
Insomma lei ripete quello che aveva già detto al suo insediarsi, la concertazione come metodo è finita?
«Ai sindacati riconosco il diritto di essere ascoltati, ma penso che il Governo abbia fatto quello che pensava fosse giusto e corretto, interpretando in modo moderno le sollecitazioni al dialogo del Presidente. Un conto è la questione di merito, un conto è il metodo. Si è discusso fino al 20 dicembre poi il Governo ha deciso e questo i sindacati lo sapevano».
Sicuro?
«Non si può dire va bene e sedersi al tavolo delle trattative e poi dire che il Governo non vuole dialogare. Lo sapevano da tre mesi. Del resto il metodo usato è quello che aveva suggerito Ciampi : il dialogo e la massima ricerca del consenso possibile. Mi ricordo che Ciampi mi disse: "Chiamatela concertazione, chiamatela dialogo sociale, basta che ci sia il confronto", era ottobre. Il confronto c’è stato per ottobre, novembre e dicembre, poi, come è giusto il Governo ha formulato al Parlamento la sua proposta».
Ma i sindacati non sono di questo avviso
«Io non credo che l’oggetto del contendere siano le deleghe. Il centro della loro posizione è che si possa agire solo con la firma di tutti e con l’avallo del sindacato. Questo era il vecchio metodo».
La concertazione…
«La consociazione piuttosto che la concertazione».